Effetto Warriors

di Claudio Pellecchia |

A parziale giustificazione valga il fatto che nessuno, ma proprio nessuno, della redazione di Juventibus (e, suppongo, anche parecchi di voi) credeva che un Gonzalo Higuain di bianconero vestito fosse possibile. E, del resto, ci avevano già pensato Benedetto Minerva (qui) e Davide Terruzzi (qui) a spiegare come, dal punto di vista economico, questa operazione somigli molto a un bagno di sangue per una situazione finanziariamente complessa come quella della Juventus attuale. Quindi quando parlavo di trollata del decennio in relazione a tutto questo, avevo più di qualche buona ragione per sentirmi in una botte di ferro. Così non è stato, ho sbagliato e faccio pubblica ammenda. Per quelli che saranno, poi, effetti e conseguenze dell’approdo del ‘Pipita’ a Torino, conviene aspettare i giusti tempi tecnici necessari a una valutazione.

Non così per quel che riguarda l’ “effetto Warriors”, ovvero qualcosa di cui è stato possibile intuire la portata nelle scorse ore. E che a chi, come me, è appassionato di basket Nba, ha ricordato quanto accaduto al di là dell’Atlantico. In parallelismo che ha dell’incredibile, i Golden State Warriors hanno ben pensato di ingaggiare in free agency (la loro campagna acquisti) Kevin Durant, stella di prima grandezza nonché uomo simbolo dei rivali degli Oklahoma City Thunder. Passare da squadra più amata, foriera di un tipo di gioco come mai prima e mai dopo, a più odiata il passo è stato brevissimo. E Durant, come Higuain, si è visto destinatario di tutta una serie di epiteti di cui “perdente” e/o “traditore” risultano quelli più riferibili.

Vale la pena continuare su questa strada. Perché, in entrambi i casi, due squadre già forti adesso diventano fortissime. Perché, in entrambi i casi, la vittoria non diventa più un’opzione ma un obbligo. Perché, in entrambi i casi, ogni sconfitta sarà una vittoria per gli altri. E perché, in entrambi i casi, siamo alla presenza di due fenomeni assoluti, tacciati di vigliaccheria per aver scelto ciò che la vox populi identifica come “la strada più facile”.

Soffermiamoci un attimo su questo concetto. E’ davvero così? Davvero scegliere di andare dove non è ammesso il fallimento è il salvacondotto più comodo? Permettetemi di dubitarne. Perché, qui come in America, “nothing is given, everithing is earned”. E anche le stelle di due ‘Dream team’ o presunti tali, dovranno guadagnarsi sul campo ogni singolo punto, ogni singolo gol, ogni singolo canestro. Più di quanto avrebbero dovuto fare altrove, visto che se competere non è scontato, vincere lo è ancora meno. Soprattutto se sei obbligato a farlo.

Bisognerebbe valutare anche questo, oltre all’inflazionata giustificazione della voglia di vincere (ed è indubbio che ci sono molte più probabilità di farlo ai Warriors e alla Juventus, piuttosto che ai Thunder e al Napoli), qualora si scegliesse di commentare una scelta di vita non solo di sport. Troppo spesso si dimentica che un atleta, soprattutto se un atleta ai massimi livelli, vive per gareggiare, per vincere, per lasciare un segno nella storia. E quando sente di non poterlo fare, quanto meno nel modo che lui vorrebbe, sta male, diventa preda dell’ancestrale paura di essere ricordato come un perdente di successo e nulla più. A quel punto non conta più l’amore dei tifosi, il calore della città, l’emozione dell’ambiente e tutto ciò che è diventato oggetto di una retorica stantia: in una forma di egoismo belluina, quasi animalesca, conta solo ciò che vuoi tu non quello che gli altri vorrebbero da te. E, di colpo, tutto diventa spiegabile, anche il “tradimento” per abbracciare la causa della rivale storica. Pazienza se, in caso di sconfitta, ti verranno a prendere ovunque tu sia per rinfacciarti sconfitta e tradimento.

Potrà non piacere ma funziona così. E conviene ricordarselo per quando Higuain sbaglierà un rigore o un gol in una partita decisiva e Durant sparerà sul primo ferro il buzzer beater di una possibile vittoria in gara 7. “Niente viene regalato, ogni cosa va conquistata”. Parole di LeBron James che, nel 2011, andò via da infame dalla natìa Cleveland per andare a vincere due titoli a Miami. Salvo tornare da eroe e battere proprio i Golden State Warriors nella più incredibile delle finali.

Non esistono squadre imbattibili. Tanto meno quelle con un puntero argentino di 29 anni pagato 94 milioni. Tenetelo bene a mente.

p.s. già so che c’è chi alzerà la mano e dirà: “Ma Maradona da una parte e Michael Jordan dall’altra hanno vinto anche senza scegliere di giocare con i più forti”. Vero. Ma non potete pretendere che l’eccezione diventi la regola.