Dybala, U Picciriddu è cresciuto

di Silvia Sanmory |

U Picciriddu é fuoirte” (cit.)

Domenica sera ai blocchi di partenza di Lazio-Juve avevo addosso una strana inquietudine che ho tentato inutilmente di tenere a bada sgranocchiando convulsamente chips abbronzate con l’annato.

La causa del mio tormento: Dybala. Per essere precisi, la sua dipartita dall’Olimpo dei goleador: Paulo non segna dal 3 novembre scorso, rete che ha sbloccato il match contro il Cagliari; da tempo sbatacchiato in una moltitudine di cambi di ruolo, ormai più centrocampista o tuttocampista e meno bomber, sfiora molti palloni ma in posizione troppo arretrata rispetto alla rete.

Pensavo al carico emotivo aggiuntivo della divisa da fustigatore dei biancocelesti, come era stato decantato dai giornali nelle ore precedenti; alla Lazio la nostra Joya ha segnato 10 gol (2 dei quali con la maglia del Palermo), tra i quali la rete-guizzo del 3 marzo scorso, al 93’, stadio Olimpico (ma anche il San Paolo, a distanza) ammutolito di fronte a tecnica e resistenza del Picciriddu che, nonostante due laziali alle costole, con un sinistro in caduta all’incrocio ci ha regalato tre punti fondamentali. Chapeau.

L’anti Lazio come antidoto non ha dato gli esiti sperati; e a rincarare la dose il giorno successivo leggo i numeri delle statistiche: Dybala ha superato il record negativo dell’esordio in Serie A (stagione 2012 – 2013), vale a dire: 1 gol ogni 735 minuti quest’anno contro 1 rete ogni 417 nel Palermo al primo anno.

Dybala però ha altro da dire di sé, e ben altro che una semplice sfilza di cifre.

A partire dalla sua storia personale che in un certo senso affonda le sue radici a Krasniow, Polonia, sette km da Cracovia. Boleslaw Dybala, il nonno di Paulo, costretto dai nazisti ai lavori forzati durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo la prigionia decide di partire per l’Argentina; non ha soldi, non ha punti di riferimento nella terra della pampa incontrastata, ha solo molta forza d’animo e risolutezza.

I primi giorni dopo il suo arrivo sono traumatici; stremato dalla fame viene soccorso da alcune persone che gli offrono un lavoro presso un istituto religioso a Laguna Larga, cittadina in provincia di Cordoba.

Qui nasce Adolfo, il papà di Paulo, che da ragazzo si diletta con il calcio facendo il centrocampista nel Club Atletico Y Biblioteca Newell’s Old Boys di Laguna Larga; uomo a modo ed educato, in campo si trasforma tanto da guadagnarsi l’appellativo di “El Chanchio”, (“Il maiale”) per i suoi interventi duri e poco raffinati; Adolfo però non riesce a fare il salto di qualità e  decide di aprire una ricevitoria che gestisce insieme alla moglie Alicia, ricevitoria che chiama “La Favorita”.
E’ curioso il fatto che lo stadio di Palermo dove Paulo esordirà in Serie A, intitolato a Renzo Barbera, è chiamato dai palermitani proprio così, La Favorita, dal nome del parco cittadino nel quale sorge.

Adolfo ha un sogno: vedere uno dei tre figli, Gustavo, Mariano e Paulo, diventare un campione del calcio. Mariano ha grandi qualità tecniche ma manca di determinazione; Paulo, il più piccolo, è risoluto, appassionato e soprattutto è uno che non molla.

Ha soltanto quattro anni quando inizia a frequentare La Canchita del Seba, un campetto di fortuna circondato da pneumatici di camion dismessi ed utilizzati come spalti.

Era un posto bellissimo – dirà Paulo in un’intervista – qui tutti i ragazzi del mio quartiere si riunivano e sulla tribuna fatta con i pneumatici le persone si sedevano per vederci”.

Paulo è un predestinato, ha sempre la palla tra i piedi, ed è costantemente incoraggiato da Adolfo che lo sprona di continuo, mai contento dei risultati in campo; ad otto anni lo carica in macchina e lo porta ad un provino al Newell’s Old Boys, il blasonato club di Rosario, ma la distanza è troppa e nonostante Paulo venga scelto la famiglia si vede costretta a rinunciare.

Adolfo non si da per vinto ed ha un piano B, il provino con l’Instituto Atletico Central di Cordoba.

Pochi palleggi e qualche dribbling sono sufficienti al selezionatore Santos Turza per rendersi conto del valore e delle potenzialità del piccolino e per reclutarlo seduta stante.

 

Adolfo accompagna ogni giorno Paulo all’allenamento e segue religiosamente le sue mosse in campo.

Segnavo  due, tre gol a partita – ricorda Paulo – ma papà non era mai soddisfatto, si arrabbiava per gli errori.  E’ grazie alla sua perseveranza che sono arrivato dove sono”.

