Essere juventini, spieghiamolo

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Abbiamo vinto ancora. 7 scudetti consecutivi. Fantascienza. Mito. Campionato difficilissimo, passato a reggere i ritmi mostruosi imposti dal Napoli, per poi scavalcarlo in primavera, cedere lo scontro diretto  e vedere lo scudetto scucirsi quasi a Milano, prima di una rimonta impossibile e del crollo del Napoli a Firenze. E’ vero, era dal 2012 che non festeggiavamo uno scudetto così bello.

Non sono contento, sono contentissimo. Vago da una settimana con la maglietta nera del 5 maggio 2002 dovunque, brindo costantemente alla prima occasione, esibisco l’orgoglio gobbo non appena stuzzicato.

Ma allora, perché sento affiorare definitivamente questa sensazione sfiduciata di stanchezza, che mi ha silenziosamente accompagnato dall’inizio di quest’anno, e che già ad agosto confessavo in un altro post https://www.juventibus.com/ci-odiano/ ?

La colpa, e ringrazio Caressa per la sintetica definizione da lui usata ovviamente per i suoi poco onorevoli fini, è del “contesto sociale”.

Ragazzi, hai voglia a dire che tutto quello che c’è fuori dalla Juve non ci tocca, che noi juventini bastiamo a noi stessi, che l’odio ci fortifica, che il nucleo di assurdità, irragionevolezza e malafede che è proprio dell’antijuventinismo non ci scalfisce, anzi ci facciamo due risate.

Io due risate non me le faccio da tempo e ancor meno me ne sono fatte quest’anno. Non riesco a farmi due risate di fronte alla china vergognosa che una buona parte della tifoseria e dell’ambiente napoletano ha preso quest’anno, all’odio manifesto che ci ha investito per 9 mesi, alla follia irragionevole di chi ritiene di aver subito il furto di uno scudetto a causa di singoli errori arbitrali accuratamente isolati e analizzati al laboratorio. Non riesco a farmi due risate leggendo i tweet a cui juventibus si ostina costantemente a far da altoparlante in cui ci viene vomitata addosso malafede, disonestà intellettuale, mistificazione, il tutto condito da un odio territoriale e localista che lascia sgomenti quando si pensa che si sta parlando di calcio, perdio, e di nient’altro.

E’ vero, noi juventini non abbiamo bisogno che qualcuno ci riconosca i meriti e le vittorie. Ma santo dio, se siamo sportivi e non solo tifosi, non ditemi che siamo contenti del fatto che sette anni di vittorie passino costantemente sotto silenzio, che nulla ci venga mai riconosciuto, che non ci sia dialogo con il tifoso medio in cui non dico ci vengano fatti complimenti, ma in cui non si parta e si chiuda col postulato che la juve ruba e dunque le nostre vittorie non hanno alcuna rilevanza.

Ragazzi, devo confessarvi che di tutto questo sto cominciando a stancarmi. Il calcio è uno sport, e per quanto il tifo sia spesso irragionevole, mi sono sempre sforzato di rimanere uno sportivo. Ma l’aria che si respira è davvero mefitica. Io capisco che dalla misera deriva culturale e sociale di questa barzelletta di Paese non possa certo salvarsi il calcio e figuriamoci il tifo, e che quando in un Paese non esiste spazio per discorsi seri, riconoscimenti del merito, analisi oggettive e distaccate di quello che avviene, e quando tutto attorno è un verminaio di cialtroni che possono gridare qualsiasi assurdità e farla passare per vera, è ovvio che non è lecito aspettarsi nulla di più di questa miserevole palude.

Ma questo non significa che alla lunga tutto questo non stanchi.

E lo dico anche ai ragazzini che, forti di sette scudetti consecutivi, si sono ormai incamminati tutti belli tronfi nel sentiero luminoso dell’essere gobbi. State attenti, perchè essere juventini è anche una bella merda.

Essere juventini significa essere costantemente accerchiati, dovunque in minoranza poiché sparsi a macchia di leopardo da Trieste a Marsala, significa farsi carico della frustrazione di un mondo che ti addita come un tumore e che ti tratta come se tu, ma proprio tu personalmente, fossi un ladro che gli ha rubato qualcosa. Significa avere in squadra fior di campioni che fanno la storia ma che finchè indosseranno quella maglia saranno sempre oggetto di fischi, svalutazioni, indifferenza quando non di dileggio, come è accaduto al miglior portiere della storia in un ultimo anno in cui avrebbe dovuto raccogliere gli applausi degli avversari e che invece è stato fatto oggetto di un odio dissacrante ed umiliante che grida sportivamente vendetta.

Essere juventini significa dover inghiottire le soddisfazioni, perché nessuno mai te le darà, darti da solo pacche sulle spalle, perché nessuno mai verrà da te a riconoscerti un cazzo. Significa stare molto attenti a dove e come festeggi uno scudetto, perché se non sei a Torino rischi di essere preso a schiaffi in piazza oppure rincorso fuori da uno stadio non da ultras, ma da padri di famiglia con figli al seguito (tratto da una storia vera).

Essere juventini non è facile, non è aver scelto furbamente il cavallo vincente. E’ una scelta di totale solitudine, se non di isolamento, è una scelta che ti attira solo per questo antipatie, che ti cataloga preventivamente di fronte agli altri a volte come un furbo, a volte come un rinnegato, quasi sempre come qualcosa di meno di un vero tifoso. Essere juventino è vincere 7 scudetti consecutivi, guardarsi attorno e vedere una costante gigantesca rimozione collettiva, all’opera ogni giorno affinchè di questa irripetibile epoca sportiva rimangano le minori tracce possibili, e dover fare i conti con tutta questa follia.

Vi conviene, ragazzini? Probabilmente si. Almeno finché non arriverete a superare i 40 anni e sentire i primi scricchiolii dovuti ad un’amarezza che, davvero ingiustamente, si fa strada anche nei giorni della massima soddisfazione sportiva. Ed in quel momento capirete che qualcosa non torna, e che il prezzo per tifare questa maglia è sportivamente molto più alto di quanto si possa superficialmente pensare.

@minima_moralia