Dybala 2022, la Juve sfida la storia

di Luca Momblano |

 

Paulo Dybala e il nuovo logo. E la Continassa. E questo Allegri. Più i progetti estivi. Agnelli 2021, con i fedelissimi e la saldatura famigliare.
Marketing, strategia, programmazione, forse avanguardia. Bilancio, consolidamento immobiliare, presidenza e patti di potere. Tutto perché il livello si traduca direttamente poi sul campo.

E allora si torna all’inizio, a Paulo Dybala, all’annunciazione Champions, finalmente, alla fiducia reciproca per andare a finire il lavoro 2016/17. Poi si tornerà al futuro. Insomma, la Juve fa la Juve per come la si conosceva agli apici della sua storia.

Fin qui la novella porta il discorso dentro un bagno fatto anche di sogno e retorica. Tanto i contratti valgono quel che valgono, sono postverità di questo calcio dentro il quale questo management si è proiettato prima arrivando a dettare legge su scala italiana (anche in riferimento al mercato) per poi accomodarsi al tavolo europeo. Un tavolo per pochi in cui la Juventus vuole recitare comunque la parte italiana, con un modello proprio e ideali che affondano nella sua storia.

Non vanno cercati significati dentro questo nuovo accordo. Vanno cercati nuovi stimoli, nuovi traguardi, prossimi step. Sportivi prima che commerciali. Il senso non è però nel futuro, bensì nel passato.
Paulo Dybala non è Leo Messi, non ne è né la reincarnazione né l’emulazione. Ne è la suggestione modificata, erede non annunciato. Le storie e i tratti caratteristici sono molto diversi. Dybala è il “quarto uomo” della generazione argentina del terzo millennio dopo un durissimo post-Maradona al quale nessuno sembrava potersi avvicinare.

Un’evoluzione della specie che è stata travolta dal fuoriclasse che in questa epoca solo il Barcellona avrebbe potuto forgiare, predestinato e accompagnato. Il mondo parallelo di Messi ha inscatolato Carlos Tevez a eroe nazionalpopolare e Sergio Aguero a incompiuto consigliori come accadde ai Valdano e ai Burruchaga.
Dybala ha di Maradona la scienza pratica offerta dal calcio italiano, di Sivori l’interpretazione del mezzo passo che brucia avversari e tempi di gioco, di Messi (appunto) poco o niente. Tutti mancini, ma tutte piccolissime cose.

Però Dybala ha una chance senza precedenti. E gliela può offrire soltanto la Juventus. Chi pensa ai soldi dimentica che Messi lavora per arrivare ai 40 milioni netti a stagione che potrebbero portare il ciclo Barcellona nella tomba. Chi pensa alla numero 10 non sa cosa abbia in mente questa diabolica Vecchia Signora.

La chance è strappare direttamente lo scettro al re nel ruolo di campo che resta tutt’oggi il più affascinante, ovvero l’attaccante di supporto, la seconda punta tecnica, anche fantasista e uomo squadra sul piano del talento. Cioè, il numero uno indiscusso (Messi. Ripetiamo insieme: Messi) che potrebbe intravedere il prolungamento di se stesso, diverso ma spiritualmente uguale e territorialmente affine, mentre ancora è in attività.

Non successe a Pelè con Ronaldo, a Platini con Zidane e di Maradona abbiamo già detto. Crujff-Van Basten sì, con il cigno di Utrecht che esordisce nell’Ajax proprio sostituendo a gara in corso il mito del calcio totale. Più attaccanti dallo strepitoso repertorio che geni. Giocatori incredibili, ma non lì. Con quel simbolismo lì. Quello per esempio che su scala italiana fu rappresentato dal passaggio da Roberto Baggio e Alessandro Del Piero. E solo provincialmente Francesco Totti.

Si trova qualcosa di simile anche in altri ruoli nella storia mondiale: la sovrapposizione/prosecuzione Scirea-Baresi alla quale contribuì la rivoluzione calcistica sacchiana, ma immensi entrambi; Cabrini-Maldini; Cafù-Dani Alves con la parentesi Maicon; la sequenza dei tremendisti tedeschi, bomber programmati per le grandi occasioni, costituita da Gerd Müller, Rummenigge, Völler, Bierhoff, Klose, Thomas Müller.

Dybala-Messi è però un’altra sfera e una più affascinante storia da scoprire. E a oggi resta un esercizio strettamente giornalistico. La chance di Paulo è scritta dentro i margini di crescita del prossimo biennio. La consacrazione non è il Camp Nou, ma è l’eventuale superiorità di tutti i giorni, di tutte le partite a venire, anche quelle che escono senza il buco. Il quotidiano di Dybala sarà quindi la Juventus. Sembra piuttosto palese che nel 2017 non potesse scegliere di meglio (e viceversa).