Eccitazione e/o equilibrio: siamo nelle mani di Massimiliano Allegri

di Luca Momblano |

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Che cos’è l’eccitazione?

Un campionato che riparte, nuovo, con nuovi rapporti di forza tutti da dimostrare, tutti da zero ma con una favorita netta, con una pazzesca novità che il campionato italiano manco poteva immaginare, lui con le sue pose e con le sue lune. Con sette di fila, con un nuovo capitano, con un grande grosso parametro zero, con due (o tre) terzini alla brasiliana, con rincalzi che mai parola fu più inadatta, con la maglia che poi è settembre e ci si è già abituati. Con il Bentegodi e poi con lo Stadium, con Birsa e poi con Milinkovic-Savic, poi un paio di volte anche con Higuain, poi chissà mai se con Messi o Buffon o o Guardiola o Mourinho. Con le tv, le radio, i siti, i social, i meme, i momenti, le spigolature, i pali, i cristi, i gol, i mammasantissima ogni volta che gli undici, a giro, fanno ciò che sanno fare.

L’eccitazione però vive del climax, dura il giusto, in genere poco, per definizione. Lascia in eredità senso di benessere, fierezza, attaccamento, desiderio della prossima volta.

 

Che cos’è, invece, l’equilibrio?

E’ quella cosa che basta un attimo e… CRACK. Un attimo e tutto salta per aria, poi la ricuci, poi la perdi, la riprendi, sei forte, il più delle volte la porti dove volevi tu. La partita. Guardarla come da fuori, come un Subbuteo, come un gioco a turni. O come guardarla da dietro, come faceva Buffon, come continueranno a fare i difensori, primi allergici al disequilibrio quando a pensarci dovrebbero essere i centrocampisti. Ricercarlo, l’equilibrio, vuol dire muovere lo status quo, usare tutti i mezzi a disposizione, corpo tuo e corpo dell’avversario, palloni, bandierine, vecchi trucchi. Ma, soprattutto, equilibrio è il soggetto, il diktat, dei quattro anni che hanno riposizionato la Juventus grazie alla somma con il propulsore (non inesauribile) del triennio precedente. Equilibrio è in assoluto stabilità, consapevolezza sommata alla padronanza, dove la padronanza non è essere dominante e dilagante, ma produzione di situazioni di gioco costantemente efficaci. Si tratta dell’appararato delle armi di offesa, anche poche, ma più brutali delle avversarie proprio perché la armi di difesa valgono almeno altrettanto e ognuno congegna le sue.

L’equilibrio vive di relatività – il tuo modo di essere che manipola la natura dell’altro – dura sul lungo periodo, anzi in questo si affina, fino a diventare una vera e propria gabbia che fa impazzire e infine desistere e stendere anche il più feroce. Lascia in eredità senso di smarrimento diffuso, tranne che per chi lo produce dall’interno e ne conosce pesi, contrappesi e punti di approdo. L’equilibrio lascia voglia e necessità di migliorarsi in eterno, è un concetto sempre appeso, volatile, non immune a fattori esterni. La partita perfetta non esiste, l’undici contro zero non esiste, perché l’equilibrio non ha nulla di epico, è puro realismo che contiene una sfera, un rettangolo, due trasversali, diciassette regole e massicce dosi di buonsenso.

 

“C’è eccitazione, una bella eccitazione, giusta. Adesso la nostra bravura è quella di trasformare in modo più veloce possibile l’eccitazione in equilibrio. Perché la stagione è lunga, gli obiettivi sono i massimi e di semplice non c’è nulla”.

 

Parole di Massimiliano Allegri non appena terminata l’esibizione di Villar Perosa. E allora tutto è più netto, chiaro, fluido quando si tratta di cercare di comprendere la dicotomia, il dualismo in termini, di chi chiede le vittorie, il trionfo finale, il fine che giustifica i mezzi, ovvero chi condivide la storica filosofia societaria bianconera e chi invece chiede esuberanza, arrembaggio, nessuna pietà, divertimento estremo, più ancora e più forte ancora di quanto sia stato possibile offrire in un ciclo senza precedenti, dove lo scotto sono partite nelle partite riuscite male (venti iniziali e venti finali Berlino, cinque più quaranticinque Cardiff) e comunque, per come ci si è arrivati, non sarebbe comunque stato abbastanza.

Eccitazione e equilibrio, nel calcio, possono talora fondersi. Quando lo fanno, si sfiora la perfezione. Ovvero la sovrapposizione quasi totale di concretizzazione e percezione. Non stanno quindi a prescindere all’opposto e forse – annunciando l’obiettivo Champions senza se e senza ma – è lo stesso club a guardare i centimetri che mancano sopra la testa verso il soffitto che ha ospitato poche formazioni nella storia. L’invito diffuso (ma se vinci quella Coppa allora vale tutto) a Massimiliano Allegri è quello di non mettere la cera e togliere la cera, ma modellare la cera. Quindi riuscire a far convivere due pericolose anime elette di questo sport, l’idealista e il cinico, ogni giorno, in progressione, di fronte agli occhi della squadra. Proprio adesso, ora che è giunto il momento di essere (nuovamente) tra i colori e i simboli più osservati del pianeta. Sarà un privilegio tifarla o raccontarla o allenarla, con l’adrenalina – mai uguale alla volta precedente – che ci consegna lo 0-0 al fischio d’inizio.

Buona stagione a tutti.