Quel sabato in cui il destino (mi) chiamò e gli rispose Dybala

Qualche giorno fa, nel commentare la fallacia della strategia comunicativa della Juventus in relazione al “caso Tare” (ottimo Francesco Alessandrella qui), in uno dei tanti, troppi gruppi WhatsApp, il mio amico Francesco mi ha chiesto “Ma c’è una cosa di questa squadra che ti vada bene?”. Sul momento, riavvolgendo velocemente il nastro di una stagione molto più complessa del previsto, mi è venuto da rispondergli di no, ma ho sbagliato. Avrei dovuto dirgli che trovo ammirevole, al limite del commovente e al netto delle criticità endemiche che stanno funestando il 2017/2018 in bianco e nero, il modo in cui la Juventus si sta opponendo a un destino apparentemente già scritto. Perché se da un lato sono fermamente convinto che nello sport ad alti livelli il margine in cui fortuna e sfortuna incidono si sta riducendo sempre di più, dall’altro non riesco a non ignorare quando il destino (mi) lancia certi segnali inequivocabili. Non necessariamente quelli connessi al numero di infortuni o al modo di approcciare le partite. o agli incroci di un campionato in cui anche un 2-2 a Bergamo o uno 0-0 interno con l’Inter di tre mesi fa rischiano di fare tutta la differenza del mondo.

Segni come quelli di oggi. Mi trovavo a Londra quando è iniziato il nostro campionato con il Cagliari, mi trovo a Londra oggi quando il nostro campionato potrebbe finire e non solo metaforicamente. Il tempo è grigio (sai che novità, Londra è grigia 320 giorni l’anno), il volo è in ritardo, l’autobus che dall’aeroporto mi deve portare a Victoria pure e mi stupisco della serenità con cui abbraccio l’ipotesi di non potermi vedere la partita, nemmeno in steaming. E mentre sui tanti troppi gruppi WhatsApp di cui sopra rimbalza la notizia del 3-5-2 con Douglas Costa e Alex Sandro in panchina, il mio sguardo fuori dal finestrino incrocia quello di una vecchia signora che inciampa sul marciapiede di fronte: “bene – mi dico – come presagio non c’è male”. Contrariamente alle mie previsioni (tenete aperta quest’icona che tornerà utile) arriverei anche in tempo a casa per accendere il computer e trovare uno streaming decente: invece il diabolico strumento del demonio non collabora e sono costretto a ripiegare su Radio Rai.

Come al solito, quando manca Francesco Repice, cerco di immaginarmi una gara alla cieca. Cerco il conforto dei compagni di chat, chiedendo lumi, provando a informarmi se stiamo davvero giocando così male, se davvero l’encefalogramma è così piatto come sto ascoltando attraverso quelle cuffiette che sono diventate una prigione dalla quale vorrei scappare. E, con il passare dei minuti, una lucida rassegnazione, mista a una calma che non saprei definire quanto di facciata, mi assale: comincio a pensare che doveva andare così, che bisognerà ripartire, imparare dalla lezione ricevuta, che si poteva e doveva fare di più sotto parecchi punti di vista. Concetti che immagino come ordinare in questo pezzo che state leggendo, mentre al minuto 92 e ad uno dalla fine salta anche il segnale radio. Vabbè a quel punto cosa importa. Mi alzo, faccio per prendere il pc, vedo il cellulare che vibra a ripetizione. E capisco: Paulo Dybala aveva deciso che non doveva essere oggi. Che non doveva essere così. Che il destino doveva aspettare ancora un po’.