Essere Gianni Agnelli

Quando le cose andavano male, alzavi gli occhi al cielo, vedevi il suo elicottero volare su Torino e ti sentivi più tranquillo.

Parafrasando le opinioni di molta della gente che l’ha conosciuto, questo era ciò che Gianni Agnelli rappresentava per la città di Torino: una sorta di nume tutelare. Ci siamo domandati tante volte se le bufere mediatiche e processuali cui la Juventus è stata sottoposta sarebbero o meno accadute, se ci fosse stato ancora lui.

Infondeva sicurezza sia per il presente sia per il futuro, con le sue straordinarie capacità, le sue intuizioni taglienti, le dichiarazioni graffianti. C’è addirittura chi lo definì perfido, come paradossale qualità che ne aumentava il fascino complessivo; ma anche coraggioso ed incosciente, come quando si tuffava dall’elicottero direttamente in mare o sfrecciava senza rispettare semafori o segnaletica e, se fermato dalla polizia, ne distoglieva l’attenzione, portandoli ad ammirare i sedili in cuoio rosso della sua Ferrari.

Uno straordinario peso imprenditoriale e politico, che è stato assai abile a consolidare ed accrescere, fatto per nulla scontato, dopo l’imponente eredità ricevuta dal nonno. Epitome di stile, eleganza e savoir-faire: gli americani, e persino lo stilista Valentino, ammisero di ispirarsi a lui nel vestirsi.

Una vita alla James Bond, tra più nazioni, nella stessa giornata; sempre in movimento, come immaginava, negli anni ’50, l’uomo al volante. Chiunque avrebbe voluto essere lui: l’Avvocato, o il “Cipollino”, come lo battezzò Boldi, anche lui guardando il suo elicottero.

Gianni Agnelli ci ha lasciato quindici anni fa e non è stata soltanto una perdita incalcolabile per noi juventini, ma per chiunque, in buona fede, sappia stare al mondo ed abbia una minima consapevolezza della storia d’Italia.

FIAT: ricostruire quando tutto sembrava perduto. “Fabbrica, perché produciamo cose. Italiana, perché non abbiamo venduto (alla Ford, ndr). Automobili, è quello che facciamo. Ma la più importante, Torino: siamo ancora qui”. Conosco un club calcistico, che ha ancora oggi la stessa mentalità: il suo.

In quel freddo giorno di Juventus-Piacenza il suo Pinturicchio, anche lui preso “per un tozzo di pane”, come il suo predecessore francese, “ci ha messo sopra il foie gras”, salutandolo con l’ennesimo capolavoro.