E adesso siamo chiamateci tutti allegriani

di Valeria Arena |

Non so da dove iniziare, sono sincera, se da Antonio Conte che continua ad alimentare una fiamma ancora inspiegabilmente accesa – dico inspiegabilmente perché sette anni, nel mondo degli adulti, sono un tempo sufficiente per dimenticare e superare qualunque tipo di angheria subita, considerando pure che, nel caso specifico, l’angheria è stata compiuta da lui – o se da Andrea Pirlo che sogghigna quando gli danno dell’allegriano, lui che è stato sia un seguace di Maurizio Sarri, sia uno dei commensali che sedevano al tavolo dell’all you can eat dopo aver trovato sbarrato il ristorante da cento euro.

Non so da dove cominciare perché continuare ad assistere a questo lancio di stracci senza senso, dal momento che nel calcio capita sovente che una squadra perda e l’altra vinca, fa parte del normale corso degli eventi, è diventato francamente imbarazzante, un po’ come quando i padroni di casa iniziano a litigare durante una cena a cui sei stato invitato e ti chiedi sconcertato e in imbarazzo per quale ragione non abbiano la decenza di aspettare che tu vada via. Forse l’unico è Andrea Pirlo, il pivello, quello che ha capito che per raggiungere un obiettivo bisogna essere pragmatici, fare piuttosto che pensare, e lo ha capito dopo aver preso schiaffi da Antonio Conte, schiaffi che ha restituito nel pieno rispetto delle convenzioni del mondo adulto: usando la testa e non la pancia. Lavorando, insomma.

Da qui il parallelismo con Massimiliano Allegri, che se non è il re del pragmatismo, poco ci manca. Ci penso da tempo, da quando ho sentito e visto saltar fuori il nome di Allegri praticamente sempre, ogni volta che capitava qualcosa dentro o fuori dal campo e ogni volta che si voleva ridurre un qualsiasi tipo di vicenda a un preconcetto; e ho capito che il calcio giocato non c’entra più nulla, anche perché in campo non vediamo nulla di nuovo che non sia già stato canonizzato da qualcun altro anni fa, e che l’allegrismo, creato da noi e non certo da Allegri, è ormai diventata a tutti gli effetti una filosofia di vita, spiegata benissimo più fuori dal campo che dentro.

Motivo per cui, e mi assumo tutta la responsabilità di questa proposta indecente lanciata prematuramente con il vento che soffia altrove – ma se Pirlo la lancia, io devo schiacciarla, perdonatemi – propongo di stampare sulle maglie celebrative, se mai dovessimo vincere il decimo, la frase chiamateci pure allegriani sulla schiena e un bel dieci e lode sul petto. D’altra parte, siamo di fronte a un allenatore accompagnato alla porta che fa ancora le sviolinate e a un altro, che alla porta ci è andato da solo, anche se poi era una finestra, che fa il dito medio al suo Pippo Baudo, ché viene da urlare ringrazia il cielo se sei su questo palco, rispetta chi ti ci ha portato dentro. Dito medio che, se hai più di diciassette anni, è motivo di Fremdschämen, esattamente come il cappello con la visiera.

Sul fronte opposto, allo stesso modo, dare del coglione a uno di cui sei riuscito facilmente a fare a meno, facendo addirittura meglio, non è proprio segno di sintomatica calma, così come non è spia di superamento del torto subito. Insomma, questi due si pensano ancora po’ prima di andare a dormire, e non so se perché si vogliono ancora un po’ di bene o se perché hanno capito di non tollerarsi più, o, molto probabilmente, per entrambe le cose.

Ogni Juve-Inter, o Inter-Juve, che dir si voglia, è fonte di innumerevoli scoperte, come quella relativa all’origine culturale e non naturale nell’essere juventini. Nonostante da anni pensiamo di essere nati col sangue bianconero, almeno noi che abbiamo famiglie juventine da generazioni, juventini lo siamo diventati col tempo, esattamente come Conte che, essendo nato altro, resta atipico come bandiera bianconera.

Per anni ci siamo detti contiani, abbiamo sperato di essere contiani, abbiamo bramato di essere contiani, per poi ripudiare tutto confidando di diventare allegriani. E così è stato, e Andrea Pirlo, ridendo sotto i baffi, lo ha ricordato. Lo stesso Andrea Pirlo che, quando ero piccina io, non era possibile immaginare senza la maglia del Milan.

Juventini si diventa, se non lo abbiamo ancora capito, ma si può pure disimparare a esserlo con lo schiocco della dita.


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