E SE… 2017/18 – Diego Simeone

di Jacopo Azzolini |

Diego Simeone

4 giugno 2017. Il giorno dopo Cardiff. Allegri incontra Marotta e Agnelli. Nessun annuncio ufficiale, ma da entrambe le parti sembra trasparire il desiderio di cambiare. Il mister è a caccia di nuovi stimoli, che una nuova stagione sulla panchina bianconera potrebbe non garantirgli, dal canto suo la dirigenza vorrebbe puntare su un volto nuovo, che possa motivare un gruppo probabilmente appagato. Nei giorni seguenti rumours continui: gli stimolanti Klopp e Tuchel, gli autarchici Giampaolo e Di Francesco, le suggestioni Zizou, Didì e Carrera. Finché il 15 giugno, in un pomeriggio abbacinante di sole Beppe Marotta annuncia: “L’allenatore della Juventus per la stagione 2017-2018 è….”

 

Cholismo bianconero

 

“…Diego Simeone. La società si assicura un allenatore di straordinaria caratura e voglia di vincere dimostrata negli anni al Club Atletico de Madrid. Un colpo di scena che nessuno si sarebbe aspettato: né in Italia, né in Spagna. Giubilo ed estasi nel popolo bianconero, totale incredulità e angoscia nella Milano nerazzurra, coi tifosi scioccati dal fatto che una storica bandiera che all’Inter ci ha giocato per ben due anni scelga di sedersi sull’odiata panchina bianconera. Il saluto del Cholo ai tifosi rojiblancos è commovente, e gli viene dedicata una serata al Vicente Calderòn ormai prossimo all’abbattimento. C’è senza dubbio rammarico: sia per non essere riuscito a portare quella maledetta Coppa a Madrid, sia per non poter allenare nel primo anno in cui i colchoneros si spostano alla “Peineta”. In ogni caso, Simeone ha riportato nell’élite europea uno storico club proveniente da un quindicennio terribile: promette ai tifosi che il suo è solo un arrivederci.

Da classico sudamericano che dà grossa importanza alle origini ed al clima familiare, la scelta dell’abitazione è una prerogativa importante. Rispetto ai molti calciatori che optano per la collina o il centro, il Cholo sceglie un elegante palazzo all’interno del quartiere “Quadrilatero” di Torino, pieno di locali etnici: grazie ai numerosi ristoranti argentini presenti in zona, Simeone e consorte possono usufruire in qualsiasi orario di tutto l’asado che un uomo può desiderare.

Sin perder nuestras costumbres argentinas y disfrutando un lindo día de descanso en Madrid

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In sede di mercato, inizia a sorgere qualche discussione con Marotta e Paratici. Con l’eccezione della retroguardia, la dirigenza non vorrebbe cambiare molto, mentre Simeone sottolinea che “la squadra migliora con l’arrivo di 3/4 giocatori ogni stagione, per la freschezza che portano“. Nonostante il tecnico argentino spinga prevalentemente per Koke, la Juventus decide di effettuare il maxi investimento Saul Niguez, anticipando i club di Manchester. I bianconeri sostituiscono quindi il partente Khedira nel migliore dei modi, con un fenomeno classe ’94 capace di giocare sia con la mediana a due che con quella a tre. Esautorati Barzagli e Chiellini, la Juve sorprende ancora e dimostra di pensare al futuro ingaggiando Aymeric Laporte, anch’egli classe ’94, dall’Athletic Bilbao.

In avanti, la dirigenza non riesce a liberarsi di Mandzukic, che rimane esclusivamente come vice Higuain: più spazio a Pjaca ala, con l’importante innesto di un colpo “alla Marotta”, Memphis Depay, in prestito oneroso dal Lione, quasi un risarcimento per la beffa Tolisso. Addio a Sturaro e Rincon, El Cholo si mette in testa di rigenerare Lemina. Rispetto al passato, c’è la volontà di una rosa più corta ma allo stesso tempo affidabile a 360°.

La Juve, con quindi il 442 sempre più consolidato, inizia la stagione con qualche scialbo pareggio che fa storcere il naso ai tifosi più per il gioco latitante che per i punti. Giornata dopo giornata però la Juve del Cholo entra in condizione, con una prepotenza quasi arrogante nel far pesare la propria superiorità tecnica alle rivali di A. Fioccano le vittorie nette. Il “ganar conduce a ganar” di Simeone ben si coniuga con lo storico motto juventino “vincere è l’unica cosa che conta“.

Non tutti i tifosi sono entusiasti del gioco: per il salto di qualità post Allegri, ci si augurava una squadra più dominante palla al piede. Eppure l’intensità turbinosa e la profonda coerenza tattica in entrambe le fasi cominciano a cementare i consensi, con gli opinionisti che apprezzano organizzazione e velocità con cui la Juve arriva in porta. Dybala e Higuain diventano animali da pressing e, come nel suo Atleti, nella nuova Juve trasuda un’unità d’intenti tra tecnico e giocatori che ricorda nitidamente il primissimo Conte. “Il gruppo deve essere omogeneo e compatto, stando sopra alle individualità, voglio il mille per cento da tutti e lo voglio per la squadra“.

