Eppur Simone

di Juventibus |

C’è stato un momento in cui ho capito che ce l’avremmo fatta. E no, non è stato quando Zaza ha sfruttato il primo (e unico) errore in marcatura di Koulibaly, saettando un Reina probabilmente un po’ troppo fuori dai pali. E’ stato prima. E il protagonista è sempre lo stesso.

Succede che sull’ennesima transizione offensiva non finalizzata correttamente, il Napoli riesca a recuperare facilmente palla (una delle costanti del secondo tempo che, però, non si traduce necessariamente nel dominio millantato da Auriemma & co.) e a predisporsi alla contro-transizione. Callejon è già sparito dal mio campo visivo: si trova almeno venti metri più avanti, probabilmente dal momento in cui ha visto la palla andare verso Jorginho; Hamsik ha trovato il modo di ritagliarsi il suo spazio sulla trequarti, in modo da mettersi in condizione di operare un comodo appoggio di prima in caso di tardivo ripiegamento di Khedira e Marchisio; Mertens si è tenuto di poco più basso rispetto all’omologo a destra, ma solo perché sa che Jorginho, nell’80% dei casi quella palla la destinerà lì. E’ come vedere una fisarmonica in grado di allungarsi e allargarsi contemporaneamente. Sarrismo allo stato puro. La nostra fortuna è che l’italo-brasiliano gigioneggi un po’ troppo con la palla tra i piedi: il tempo necessario a Zaza per rimontare come una furia toccargli la palla da dietro e interrompere un’azione potenzialmente pericolosissima.

Gli amici con cui sto vedendo la partita si esaltano, soprattutto perché vengono da un’ora abbondante di indolenze moratesche. Io non mi scompongo più di tanto. Del resto Simone era entrato in partita andando a fare a spallate con Ghoulam e recuperando un pallone che, purtroppo, si era tradotto nell’ennesimo nulla di fatto. E comunque avevo la sensazione che se per 21 dei 22 in campo lo 0-0 poteva andare più che bene, l’unico cui aveva qualcosa da eccepire ce l’avevamo noi. Il resto, come si suol dire, è storia.

E non sarebbe nemmeno giusto tessere le lodi dell’attaccante lucano mettendone in risalto la capacità realizzativa in relazione ai minuti giocati: siamo a 4 in 11 presenze, più i 2 in Coppa Italia e la rete che ha giustiziato il Siviglia nell’andata a Torino. Ma, come detto, il punto non è questo. Il punto è che Simone Zaza, oggi, E’ la Juventus. Nella misura in cui personifica la fame e la voglia di un gruppo che atleticamente non è al meglio, tecnicamente ha qualche certezza in meno rispetto a un paio di settimane fa, ma che mette comunque in campo tutto quel che ha. Dieci minuti, venti, mezz’ora, un tempo o tutti e due, cambia poco: ben consci dei propri limiti, Simone e la Juventus affrontano ogni partita come se fosse l’ultima. Anche se gli infortunati cominciano ad essere un po’ troppi, anche se la brillantezza comincia a scarseggiare, anche se mentalmente lo sforzo per arrivare fin qui e stato sovrumano e un calo sarebbe fisiologico, naturale, comprensibile.

Ma poi tutto questo finirebbe per costituire un unico grande alibi, forse anche più dei discorsi relativi al fatturato, e non è così che si costruiscono 15 vittorie consecutive. E’ una questione di volontà, di voglia di (ri)prendersi ciò che credi sia tuo di diritto, di saper soffrire quando non tutto gira per il verso giusto. E Simone Zaza è tutto questo e anche di più. Non sarà bello da vedere, soprattutto nell’epoca dei falsi nueve e dei centravanti di manovra. Ma è uno che ci dà con tutto quello che ha in corpo. E’ l’eccezione vivente alla regola che vuole l’attaccante essere generoso quando non la becca mai, ma proprio mai. Anzi, lui più è generoso più gioca (bene) e segna. Magari gol decisivi come speriamo sarà quello di sabato sera.

Potrà non piacere (e infatti all’inizio non mi piaceva neanche un po’), così come potrà continuare a far storcere il naso ai puristi del gioco che a un ripiegamento difensivo di 40 metri preferiscono ancora la soverchia eleganza dei cecchini d’area di rigore, quelli che “se mi fate arrivare la palla bene, altrimenti cavatevela da soli”. Ma al momento il nostro calcio è questo qui. Grinta, corse e sportellate che poi magari l’occasione buona arriva all’88esimo. Perché “fino alla fine” non è un modo di dire. E’ una filosofia di vita. Perfettamente incarnata da Simone Zaza da Policoro.

di Claudio Pellecchia