Eterna gratitudine a Cristiano Ronaldo

di Andrea Mangia |

Dal 5 febbraio sono 35, all’anagrafe. Molti di meno, quelli “biologici”, secondo medici e ricercatori. Molti di più saranno quelli futuri, in cui riecheggeranno le gesta e la leggenda di questo “Ubermensch”, una volta che avrà appeso le scarpe al chiodo. Il Twitter ufficiale di Juventus ha pubblicato un video di un minuto rinominandolo “Come festeggiano il compleanno i marziani? Diventando ancora più forti”. E ho provato ammirazione. Profonda ammirazione. Per la cattiveria, la voglia, l’impegno, la concentrazione massima che mette in ogni singolo movimento, in ogni singolo scatto. Ed allora il Gigi Marzullo che è in me ha formulato questa domanda: “Ma Cristiano si allena così perché è CR7, o Cristiano è (diventato) CR7 perché si allena così?”

Lascio a ciascuno la propria idea. Una cosa però la voglio dire. Dovremmo essere tutti grati a CR7. Per il meraviglioso esempio virtuoso che dà, quotidianamente. Numeri alla mano, è, in assoluto, il personaggio più celebre al mondo (diciamo, per esattezza, il più seguito sui social – forse molta gente, pur sapendo chi è Donald Trump, non ha tutto questo interesse a seguirlo su Twitter). Sa, lui per primo, di essere un esempio per milioni e milioni di persone, tra cui tantissimi ragazzi. E l’insegnamento migliore che può trasmettere, e che trasmette ogni giorno, è quello della cultura del lavoro, quello della tendenza alla perfezione, al miglioramento personale, costante e continuo. Al rispetto delle regole, soprattutto quelle auto imposte. Un calcio in faccia a quel “mito” di genio e sregolatezza che ha accompagnato per troppo tempo calciatori dalle qualità indiscusse ma dallo stile di vita a volte dissoluto e poco edificante. Quel mito che ha creato una lunghissima serie di esempi di promesse non mantenute, giocatori persi dopo aver firmato il primo contratto importante o calati di rendimento ad un punto della carriera in cui avrebbero invece potuto essere ragionevolmente all’apice, e che ha contribuito a generare lo stereotipo del “calciatore”, ricco, superficiale, mediamente ignorante, un po’ tamarro ed un po’ spaccone, dannatamente sopra le righe, a cui tutto è dovuto.

Cristiano è un faro, in questo senso. Perché riversa tutta la sua gigantesca ambizione ed il suo enorme ego interamente dentro sé stesso, non verso l’esterno. La manifestazione esteriore di questa attitudine è lo straordinario risultato che ne deriva. Un risultato talmente incredibile che è impossibile da ignorare. E che declina la sua grandezza. L’idolatria che ne scaturisce è puro frutto del lavoro. L’amore e l’apprezzamento che riceve oggi, che lo hanno reso icona tra le icone, è solo il risultato dei suoi enormi sforzi. Cristiano non chiede nulla agli altri. Cristiano chiede tutto a sé stesso. È questa la sua enorme forza. Per Cristiano, niente è dovuto a Cristiano. Tutto va guadagnato.

Cultura del lavoro ed estrema consapevolezza si fondono in una mente d’acciaio, conscio anche che “troppa umiltà fa male”, come suole ripetere. Consapevolezza, appunto. Autocoscienza. “Eu estou aqui”. Come ad accogliere la teoria filosofica del “qui e ora”, nella quale ogni secondo è utile per ricercare l’equilibrio interiore ed il perfezionamento di noi stessi. Che grande esempio che sei, Cristiano. Ripensandoci, forse scrivendo questo pezzo mi è venuta voglia di dare risposta al quesito che ho posto poc’anzi. Credo che tu sia Cristiano perché ti alleni così, e non il contrario. La natura da sola non è sufficiente a creare il mito che sei diventato. Altrimenti, invece di essere Cristiano, saresti potuto tranquillamente essere un Mario, un Adriano o un Antonio qualsiasi.

Grazie, Cristiano, buon compleanno, ti voglio bene.


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