Serie A senza grosse sorprese, ennesimo dominio a tinte bianconere che sembra incanalarsi preso nel settimo scudetto consecutivo. Simeone irride le (poche) polemiche arbitrali anzi, è lui ad attaccare sempre prima degli altri “il nostro rigore non solo era solare, ma ce n’erano altri due prima, abbiamo vinto perché siamo più forti, nonostante l’arbitro”. Al mister argentino Higuain fa brillare gli occhi, come e più dei tempi di Diego Costa, e si coccola anche Dybala -è più forte di Griezmann, non ci sono paragoni- andando a difenderlo anche sul campo nella clamorosa rissa post Genoa-Juve. “Dopo anni in cui ho lottato contro giganti come Barcellona e Real, ora guido io i giganti”, la Juve di Simeone è cattiva, fortissima, prepotente dentro e fuori dal campo. Le urla del mister, le corse di gioia, le esultanze sotto la curva e la rabbia ai microfoni mandano i tifosi in visibilio dopo gli anni del sobrio Allegri.

In A, Inter-Juve diventa un ciclone sonico con fischi incessanti ai bianconeri e al traditore Simeone che a fine gara, con i tre punti in tasca dirà “speravo fischiassero più forte, per me era musica”. All’Olimpico di Roma, invece, la Curva Nord laziale abbandona la contestazione a Lotito solo per lunghissime celebrazioni a Buffon e Simeone.

Nella conferenza d’esordio Simeone entra subito in sintonia col popolo Juve parlando di “quella maledetta Coppa..”. Nessuno come chi l’ha persa due volte in finale dopo i 90 minuti può incarnare meglio la bramosia Champions. Il sorteggio è benevolo, la Juve supera con facilità il girone, eliminando la sorpresa Nizza gli ottavi. Ai quarti c’è il primo incontro-scontro epocale: il Manchester di uno sprezzante Mourinho che invita la UEFA a “mettere delle guardie del corpo” per separarlo dalle ire del Mono Burgos il fido secondo del Cholo (i cui scouting cercano in tutto il globo un profilo convincente per il dopo Buffon). Il bunker eretto dal tecnico portoghese può poco contro la superiorità della Juve. Sorteggio delle semifinali. Proprio lui! Ce la vediamo col Chelsea del grandissimo ex Antonio Conte.

Il doppio confronto è di altissimo livello, coi due tecnici che si sfidano a colpo di maestria tattica. Due sfide a scacchi epiche, 180 minuti da manuale del calcio. Adani in delirio dirà alla fine dei 90 minuti del ritorno a Londra: “Posso anche morire felice, ho visto LA perfezione tattica fusa in un match di calcio”. I supplementari sono uno spettacolo di passione ai limite dell’epica. Ma il vero show è sulle panchine, con i due tecnici invasati, quasi alle lacrime, o al sorriso isterico. Non si contano le volte in cui El Cholo si aggiusta la camicia. Rigori. Dybala GOL, Pjanic GOL, Pipa PALO, Saul GOL, Pjanic GOL, Pjaca alto. Decisivo il settimo penalty: Kantè centra uno steward al secondo anello. Cuadrado sul dischetto per la finale. Scivolae calciando in modo pessimo, supera Courtois e porta la Juve in finale contro il Real Madrid. Conte si abbatte sul suolo dello Stamford Bridge, Simeone travolge tutti, devono placcarlo in tre, della Juve, per buttarlo a terra in un abbraccio di felicità infinita.

Per quanto il Cholo ami convivere con la tensione, le settimane di preparazione della gara sono terribili.  E’ la terza finale europea contro il Real in 5 anni. E’ l’ennesima finale per la Juve. La rivincita della vita, o la morte nera, contro il Nemico di sempre. La Juve pareggia le ultime inutili 3 gare con lo Scudetto già vinto. Nella lunga vigilia della finale Simeone resta ore al telefono coi tre figli, il tipico suo momento terapeutico del pre match: “Parlo con loro tre prima di ogni partita“. Se tra i giocatori c’è un ottimismo contagioso, Simeone è incerto forse come mai in carriera.

La finale di Kiev non è molto diversa dagli scontri europei delle ultime stagioni tra Real e Atletico. Gara tesa e poco divertente, mosse e contromosse, un teatro di guerra di attesa. Dopo 44 minuti di stallo, come due lottatori alla pari in tutto e per tutto, su una punizione da destra di Dybala spunta il poderoso stacco aereo di Bonucci: 1-0! I bianconeri tengono bene il risultato, abbassandosi però troppo nella ripresa con le folate di una BBC ritrovatissima che allenta poco a poco i bulloni del blindato bianconero. Milioni di spettatori in tutto il mondo cominciano a tifare Juve per quel Pipa che ha perso finali in sequenza, per quel Cholo che in panchina sta sudando e sputando sangue. Poco prima del 90′, il Real ha un corner: essendo in questi anni miseramente fallita qualsiasi soluzione per fermare Sergio Ramos, i giocatori della Juve adottano una tattica che sciocca milioni di persone in tutti i continenti. I bianconeri svuotano totalmente l’area nel tentativo di deconcentrare e mettere ansia a Ramos, sperando in un suo errore. Simeone, dopo averci riflettuto per giorni, è arrivato a tale scelta: tanto, non può comunque andare peggio delle altre volte…