Dybala è Dybala, Mandzukic è Mandzukic

di Luca Momblano |

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Dopo un lungo disquisire tra amici, la si è chiusa così: “Che poi, quale sarebbe la configurazione ideale per Dybala?”, risposta quasi corale: “In coppia con Mandzukic, là davanti”. Un approdo che spiega molto, non tutto, del perché la Joya deve avere una mano per prendere e una per dare. Da tuttocampista offensivo ha già dato, potrà ancora dare all’occorrenza, ma la direzione è saggiamente un’altra. Per la squadra e per lui. Una direzione che non può prescindere dalla presenza di Higuain, uno che ha saputo anche rispondere con la cattiveria giusta alle due pesanti panchine consecutive. Dare e avere, o dare per avere, è la costante della filosofia Juventus.

 

Quando Higuain è tornato a dare, in termini di prestazione prima ancora che in termini di gol e quindi del problema di come sostenerlo ed esaltarlo ancor meglio, Allegri ha potuto pensare al resto. Sul centrocampo a tre si può dire senza offese che sia andato apparentemente lungo, come si dice in gergo: la squadra, la costruzione-partita avversaria, lo stesso atteggiamento né carne né pesce di alcuni interpreti gridavano la necessità del centrocampo a tre. Così essenziale, così naturale, così logico. Come era logico e legittimo, al termine dell’estate, quando già si era vissuta la spazzolata dell’Olimpico in Supercoppa, che il passaggio per confermarsi a livelli eccezionali con il reparto arretrato sarebbe stata l’esplosione (letterale) di uno tra Rugani, Benatia e Howedes. Intesi non a turno, non con Barzagli al quale si deve chiedere anche l’anima, non indovinandola ogni volta.

 

Se però si cade a parlare sempre dell’attacco, è perché si vuole continuare a pensare in grande. Sempre più in grande. Anche se, da tifosi, si è costretti a cadere nel luogo comune, nel gusto personale, nel percepito assoluto, nel fiabesco gioco del paragone che in pochi anni ha portato il dibattito dai modelli Borussia Dortmund e Atletico Madrid (attacco e difesa all’ennesima potenza, nel concetto di quegli anni da luccicanti outsider europee) ai fuorvianti modelli di Real e Barcellona, oggi peggio ancora traslati su Psg e Manchester City. E si badi: fuorvianti soprattutto come modelli tecnici, più che come modelli finanziari.

 

Il mercato, ogni anno, permette di voltare pagina e iniziare a immaginare i nuovi risvolti della storia. La spirale è psicotica, degenerativa, estrema sul lato del dibattito d’opinione; ma anche assolutamente positiva, stimolante, efficace nel sorpasso senza freccia, a destra, con saluto ai modelli di un tempo. La Juve è proprio su un’altra corsia. L’unico modello con il quale collidere, o forse aderire, sarebbe quello proposto in Germania dal Bayern Monaco. E, infatti, la società ha aderito, come dimostrato dai movimenti e dai rapporti messi in mostra sull’asse Agnelli-Rummenigge nel corso degli ultimi tre anni. E il mercato, un po’ per tutti, è proprio l’attacco. Anche per i più sofisticati.

 

Verrà il tempo, ma è l’attualità che preme. Fino a dicembre, se non ci si è nel frattempo gettati dal quarto piano, è asilo più scuola materna. E fino agli ottavi di Champions è solo l’agognato e didattico passaggio dalle scuole elementari,. Il Tottenham varrà le scuole medie, la nuova adolescenza, le sue turbolenze, il volersi sentire adulti più in fretta possibile. Al che scatterà il suo momento, il momento vero dell’attacco, quando non si potrà filoottare con la sola scaltrezza e con le mosse di chi ritiene di saperne una più del diavolo. You know what i mean.

 

E di cosa è fatto, realmente, il reparto avanzato attuale bianconero? Di un contabile del gol che all’occorrenza sistema adesso anche gli scaffali, di un fuoriclasse nel momento più delicato della carriera perché ciò che doveva arrivare tutto d’un fiato è già arrivato, di due sudamericani che avrebbero lasciato più segno nell’immaginario negli anni ’90 uno e negli anni ’60 l’altro (Cuadrado elastico del 4-4-2 come codice di partenza del calcio di oggi, Douglas ala e mezzala e virtuoso di un calcio che non c’è più), di un toscano che promette come prometteva Di Canio e che per diversamente e saltare l’ultimo livello dovrà dedicare poco tempo al proprio nome, al proprio passato, a quanto è forte e a quanto è bello.

 

E poi Mandzukic, che dire, ovvero la Juventus che attraversa le sue stesse generazioni: il croato è antico e moderno, è amorevole e odioso, è modello e lupo solitario. Ma, soprattutto, il croato è l’uomo che sa come si fa, unico alla stregua dei senatori. Ultimo esempio Juventus-Roma, quando il giovedì, reduce dai 13 punti al polpaccio, Allegri gli comunica che non intende in nessun modo di farci conto. La scelta nella testa dell’allenatore è Douglas Costa, non Dybala, al quale riserverà un bel pizzicotto davanti ai compagni nella rifinitura: non ci sono più messaggi cifrati. Dybala è Dybala, e deve fare il Dybala sempre, anche in allenamento, anche nella sofferenza, anche nella solitudine, anche e soprattutto nell’idolatria generale.

Quindi Mandzukic cosa fa? Venerdì allenamento impressionante, sabato rifinitura come fosse un partita. E, dunque, si (ri)prende la maglia. In fondo, c’è sempre un perché a tutto. E se Dybala torna titolare e non è Coppa Italia, è perché è di nuovo Dybala. Bisogna tenersi forte. La concorrenza è questa cosa qui. Allegri, quest’anno, ha iniziato molto prima del solito a non guardare in faccia nessuno. Proprio perché ogni stagione non è mai uguale a quelle precedenti. E qui scatta il grande inganno (o segreto?) della Juventus: lo si dica a bassa voce, ma in bianconero alla laurea non si arriva mai, ancora grazie se si riceve una pacca sulla spalla.