Adolfo però non vedrà “arrivare” il suo piccolino dai piedi magici all’esordio nella B argentina il 12 agosto del 2011 contro l’Huracan perché nel 2008 se lo porta via il cancro al pancreas del quale Paulo ignorava la gravità. Ci sono dolori che non passano mai, mancanze che si metabolizzano solo in parte ma che diventano linfa alla quale attingere per resistere: “Non facevo che piangere – racconta Paulo – ma ho tenuto duro. Dovevo farcela per  onorare la memoria di papà ed esaudire il suo sogno più grande”.

Paulo si trasferisce alla Augustina, il collegio dell’Instituto, dal quale esce solo per andare ad allenarsi, non si concede distrazioni nonostante i suoi quindici anni, si blinda con il suo dolore e con il pallone tanto da venire ribattezzato da un giornalista di un quotidiano di Cordoba “El Pibe de la Pension”.

Un altro giornalista del medesimo quotidiano, “La Manana de Cordoba”, vedendolo  segnare  nella seconda di Campionato, di testa, in tuffo, commenterà la rete con un entusiastico “Questo ragazzo è un gioiello”, termine che rimbalzando di articolo in articolo diventerà il soprannome che ben conosciamo.

La sua prima con l’Atletico sarà la stagione dei record: calciatore più giovane a segnare un gol nella storia del club, primo a giocare 38 partite su 38 in un Campionato argentino, primo a segnare due triplete in un Campionato Afa, primo calciatore ad andare a segno per sei partite consecutive.

Numeri che finiscono sul pallottoliere di PerinettiZamparini, DS e patron del Palermo, quest’ultimo arriva a dire “Dybala è come Messi” e stacca un assegno con la cifra astronomica di 12 milioni per assicurarselo nell’estate del 2012, suscitando perplessità e critiche.

Quando Franco Marchione, storico tuttofare del Palermo va a prendere Paulo all’aeroporto di Punta Raisi non può fare a meno di esclamare incredulo: “Chistu è un picciriddu” (“Questo è un bambino”); zainetto in spalla, volto da bambino, sguardo smarrito, pare un ragazzino catapultato sull’isola per errore, da consolare offrendogli un cono gelato.

Anche Zamparini stenta a credere di trovarsi di fronte il vero Dybala, il giovane goleador che con l’Instituto guadagnava 900 euro all’anno, ma che è un portento, quello pagato a prezzo d’oro tra lo scetticismo di quasi tutti ma con la speranza di vincere la scommessa.

Il Picciriddu ama il risotto ai frutti di mare di Mondello, che lascia solo per andare al centro sportivo di Boccadifalco, non alza mai il gomito, non fa bagordi né colpi di testa (se non in campo), mai in ritardo agli allenamenti, col pallone a compagno esclusivo di vita, nonostante un avvio un po’ stentato darà il meglio di se soprattutto nella stagione del ritorno in Serie A della squadra.

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“U Picciriddu é fuoirte”. E’ la frase del rispetto e della stima dei suoi tifosi che al tempo stesso si coccolano il ragazzino. In tanti diranno che Dybala a Palermo è arrivato bambino ed è andato via uomo, conservando l’umiltà che lo ha sempre contraddistinto.

Anche alla Juventus arriva con questa credenziale e con quel volto da eterno Peter Pan, senza orpelli, senza movenze da star; non si lamenta quando rimane seduto in panchina, nel rispetto delle gerarchie e delle tempistiche, mai una rimostranza, piuttosto un sorriso. Ancora una volta però, lasciata la terra delle arancine che ha conquistato, Dybala si trova a dover fronteggiare un déjà vu: i tifosi si spaccano per l’esborso considerevole (40 milioni) per uno che viene a rimpiazzare una certezza come Tevez.

A tanti pare un azzardo, nonostante Beppe Marotta lo elogi pubblicamente dicendo che gli ricorda Sivori, “è svelto di mente, segna  e gioca per la squadra”. E in effetti La Joya come El Cabezon ha quel modo particolare di condurre la palla quasi attaccata al piede per poi accelerare improvvisamente…

 

Dybala farà ricredere tutti diventando l’uomo simbolo dello Scudetto della rimonta nella stagione 2015 – 2016, ad appena 21 anni, e segnando a raffica.

Lui e la sua faccia pulita, alla “Holly e Benji”, che lo ha reso l’idolo delle ragazzine e uno dei calciatori più seguiti su Instagram, nel suo profilo che ha il sapore di una certa “normalità”, poca vita mondana, molti scatti con la famiglia e in particolare con mamma Alicia: “Sono una persona tranquilla, non sfrutto la mia fama, ma ne traggo invece gli aspetti positivi come il fatto di essere apprezzato anche da tifosi di altre squadre” dice nel documentario “Behind the Mask” nel quale tra le altre cose spiega che il suo gesto di esultanza, la arcinota maschera alla Dybala, è un messaggio preciso: “Per combattere  devi indossare una maschera, come facevano i gladiatori”.

Trasformando la fragilità in forza.

E dimostrando ancora una volta che il fanciullo è diventato uomo, al centro esatto della sua Juve.