Dybala, un imprevisto è (o forse era?) la sola speranza

di Giuseppe Gariffo |

“Un imprevisto è la sola speranza”. Così sentenziava il poeta Eugenio Montale, dando una chiave di lettura interessante di quella quotidianità della vita che, lentamente, ti toglie il respiro tra le piccole certezze del “già noto” e le paure dell’ignoto da conquistare (o da cui essere conquistati). Qualcosa che viene da fuori, che non dipende da te, può spezzare la routine e darti l’opportunità di un colpo d’ala, in un aut-aut tra la rinascita e l’inabissamento.

Dopo l’opaca stagione 2018-19, la vita in bianconero di Paulo Dybala sembra giunta al capolinea, una fase di stanca senza apparenti vie d’uscita. A volte scelto con compiti poco congeniali alle sue caratteristiche, altre escluso, altre schierato come la stella di una squadra di seconde linee in partite poco adrenaliniche, è apparso abulico, fuori contesto, fumoso e a tratti quasi demoralizzato.

Il sottoscritto fece su di lui il suo primo pezzo per Juventibus, oggi ritrovabile qui, per commentarne l’acquisto dal Palermo, squadra della mia città. Poi ne è sempre stato il primo difensore, arrivando persino a “litigare” con amici per assumerne le difese.

Sempre pensato, dopo l’impatto devastante al primo anno in bianconero e la doppietta al Barcellona dell’anno dopo, che il modo di giocare della Juventus ne abbia troppo penalizzato le doti. Squadra bassa, spesso lunga, con ruoli statici, poco propensa al possesso palla e al palleggio. Roba che fa a pugni con il calcio della Joya e che ha avuto la sua sublimazione nel primo tempo contro l’Ajax, con la marcatura a uomo su De Jong (che pure fu efficace, fino all’uscita per infortunio).

Mi sono trovato addirittura a battibeccare con i vicini di posto in Tribuna Est, alcuni dei quali lo hanno simpaticamente etichettato “bimbominkia”. Un epiteto del genere non rende giustizia a nessuno, meno che mai ad una ragazzo di cui sappiamo poco. E tra quel poco c’è l’essere rimasto orfano del papà da bambino, l’aver traslocato “dall’altro mondo” alla Sicilia a 19 anni per giocare a calcio da professionista, l’aver raccolto (e alla grande) nella Juve vicecampione d’Europa l’eredità di Carlos Tevez, l’aver fatto tre gol in tre partite alle prime due grandi squadre affrontate in Champions (Bayern e Barcellona).

E poi? La crescita si è indubbiamente fermata. Dopo quella doppietta sotto gli occhi del suo idolo Messi, il mondo ne parlava come uno dei talenti pronti a dividersi lo scettro del post-dualismo Pulga-CR7. La promessa non è stata mantenuta e non è il caso di ripetere le attenuanti, già scritte e per me pesanti. Paulo ci ha messo del suo per incastrarsi nel loop di negatività che lo ha coinvolto nell’ultimo anno e mezzo. Ci sono state partite in cui, pur in un contesto tattico non vantaggioso, avrebbe comunque potuto dimostrare di essere sempre lui. Pensiamo alla partita di Ferrara o ad alcuni ingressi in campo nei 20′ finali. Invece l’avvitamento verso una normalizzazione che non gli dovrebbe appartenere è stato incessante. Persino la forma fisica, ultimamente, è sembrata poco presentabile.

Quale scenario per il suo futuro? Onestamente Dybala sembra ormai fuori dal cuore del progetto Juve. Non sappiamo e non vogliamo indagare sulla psiche, perciò glissiamo sulla sua presunta “sofferenza” per la stella Cristiano Ronaldo, che ha focalizzato le luci del proscenio su di sé. Ma è evidente come la sua centralità, che lo aveva portato anche ad indossare la prestigiosa 10 bianconera, sia ormai un ricordo. Sia sul campo che sul piano dell’immagine mediatica del club. A ciò si aggiunge che, malgrado le ultime apparizioni poco convincenti, la Joya continua ad avere un valore di mercato alto e tanti estimatori. Una sua cessione potrebbe essere logica e funzionale, nell’ottica di reperire i fondi necessari al rafforzamento dell’organico in altri reparti. Anche per lui, confrontarsi con un ambiente nuovo potrebbe essere la scelta più adeguata. Sembra proprio che siamo ai saluti.

Poi ci sono gli imprevisti. Quei quid, quegli incontri che possono rivoluzionare ciò che sembra ormai cristallizzato, inscenare improbabili nuovi inizi dove tutto sembra uguale. Magari un allenatore nuovo. Uno che tenga la squadra corta, compatta, sempre disponibile al palleggio, al possesso. Un uomo che provi a mostrare una proposta di calcio offensivo senza posizioni statiche, dove ogni pedina si muove in relazione con le altre e la squadra cerca di costruire gioco senza paura. Per valorizzare il talento, per mettere i talenti nelle condizioni di creare squilibrio in quei trenta metri dove le partite si decidono. Avrete capito a chi sto pensando.

Lui sarebbe in grado di salvare Dybala? Neanche un suo strenuo sostenitore come me è in grado, ormai, di dirlo con certezza. Ma se “Lui” dovesse arrivare nell’estate in cui la Joya ci saluta, rimarremmo sempre nel dubbio. Spero non “nel rimpianto”.


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