L’attesa del momento di Douglas Costa

di Claudio Pellecchia |

In 10+ il mio mondo in un numero, prima e probabilmente dimenticabile opera prima dell’Alessandro Del Piero letterario, c’è però un passaggio che ho sempre trovato di grande profondità e perfettamente aderente alle cose della vita, oltre che a quelle di campo:

C’è un momento di profonda solitudine – a volta dura un secondo, a volte dura soltanto una frazione di secondo -, quando stai per fare una cosa e i tuoi avversari non sanno cosa farai, i tuoi compagni non sanno cosa farai, e soprattutto non lo sai ancora neanche tu: lì il calcio non è più uno sport di squadra, e sei solo con la palla che sta arrivando. In quel momento conta enormemente come stai, come ti senti fisicamente, che motivazioni hai; conta il lavoro che hai svolto in allenamento, conta se senti o no la stima dell’allenatore e dei tuoi compagni, conta come ti va la vita privata, conta tutto. E sei solo. Se nel fondo di te stesso non stai bene, in quel momento farai sicuramente la cosa più ragionevole, la più conservativa, e dunque, alla fin fine, la più prevedibile: farai di tutto per uscire da quella solitudine, per riunirti subito a compagni e avversari in una logica di gioco che valga per tutti. Ma se invece stai bene, se sei in pace con te stesso e con il mondo, allora quell’attimo di solitudine diventa un vantaggio immenso perché puoi liberare l’istinto e fare quello che devi mentre ancora nessuno sa cosa sia, nemmeno tu. Diventi quello che fai, per così dire, sparisci nel tuo gesto.

Ecco per raccontare la partita contro il Cagliari di Douglas Costa, la prima da titolare in questo scorcio di stagione, trovo non esistano parole migliori. Una gara fatta di sprazzi, di momenti di profonda solitudine tecnica e psicologica che talvolta si tramutano in giocate previste e assolutamente prevedibili per rientrare in una logica di squadra – quella della Juventus da sabato pre (e, spesso, anche post) Champions: quindi, non il massimo della vita se sei un calciatore di un certo tipo – normale e tranquillizzante, talvolta diventano espressione di istintività pura, semplice e bellissima in grado di cambiare il corso di una partita fin troppo uguale alle due precedenti: come in occasione dell’autogol di Bradaric, come, soprattutto, quando Ronaldo ha scheggiato (letteralmente: nel senso che se qualcuno si prendesse la briga di andare a controllare troverebbe ancora il segno lasciato dal pallone) il palo alla destra di Cragno.

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Non è, ovviamente, il DC11 che conosciamo e non certo per la sua sostituzione al 45′ con Cuadrado, che porrà fine all’agonia dopo un paio di errori tecnici e di lettura delle situazioni da mani nei capelli: è una questione di percezioni, di fiducia in se stesso e negli altri che non è ancora quella della scorsa stagione o, più banalmente, quella pre-Sassuolo, di momenti che sono ancora tanti, troppi e diversi all’interno dei 90 o 30 o 45 minuti che gli vengono di volta in volta concessi e non ancora un momento unico, quel momento lì, ad un ritmo che è solo suo, unico, continuato ed insostenibile. Per gli altri, ovviamente.

Ma c’è un motivo per cui ha esordito citando il numero 10 con la fascia di capitano al braccio prima del godibilissimo Dybala di questi tempi. Esattamente come accadde per lui, nostro Godot prediletto, anche per Douglas Costa vale la pena aspettare. Perché tornerà anche lui. Perché tornerà anche il suo momento. L’ho capito ieri notte, tornando a casa dopo il mio ennesimo girovagare senza meta, quando alla radio hanno passato, casualmente o forse no, una meravigliosa e sottovalutata canzone dei Negramaro:

Torneranno gli innocenti 
tutti pieni di compassione 
per gli errori dei potenti 
fatti senza esitazione 
senza lividi sui volti 
con un taglio sopra il cuore 
prendi un ago e siamo pronti 
siamo pronti a ricucire 

Tornerai tu in mezzo agli altri 
e sarà come impazzire 
tornerai e ti avrò davanti, 
spero solo di non svenire 
Mentre torni non voltarti 
che non voglio più sparire 
nel ricordo dei miei giorni 
resta fino all’imbrunire

Non resta quindi che affidarci (anche) a Beckett e a Dumas. Uno per cui “tutta l’umana saggezza era contenuta in queste due parole: Attendere e Sperare!”. Douglas Costa e il suo momento.