El Clasico, la Classica Serie A, la Classica Juve

di Sandro Scarpa |

 

Partiamo dal peggio, che al solito è ciò che circonda il calcio in Italia negli anni di dominio Juve. Non bastavano più arbitri, sudditanza, sospetti di doping, palazzo, sistema, scansamenti, calendario, fatturato, pallone, penombra, belgioco, classifica dei primi tempi, dei pali, dei cross e, soprattutto, non reggeva più il #FinoAlConfine con una Juve in finale due anni fa e ancora unica italiana a testa altissima in Champions.

Così si è passati alla proprietà transitiva: se la Juve batte il Barca “allora” il Napoli che l’ha messa in difficoltà (a -12 e in due gare al S. Paolo con 5 e 7 titolari fuori?) e che ha messo in difficoltà il Real (6 gol a 2 in 180 minuti?) è “fortissimo”! O, in alternativa, questo Barcellona malridotto, alla fine di un ciclo, il peggiore degli ultimi 10 anni, lontano parente di quello del triplete Inter (ma è lo stesso mostruoso del triplete di Enrique che vinse a Berlino, perché sfotterci all’epoca, quindi?).

Poi, come al solito, el Clasico dà la dimensione reale di un Barcellona che ha problemi difensivi e soffre qualche invenzione di Enrique, ma resta tra le migliori, se non la migliore al mondo e ne rifila 3 al Bernabeu, pur senza Neymar con un Messi incontenibile. Saltano tutte le proprietà transitive, i sillogismi, gli algoritmi che sminuivano la Juve. Ma il guizzo resta: “un Messi incontenibile, quando è in serata così è praticamente immarcabile, chissà come mai è parso giù di forma contro nei 180 minuti contro la Juve, forse un problemino fisico?”. Non ce lo siamo inventati, frasi scandite ieri nel post-partita, da un tripletista nerazzurro.

Nel frattempo, come al solito, l’Inter dopo la straordinaria rimonta (con Bologna, Pescara e Genoa…) continua a perdere contro squadre non già in vacanza, e dopo gli ordinari schiamazzi per il classico torto subito (nel derby) becca 5 gol in 20′ (e un rigore sbagliato) dalla Fiorentina. Idem il Milan prodigioso dei giovani, sconfitto in casa da un Empoli che non vinceva dalle guerre puniche. E pensare che qualcuno (Caressa) aveva sentenziato “col derby cinese inizia il Rinascimento del calcio italiano”. Infine, al solito, il Napoli che oltre allo scudo morale, dopo Juve-Barca, aveva anche la Champions morale in tasca, rimedia il solito pareggino contro una squadra di bassa classifica per le solite amnesie difensive. Ma non è colpa della difesa, del gioco, degli uomini o di Sarri. No, no, è colpa del Sassuolo che contro il Napoli gioca alla morte (sostituendo sullo 0-0 Pellegrini e Defrel con Mazzitelli e Matri) mentre con le “solite” altre si scansa, è colpa di Paolo Cannavaro che “poteva impegnarsi un po’ di meno proprio contro di noi!” (alla Di Natale, per intenderci…) e soprattutto colpa, ovvio, dell’orario e dell’arbitro Damato, reo di aver negato un rigore sullo 0-0, peccato che poi il Napoli comunque sia passato in vantaggio e che lo svenimento è stato di Mertens, il giocatore più ammonito per simulazioni d’Europa.

Guardavo la gara con mio padre, tifoso Napoli di vecchissima data e saggezza inusitata. Mentre Insigne e Callejon si scornavano col Sassuolo mi ha confessato l’amore sconfinato per Mandzukic. Commentando il confronto con Messi, io esaltavo la difesa, Dybala, di Sandro e Alves, lui è andato subito a Mandzukic. Spesso difendo Mario dagli assalti di chi preferirebbe un’ala più tecnica, meno “plateale”, eppure l’elogio di mio padre era così appassionato da farmi difendere gol e assist dei “suoi” esterni, Insigne e Callejon. Ma lui mi ha trafitto così: la differenza tra la Juve e le altre big, Real, Barcellona, City, PSG o aspiranti tali, come il Napoli, non sono le ali tecniche, chi segna, chi fa gli assist, ma gente come Mandzukic, un centravanti che ha vinto tutto e si adatta in fascia, ma non per giochicchiare e segnare, ma per vincere sul campo, per difendere la palla coi denti, ringhiare su ogni avversario, essere sempre al posto giusto nel momento giusto e con la giusta indole, lucidità e aggressività. Le altre ali crossano, segnano, dribblano, poi perdono palla e restano lì, o inseguono un po’ e delegano a “quelli dietro”, Mandzukic invece non la perde mai, insegue per 50-60 metri, -non solo una volta, ma sempre-, va a prendere avversari non suoi, si mette in mezzo, copre varchi e spazi non suoi che potrebbero portare alla sconfitta, va in porta quando Buffon esce, al centro quando i centrocampisti soffrono, in area quando il centrale esce e guarda anche Higuain come lo imita, non l’ho mai visto così generoso in mezzo al campo. Neymar è mille volte più forte di Mandzukic, eppure alla fine dei conti, chi ha fatto un assist dei due? Chi ha difeso la sua metà campo e la sua porta come se non ci fosse un domani? Chi è stato più utile per andare avanti? Sono rimasto in silenzio un po’ dandogli ragione un po’ pensando che comunque un esterno più tecnico e magari capace di vedere la porta non sarebbe stato male e la sera Mandzukic ha messo dentro quel tiro a giro. Diavolo di un padre e diavolo di un Mandzukic!

Ora ci esaltiamo, tutto torna, tutto è perfetto. Il Barca era quindi fortissimo, batte il Real e lo impegna ad un finale di Liga serrato, la Juve passeggia e ha lo scudetto in ghiaccio, ideale per giocarsi la semifinale col Monaco. La Juve ha la miglior difesa del mondo, sterilizza il miglior attacco della storia, abbiamo dei fenomeni davanti, 11 uomini versatili, tosti e potenzialmente devastanti, una rosa lunghissima, lo Scudetto in pugno, in finale di Coppa. Non ci interessa del triplete ma di arrivare in fondo a tutto e vincere quanto più possibile. Ma tutto questo, senza le ultime necessarie e fondamentali imprese resterà un fantastico quadro a metà, un meravigliosa Ferrari ferma in garage, un sublime coito interrotto. Non varrà nulla.

Ecco perché le prossime due gare (Atalanta e Monaco) potrebbero essere le due trasferte più decisive degli ultimi 20 anni, un risultato positivo a Bergamo metterebbe l’ultimo chiudo sulla bara del sesto leggendario scudetto, uno a Monaco proietterebbe la Juve sul lussurioso rettilineo per Cardiff. Tutto può essere scritto -il Tutto che stiamo sognando da 20 anni- e nulla ancora è stato delineato. E’ una vertigine pazzesca, essere così in alto, a due passi da un cima storica ed agognata, vagheggiata dentro sia negli anni dei fasti, sia in quelli degli stenti e poi della graduale rinascita. Un trionfo che sarebbe quanto mai meritato per l’intero progetto e percorso Juve, eppure c’è il rischio di poter mancare la vetta più irta, consapevoli che qualsiasi risultato diverso saprà di scivolata a precipizio nel solito doloroso baratro. Ci arriviamo bene, forti, in forma e consapevoli di pregi nostri e altrui. Inizia l’ultimo tratto della scalata, inalate bene tutto l’ossigeno possibile, poi sarà apnea e polmoni che scoppiano.