E SE… 2017/18 – Luciano Spalletti

di Alex Campanelli |

4 giugno 2017. Il giorno dopo Cardiff. Allegri incontra Marotta e Agnelli. Nessun annuncio ufficiale, ma da entrambe le parti sembra trasparire il desiderio di cambiare. Il mister è a caccia di nuovi stimoli, che una nuova stagione sulla panchina bianconera potrebbe non garantirgli, dal canto suo la dirigenza vorrebbe puntare su un volto nuovo, che possa motivare un gruppo probabilmente appagato. Nei giorni seguenti rumours continui: gli stimolanti Klopp e Tuchel, gli autarchici Giampaolo e Di Francesco, le suggestioni Zizou, Didì e Carrera. Finché il 15 giugno, in un pomeriggio abbacinante di sole Beppe Marotta annuncia: “L’allenatore della Juventus per la stagione 2017-2018 è….”

 

Educazione Spallettiana

 

“…Luciano Spalletti, per il quale la società ha versato un indennizzo di 2 milioni di euro per liberarlo dalla società AS Roma”. Mai la Juve aveva investito per liberare un allenatore dal club di appartenenza, un coup de théâtre assolutamente inatteso visto il fresco rinnovo con la Roma del tecnico di Certaldo fino al 2020, con un ovvio obiettivo: il consolidamento nell’élite europea. Tentato invano l’assalto a Nainggolan, poi passato al Real Madrid, il primo colpo della Juve spallettiana è Casemiro, arrivato a Torino per 43 milioni di euro, seguito dalla cessione di Sturaro e Lemina e di Marko Pjaca, portato a sorpresa a Londra da Allegri. Spalletti e Marotta (mai un allenatore aveva avuto così tanto potere nelle scelte di mercato) investono il resto del ricavato nel riscatto di Benatia e nel ’96 Gabriel Boschilia del Monaco, subito indicato come “il nuovo Gerson” dai (tanti) critici del nuovo corso. Sfruttata l’opzione Berardi, l’esterno viene girato alla Roma in cambio di Skorupski, contattato da Spalletti mesi prima con la promessa di farne “il portiere titolare di una big“.

Il cambio di filosofia è repentino: Spalletti impone da subito il 3-4-2-1 visto a Roma, ma in chiave marcatamente più offensiva, con la ricerca del gioco come massima espressione della superiorità tecnica della squadra. I mugugni dei senatori (su tutti Khedira e Chiellini), riportati dagli insider, vengono soffocati dalle conferenze del mister che predica “il risultato come conseguenza del predominio tecnico e territoriale“. Sin dal primo giorno appare chiara la volontà del tecnico di azzerare le gerarchie precedenti, nel tentativo di smuovere un gruppo dall’anima divisa a metà: da una parte chi è consapevole di aver ormai raggiunto lo Zenith con la maglia bianconera, dall’altra giovani e giocatori non ancora realizzati con la voglia di spaccare il mondo. Prima del vittorioso esordio in Supercoppa, Bonucci dirà di lui: “Non ho mai lavorato con un tecnico, anzi con una persona, come Luciano: ci ha chiesto la più totale e cieca fiducia nei suoi dettami, è paterno ma maniacale con Mandragora così come con Buffon, ci ha scolpito in testa i suoi obiettivi che sono diventati i nostri“.

La prima Juve di Spalletti si schiera con Buffon tra i pali, Rugani, Bonucci e Benatia in difesa, Cuadrado e Sandro sulle fasce, Marchisio e Casemiro al centro e Dybala e Pjanic a supporto di Higuain, con Mandzukic pronto in caso di passaggio al 3-4-1-2. La soluzione col doppio pivot, vista come troppo offensiva, diventa in realtà l’arma tattica preferita da Spalletti a gara in corso, con Mario prolungamento in campo del tecnico che ben presto fa suo il motto “safety first” a dispetto dello schieramento spregiudicato. Chiuso il girone d’andata al primo posto in campionato e nel girone di Champions, la sosta invernale porta con sé l’infortunio di Buffon e la frattura tra Spalletti e Marchisio, finito più volte in panchina in favore della rivelazione Mandragora. Il numero 8, peraltro palesemente in calo, attacca il tecnico di Certaldo che in conferenza arriverà a citare Educazione Siberiana, affermando che “La fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna mai più“.

In inverno la Juve richiama Spinazzola, prestato alla Lazio, e acquista Danilo Pereira dal Porto, con Lichtsteiner che raggiunge Giovinco a Toronto. Il portoghese sembra spingere Marchisio verso la clamorosa cessione, ma Claudio stronca sul nascere i rumours definendosi, freddamente “A disposizione del mister, nel quale nutro una profonda fiducia“. Le ottime prestazioni di Skorupski spingono Spalletti a confermare il polacco anche al rientro di Buffon, col capitano bianconero che si accoda placidamente (e inaspettatamente) alle dichiarazioni di Marchisio. In Champions la Juve supera Lipsia e Manchester City (protagonista Skorupski ai rigori) e in semifinale pesca il Bayern Monaco; Spalletti, per necessità (Mandragora ai box, Danilo ineleggibile in CL) ma non solo, scende a più miti consigli con Khedira, Chiellini e soprattutto Marchisio, cospargendosi il capo di cenere affermando che “Alla Juventus vincere è l’unica cosa che conta, ma nel farlo ho trascurato lo stile del club, solo gli stupidi non cambiano idea“.

Con Marchisio in campo dal 1′ e Skorupski ancora in porta, la Juve impatta per 0-0 all’Allianz e al ritorno si porta avanti per 1-0 a 10′ dalla fine grazie a un eurogol del subentrato Boschilia. Il vantaggio regge fino ai minuti di recupero, quando un tiro-cross di Di Maria coglie impreparato Skorupski e sancisce l’eliminazione dei bianconeri. E’ la goccia: lo Scudetto arriva comunque, ma la spaccatura ormai insanabile tra giovani (dalla parte del tecnico) e senatori lascia presagire un’imponente rivoluzione estiva.