Douglas Costa in “Giocatori fantastici e dove trovarli” (in panchina)

di Sergio Sersim |

Nel calcio, ma più in generale nello sport, esistono le percezioni, le sensazioni, tutti elementi più o meno astratti sui quali si può fondare un sano dibattito. Poi, però, ci sono anche i dati di fatto e tali si chiamano per la loro natura inconfutabile: elementi talmente limpidi di cui si può solo prendere nota. Uno di questi è che Douglas Costa sia da considerare a tutti gli effetti una riserva.

Si possono fare centomila discorsi sul fatto che la stagione sia lunga, che ci sarà spazio per tutti, che sono tutti importanti, che le partite durano 90 minuti bla bla bla (se conoscete altri luoghi comuni, aiutatemi ad aggiornare questa lista da Q.I. irrimediabilmente basso), ma se dopo un terzo di stagione – ventidue fin qui gli impegni ufficiali – il ragazzo è stato titolare in sole tre partite di campionato e una di Champions, nessuna di queste un big match, bisogna semplicemente riconoscere che agli occhi dell’allenatore appaia come una riserva. Preziosa magari, ma pur sempre riserva.

Questo aspetto è ulteriormente evidenziato dal fatto che Douglas Costa in questi mesi sia stato impiegato ancora meno dello scorso anno. Ovviamente il riferimento non è al numero di presenze – influenzato dalle giornate di squalifica – ma all’unico dato utile per valutare l’impiego di qualunque giocatore: il minutaggio medio, pressoché dimezzato rispetto alla scorsa stagione, già di per se non esaltante.

Lo scorso campionato, il brasiliano partì titolare in diciotto occasioni su trentasette e, di queste, solo quattro furono big match. Minutaggio medio di 57 minuti. Il suo impiego, ben al di sotto delle aspettative, fu accompagnato fin da subito dal mantra sempre ricorrente negli ultimi anni: “Allegri inserisce i nuovi acquisti lentamente e poi li rende titolari”. Al di là che nessun giocatore proveniente da una big europea è mai passato attraverso questo “trattamento”, tale ragionamento non trovò mai conferma. Prendendo come campione le prime 16 partite di Serie A (le stesse giocate finora), il minutaggio medio segnava 51 minuti. A fine stagione l’impiego aumentò di appena sei minuti.

Diversa la musica in Champions League: partecipò a tutte le partite, con un ruolo decisamente più importante. Utilizzo medio di 72 minuti. È lecito credere che Allegri volesse sfruttare la sua velocità in una competizione in cui gli avversari concedono più spazi rispetto al torneo casalingo. Resta un ragionamento contorto: incomprensibile come un giocatore possa essere vitale in Europa e non in campionato, dove il livello è nettamente inferiore.

In questo primo terzo di stagione il minutaggio medio si è quasi dimezzato. In campionato viaggia a 32 minuti di media, titolare solo contro squadre di basso livello come Chievo, Cagliari e SPAL. Il dato più negativo lo si ha in Champions. Se lo scorso anno era tenuto in gran considerazione, prima dei 90 minuti in Svizzera aveva collezionato la miseria di 37 minuti complessivi nel doppio scontro con il Valencia e la trasferta a Manchester.

Douglas Costa è un argomento divisivo: c’è chi ritiene che meriti più spazio, chi invece ritiene che l’uso sia più che congruo. Sui social però è circolata una notizia ingannevole: lo scorso anno avrebbe toccato il numero massimo di presenze in carriera, come a dire che Allegri sia l’allenatore che gli ha dato più continuità. Come detto pocanzi, il conteggio delle presenze è un metodo sbagliato per queste valutazioni. Al di là che appare banale far notare come una partita giocata per intero e un ingresso nei minuti finali vengano entrambe conteggiate come eguali presenze, il campionato ucraino è formato da dodici squadre, la Bundesliga da diciotto e la Serie A da venti. Questa fake news è ulteriormente sbugiardata dai numeri: con Guardiola risultano effettivamente quattro presenze in meno rispetto ad Allegri, ma 466 minuti di utilizzo in più, l’equivalente di ben cinque partite, in un campionato che offre quattro partite in meno rispetto all’Italia e nonostante un infortunio che lo tenne lontano dai campi per un mese.

Nella biennale esperienza bavarese, il nativo di Sapucaia do Sul ha vissuto stagioni diametralmente opposte. Fortemente voluto da Guardiola, si rivela fin da subito un giocatore centrale per il calcio ultra offensivo dello spagnolo. Nonostante fosse il suo primo anno a Monaco, non incontrò alcuna difficoltà a trascinare alla vittoria del campionato e alle semifinali di Champions una squadra orfana per gran parte della stagione di pedine fondamentali come Ribery, Robben, Götze, Boateng, Benatia, Javi Martinez e Badstuber.

La stagione successiva, sotto la guida di Ancelotti, conobbe una realtà simile a quella torinese. Un infortunio patito durante la preparazione estiva lo tenne lontano dai campi fino alla metà di Ottobre e come stessa ammissione del giocatore “quando sono rientrato la squadra era già pronta”. Se con Guardiola le ali erano incaricate di garantire l’ampiezza, con l’italiano questo compito fu affidato ai terzini, con lo slittamento delle ali in mezzo al campo a giocare più come sottopunte, ruolo poco congeniale alle caratteristiche del brasiliano. La stagione fu anche segnata dai rapporti tesi con la dirigenza: le cifre richieste dal giocatore per un adeguamento di contratto furono considerate esagerate, al punto che il presidente Uli Hoeness, sempre avvezzo a parole al vetriolo, lo criticò pubblicamente.

Lo scontro culminò con il trasferimento estivo alla Juve, dove la sensazione è che il giocatore sia sempre stato poco compreso da Allegri. Spesso l’abbiamo visto agire  in posizioni diverse: esterno destro con il compito di accentrarsi, esterno sinistro a dare ampiezza, trequartista e addirittura mezzala contro il Tottenham. Nonostante questa alternanza e un minutaggio mai eccezionale, il brasiliano si è spesso rivelato giocatore imprescindibile di una squadra povera di idee, che trovava nelle sue accelerazioni e dribbling l’arma in più per quel casino creativo che tanto piace ad Allegri, ma che raramente si vede.

Mai come quest’anno, grazie alle incredibili prestazioni di Cancelo, è manifesta l’importanza di schierare giocatori in grado di dominare da soli la fascia di competenza, aiutando la risalita e generando pericoli nell’ultimo terzo di campo. Se i risultati fino a questo momento ci presentano una squadra dal rendimento eccezionale, le prestazioni danno l’impressione che le reali potenzialità non siano ancora sfruttate al meglio. Il tridente formato da tre numeri 9 è tutto fuorché mirabile: Dybala svolge un ruolo da tuttocampista che non è nelle sue corde, Mandzukic è spesso un limite quando ha la palla tra i piedi e la sua scarsa mobilità costringe Ronaldo a trascorrere lunghi tratti della gara a sinistra. Gli ottimi movimenti e scambi di posizione che si sono visti nella doppia sfida contro il Manchester in presenza del croato vengono meno.

Tenendo sempre presenti le parole di  Andrea Agnelli a Villar Perosa, la speranza è che qualcosa possa cambiare nel nuovo anno. Schierare in contemporanea Cancelo e Douglas Costa dev’essere l’obiettivo per dare un finale migliore a una storia d’amore fin qua mai sbocciata. E  magari portare a casa una coppa che da troppo tempo manca.