Dybala, il gol e la felicità

dybala allenamento

Una foto, semplicissima, con una frase inequivocabile, ci dice moltissimo del carattere e della personalità di Paulo Dybala. Molto più, senza ombra di dubbio, di chi vorrebbe ricondurre il suo recente rendimento altalenante a presunti affari di cuore, spaccature più o meno grandi con compagni e/o allenatore, sirene di mercato allettanti provenienti da Parigi e così via.

Il trafiletto di cui sopra risale a marzo 2015: Dybala è la rivelazione del campionato, gioca da centravanti nel Palermo e, spalleggiato dal Mudo Vazquez, segna con una continuità sconosciuta dai tempi dell’Instituto, la sua prima squadra professionistica. Dybala, soprattutto, è un ragazzo di 22 anni che quando mette la palla in rete è felice come un bambino, come tutti i bambini del mondo, come tutti i calciatori del mondo.

Con il passaggio alla Juve per lui cambia tutto: nuovo ambiente, nuove pressioni, nuova posizione in campo (seconda punta a supporto di Mandzukic più che di Morata), tantissime aspettative nel dover raccogliere l’eredità di Carlos Tevez, che con 50 gol in due stagioni ha trascinato i bianconeri a un soffio dall’en plein sfumato solamente nella notte di Berlino. Solo un importantissimo particolare resta invariato: i gol. Sin dalla prima uscita, in Supercoppa contro la Lazio, Paulo trova la porta con una facilità impressionante, anche quando la prestazione complessiva non è delle migliori; al termine della stagione saranno 23 gol in 46 gare, media spaccata di 0,5 gol a partita, due reti in più in due partite in meno dell’Apache alla prima annata bianconera.

Forse al genietto di Laguna Larga sarà sembrato tutto sin troppo semplice, tanto che la seconda stagione a Torino si rivela per lui una doccia fredda dal punto di vista realizzativo: Paulo si sblocca a fine settembre contro la modesta Dinamo Zagabria, poi il 2 ottobre in campionato con l’Empoli. Soprattutto la rete coi croati in Champions toglie a Dybala un bel peso dallo stomaco (“ogni partita che passava e non segnavo diventava più dura“), in agguato c’è però un infortunio che sul più bello lo toglie dai giochi praticamente sino al nuovo anno.

Anche al ritorno a pieno regime la continuità realizzativa dell’anno precedente resta una chimera: Dybala continua a segnare a singhiozzo, la sua efficacia sotto porta sembra risentire del cambio di modulo che lo porta a giostrare da trequartista/seconda punta al centro del nuovo 4-2-3-1 varato da Allegri a inizio 2017. Intendiamoci, Paulo non gioca praticamente mai male, ma il suo disagio derivante dalle poche reti segnate è tangibile; proprio in questo periodo nasce la Dybala Mask, la maschera da gladiatore che per l’argentino simboleggia “la lotta contro i problemi e le delusioni“. Dybala si desta di colpo nella notte di Juve – Barcellona, con una doppietta che lo avvicina come mai prima all’idolo Messi, chiudendo in trend positivo l’annata con 5 reti da aprile in avanti.

L’inizio della stagione 2017/18 è folgorante: indossata la maglia numero 10, Dybala offre assaggi di onnipotenza calcistica già contro la Lazio, esplodendo in tutto il suo talento nelle successive uscite in campionato e realizzando 12 gol nelle prime 7 gare stagionali, numeri ovviamente insostenibili che però strappano più di un paragone con il duo RonaldoMessi. Il meccanismo perfetto s’inceppa nella serata di Bergamo, col rigore del possibile 3-2 sbagliato allo scadere, beffa che si ripete anche nell’inattesa sconfitta dello Stadium con la Lazio.

La Joya torna “normale”, in Champions non riesce a brillare praticamente mai e anche in A il suo rendimento cala progressivamente, alimentando maligne voci di rottura con l’ambiente e di addio imminente. La storia recente parla di una Juventus che ha trovato solidità con il 4-3-3, modulo che pare inibire le grandissime doti di Paulo, imprevedibilmente spedito in panchina negli ultimi 2 big match sull’altare dell’equilibrio tanto caro ad Allegri. Il 4-2-3-1 che all’inizio tanto lo metteva in difficoltà e che ora ha eletto a suo modulo preferito sembra non calzare più bene alla Juventus,  ridisegnata con un centrocampista in più e una “squadra più fisica” per non mostrare falle difensive.

La doppietta di Dybala contro il Verona ha origini tattiche ma anche psicologiche: invisibile nel 4-3-3 del primo tempo, Dybala ha ritrovato verve e brillantezza col passaggio al modulo con 3 trequartisti, uno schema che conosce e che sente veramente suo, e da posizione centrale ha realizzato due reti molto diverse (d’inserimento la prima, di percussione la seconda) che difficilmente avrebbe trovato agendo da ala.

In questo momento così delicato, Dybala ha bisogno che la squadra gli si stringa attorno, che Allegri cucia su misura una Juventus che ne faccia risaltare le doti, che lo faccia sentire protagonista e non un semplice e sostituibile ingranaggio di una macchina, sia pure molto efficiente. Max Allegri ha il dovere di restituire il miglior Dybala alla Juve e al calcio; dal canto suo, il numero 10 deve crescere, incidere anche quando non va in rete, mettersi al servizio della squadra quando c’è da soffrire e lottare su ogni pallone. Prima però restituiamogli il sorriso: un Dybala felice è un Dybala che segna, e viceversa.