Dybala Sì, Dybala No: il bivio che divide gli juventini

di Juventibus |

dybala giallo

Chiamarlo “argomento del momento” sarebbe decisamente riduttivo, dato che tale topos è vivo e vegeto da inizio stagione e a intervalli regolari diventa il primo cruccio dei tifosi juventini. Parliamo di Paulo Dybala, del suo valore assoluto come calciatore, e ci poniamo le fatidiche domande che saranno spesso venute in mente anche a voi: Dybala è un giocatore da Juventus? La Juve attuale può fare a meno di Paulo?

Il mistero Dybala di Vittorio Aversano

Lo anticipo, sarò forse anche più duro delle intenzioni: perché più ci tengo e più mi delude e, quindi, mi affido un po’ alla “pancia” e un po’ alla ragione.

Paulo Dybala, per me, è diventato un mistero. Avendo bene a mente quali siano i fuoriclasse del passato, ma anche quelli del presente (CR7 e Messi), tenendo conto di tutto, non posso (ancora) considerarlo un fuoriclasse; e non uso volutamente il tanto sdoganato termine “top player”, perché non c’è dubbio che lo sia. Mi riferisco a qualcosa di diverso ed ulteriore.

Dybala è un giocatore tecnico, anche molto tecnico, dotato di visione di gioco, di un eccellente tiro, di rapidità di esecuzione e incredibili doti balistiche. Ma sono caratteristiche sufficienti per stare alla Juventus? Qualcuno potrà dire di sì, ma io, che cullo ancora un’idea di Juventus legata a uomini veri tanto da diventare leggende, allo stato dei fatti, dico di no.

A Dybala non posso rimproverare nulla sotto il profilo strettamente calcistico: è un giocatore dai numeri fantastici. Ma gli rimprovero, invece – ed è un rimprovero legato anche al fatto che gioca alla Juventus e con la maglia n. 10 –, la carenza di una caratteristica fondamentale e decisiva, che ha contraddistinto i nostri migliori campioni: le c.d. “palle”.

Per “palle”, qui intendo la mancanza di leadership, sia originaria sia sopravvenuta in corso di gara, che gli consenta di assumersi determinate responsabilità in momenti critici o di rialzarsi in quelli difficili a livello personale: l’ingenua espulsione contro il Real Madrid nella prestigiosa partita di andata dei quarti di UCL – in cui, peraltro, come molti della squadra, certamente non aveva brillato, anzi, il che è insolito, se si considera che i calciatori vivono per momenti come quello – è solo il penultimo di una serie di episodi evidenti. Certamente, non è stato il primo a rimanere penalizzato in quella partita specifica (vedi le lacrime di Nedved nella semifinale del 2003) ma, a differenza dei suoi predecessori, non ha offerto né una prestazione atletica sufficiente né una reazione emotiva particolarmente empatica (mentre Nedved… beh). Penso, poi, all’ultima partita giocata (87′) contro il Crotone, in cui ha passeggiato per il campo con indolenza e presunzione; o al periodo di annebbiamento seguito ai due rigori sbagliati, nel girone di andata, contro Atalanta e Lazio, che lo hanno portato a delegare i successivi tentativi dal dischetto ad altri.

Ma, anche solo citando la partita contro il Crotone, mi domando: quali ragioni possono portare un calciatore di 24 anni e mezzo, su cui la società sta investendo molto ed il tecnico sta puntando come leader, a non rendere in campo con la stessa eccezionale continuità ed entusiasmo (soprattutto) che si ammirano su Instagram o nelle partite alla PS4, per giunta nel momento più cruciale di una stagione? Forse che il Crotone non sia abbastanza stimolante o che i frequenti paragoni con Messi lo abbiano portato, da un lato, a montarsi la testa e, dall’altro, a deprimersi per le evidenti disparità? O, magari, ci sono delle distonie con la società e/o l’allenatore?

In teoria, non dovrebbe mostrare alcun deficit particolare in questa parte della stagione: nei quarti di andata di UCL, ha giocato solo parte della partita di andata e, causa espulsione, non ha potuto giocare quella di ritorno (peraltro stravinta, pur in sua assenza: soltanto un caso?); né è reduce da una convocazione in nazionale, causa che Allegri ha spesso attribuito a momenti di appannamento dell’intera coppia d’attacco HD. Parrebbe, insomma, che lui, più di altri, abbia patito l’uscita dall’Europa che conta, se si considera che, tra una gara e l’altra, contro il Benevento aveva segnato una fondamentale tripletta (su calci da fermo).

E’ forse la posizione in campo a penalizzarlo? Vederlo non di rado nel ruolo di mezzala destra non sarà edificante, ma si tratta della stessa posizione (metro in più o in meno) con cui ha segnato ben 21 gol soltanto in campionato.

Accade che il Dybala sceso in campo in questa stagione non sia, come per le due stagioni precedenti, quell’esplosivo talento in crescita, quanto piuttosto quello che ti gioca bene due gare e ti cicca la terza, che si defila piuttosto che porsi come guida e motivatore per i compagni, che di colpo si perde abulicamente in sterili tentativi di dribbling, apparendo, spesso fin dai primi minuti, un ciondolante passeggiatore lungo il campo che trascina le sue gambette come fossero stanche e pesanti o comunque meno rapide e reattive di quelle del diretto avversario, si tratti pure di un giocatore del Crotone. Per certi versi, a livello caratteriale, mi sta ricordando l’ultimo Paul Pogba, pure lui celebre indossatore della maglia n. 10.

