Degli episodi in Champions e di come governarli

di Claudio Pellecchia |

Per le valutazioni sulle prospettive – anche economiche – a medio/lungo termine lascio a chi ne sa più di me.

Trovo più interessante, anzi attuale, concentrarsi su un aspetto che ha caratterizzato (e caratterizza) gran parte di certe partite europee della Juventus. Gli episodi, anzi la concezione che abbiamo degli episodi e della loro (presunta) natura ineluttabile.

Quando io – ma anche altri – mi permetto di far notare che una grande squadra si deve mettere in condizione di volgere a proprio vantaggio gli episodi non mi riferisco certo a un palo, una traversa, un rigore non dato, un errore tecnico o di esecuzione di un giocatore: quelli sono eventi che non possono essere previsti, anzi controllati, per via di quella componente di casualità che costituisce l’essenza stessa del gioco.

Per “episodi” da governare mi riferisco ai momenti come quelli successivi al secondo gol di Chiesa.

Il Porto era in inferiorità numerica oltre che fisicamente e mentalmente alle corde: erano quelli gli attimi in cui osare, in cui mandare un messaggio ai tuoi e agli altri, inserendo subito Kulusevski e Bernardeschi e provare a vincerla nei 90′.

La Champions League è una competizione che vive di questi dettagli, di questi bivi in cui si può davvero dimostrare di voler dominare la partita e non di esserne dominati, di essere così artefici del proprio destino. Come a Monaco di Baviera nel 2016 -fuori Morata per Mandzukic e baricentro abbassato di 20 metri- come a Madrid nel 2018Cuadrado conservato per i supplementari con il Real alle corde-.

Al contrario dopo quell’episodio, così come in tante altre occasioni sprecate risalenti nel tempo –Liverpool 2005, Arsenal 2006, Benfica 2014, Ajax 2019, Lione 2020– la Juventus ha deciso di aspettare (chissà cosa) e di gestire (chissà cosa), ha deciso di essere controllata anziché controllare. E ha pagato, ancora una volta, come è giusto che sia.

Perché la storia della maledizione va bene fino a un certo punto: questa Coppa un’occasione te la dà, sempre. Sta a te scegliere se coglierla o meno, se cambiare definitivamente la tua dimensione o restare, ancora una volta, prigioniero di una comfort zone che tale non è.

Poi vincere o perdere è questione di sfumature, anche minime: mettersi in condizione di farlo, senza affidarsi al caso, è questione di coraggio, di mentalità, di attitudine. E senza queste componenti non c’è allenatore o Cristiano Ronaldo che tenga.