Quindi, caro Dybala, io ti voglio bene e sei tecnicamente fantastico: ma, per giocare a certi livelli, dovresti impegnarti in ogni singola gara al massimo delle tue possibilità (o, quantomeno, darne l’impressione) ascoltare i richiami del tuo vicepresidente, da cui hai tutto da imparare (credimi) e che non perde occasione di bacchettarti sotto il profilo “professionale” (e questo la dice lunga). L’occasione per riscattarsi in un campionato non si fa attendere: ed ecco che, quindi, non soltanto contro il Napoli – in una sfida che, se ci tieni allo Scudetto, potrebbe esaltarti – o l’Inter o la Roma, a seguire, ma, da qui alla fine della stagione, anche e soprattutto contro il Bologna o il Verona occorre alzare l’asticella. Perché questo fa la differenza da sempre alla Juventus: la motivazione ed il costante rendimento che punta all’eccellenza.

 

Dybala ne servirebbe qualcuno in più, non uno in meno… di Giuseppe Gariffo

Anche io cercherò di essere chiaro e netto. Dybala non è il problema della Juventus. Far passare questo concetto è distorcere la realtà. Avercene, di altri Dybala nella nostra rosa… Sono il primo ad ammettere che nelle ultime due partite non abbia brillato – non serve essere un grande intenditore per affermarlo – e che abbia perfino lasciato trasparire un po’ di indolenza. Tuttavia trovo errato partire da questa, pur oggettiva, constatazione, per concludere che la Joya non abbia gli attributi e la personalità per determinare certe partite, prendendosi in spalla la squadra.

Partiamo da questo campionato, nel quale, pur alternando alti e bassi, i gol di Dybala ci hanno regalato i tre punti in partite in cui non avevamo giocato globalmente meglio che a Crotone. Vado a memoria, ma mi sovvengono le trasferte contro Genoa, Verona, Sassuolo, Lazio, Benevento. Tornando indietro nel tempo ripenso al primo anno di Paulo alla Juventus, quando il giovanissimo argentino -fin lì protagonista solo in club di seconda fascia in Argentina e in Italia – si rese protagonista di una lunga serie di gol decisivi, tra i quali spiccano gli autografi sugli 1-0 interni contro Milan, Roma e Sassuolo. L’anno successivo dobbiamo a lui una delle serate più memorabili della storia recente bianconera, quella del 3-0 al Barcellona di Messi, Suarez e Neymar, schiantato già nel primo tempo da una splendida doppietta della Joya. Sono dati che ci permettono, a mio parere, di archiviare i sospetti di scarsa determinazione caratteriale dell’argentino.

Da cosa deriva, allora, la levata di scudi contro il 10 bianconero dopo il deludente pareggio di Crotone? A parte la innegabile prestazione personale insufficiente, a mio parere ci siamo abituati ormai a una squadra che si regge su una solida organizzazione difensiva e sull’improvvisazione, demandata al talento dei singoli, dalla trequarti in sù. Come già accennato, in tantissime partite giocate non meglio di quella di Crotone, sono stati proprio i singoli (e la maggior parte delle volte proprio Dybala) ad estrarre il coniglio dal cilindro evitando alla Juve di uscire dal campo con risultati negativi. Nella sera in cui il campione non riesce a tirar fuori la giocata, e anzi gioca decisamente male, lo si elegge a capro espiatorio dimenticandosi di tutte le volte in cui era stato proprio lui a distogliere l’attenzione dalla mediocrità generale.

Dybala spesso non ha la giocata corta facile sul piede, parte da lontanissimo, anche a 70 metri dalla porta, è spesso costretto ad una serie interminabile di dribbling e contrasti da evitare per arrivare allo scarico sul compagno meglio piazzato. In poche parole gli si chiede spesso di fare Maradona, mentre potrebbe essere messo meglio nelle condizioni di esprimere il suo potenziale, facendo semplicemente il Dybala, con una squadra che difende più alta, più aggressiva, che tenta un recupero palla precoce nella metà campo avversaria. Paolino non ha il fisico per risalire costantemente 60-70 metri di campo, come spesso è obbligato a fare. Eppure, nonostante quest’impostazione tattica a lui poco congeniale si è spesso reso decisivo con 21 gol sin qui e tanti assist, molti dei quali per Higuain.

Personalmente ritengo che dovremmo cercare di mettere i talenti più cristallini nelle condizioni migliori di esprimersi, piuttosto che metterli alla gogna nei periodi di appannamento. Anche perché mi avvicino ai trentotto, e ricordo benissimo che gli stessi discorsi li sentivamo fare per un certo Zinedine Zidane (poca personalità, scarsa determinazione, giocate più belle che decisive, poco controllo dei nervi ed un’espulsione che coincise con un’eliminazione in Champions…), salvo poi vederlo sollevare, e da protagonista assoluto, quella coppa che bramiamo da decenni con altri colori addosso. Non intendo paragonare Dybala a Zidane, non sono brillo e anzi – qui concordo con Vittorio – certi paragoni, come anche quello con Messi, hanno solo fatto male alla Joya. Ma questo vezzo di attaccare spesso i calciatori di classe, affezionandoci più facilmente ai “palle, sangue e sudore” è un’abitudine della storia bianconera che mi ha un po’ stufato, un deja veçu che non mi evoca affatto bei ricordi.