Douglas Costa, la fragilità dello «Spaccapartite» ipotetico

di Mauro Bortone |

Douglas Costa si è fermato. Dovrebbe concludersi così la sua stagione e forse la sua avventura alla Juventus. Nella testa del tifoso bianconero non c’è meraviglia dinanzi all’ennesimo forfait del brasiliano: sono troppe le recidive che hanno sgonfiato aspettative su un giocatore, pieno di talento ma che ha la sua cifra in una insormontabile vulnerabilità muscolare.

Eppure quando lo juventino pensa a Costa, immagina sempre che accada qualcosa di bello in campo, che quel funambolo, col suo dribbling nello stretto unico in Europa, salti l’uomo, crei superiorità e cambi il corso di ogni partita. Negli occhi di tutti c’è la notte del Bernabeu dove coi suoi scatti continui mandò in confusione la difesa del Real e, al di là del tragico epilogo, regalò l’idea di aver trovato l’uomo in più, capace di mutare gli equilibri finalmente a proprio favore, soprattutto in Europa. Un pensiero stupendo, come quello fatto un anno dopo sul Bernardeschi sontuoso nella rimonta con l’Atletico.

Idee di un volo mai decollato. Gabbiani ipotetici di gaberiana memoria da allora senza neanche più l’intenzione del volo.

Nacque al Bernabeu il mito del dodicesimo titolare, lo “Spaccapartite”. Solo che nell’immaginario collettivo chi porta in dote quel soprannome dovrebbe essere un calciatore che quando sta in campo fa giocate decisive, magari in Champions dove la Juve rincorre il sogno. Conti alla mano, forse Douglas Costa è stato tutt’altro.

A spiegare la dicotomia tra idea e azione i numeri impietosi della sua storia in bianconero: in questa stagione sono 17 le partite saltate per infortunio con 82 giorni di assenza (quasi tre mesi); in tre anni diventano 47 le gare perse per problemi fisici pari a un’intera stagione con 300 giorni circa di convalescenza.

Qualcuno potrebbe obiettare che quando c’è, però, Douglas Costa fa la differenza. Analizziamo i dati.

Stagione 2017-18: la sua migliore in bianconero con 47 gare di cui 32 da titolare con 6 gol e 13 assist. Va in campo 2912 minuti (60 minuti di media a gara), saltando solo il Sassuolo per infortunio. Nelle partite da titolare gol nella sconfitta con la Lazio, doppio assist contro la Spal, gol decisivo al Genoa, assist contro Chievo, Atalanta e Crotone, gol del vantaggio contro l’Inter nella partita che decide lo scudetto, assist dell’1 a 0 contro il Verona, gol al Torino in Coppa Italia e in finale contro il Milan. Le sue prestazioni migliori arrivano dalla panchina soprattutto nella seconda parte del torneo in piena volata scudetto, ma nella sfida di cartello col Napoli persa allo Stadium e giocata da titolare non risulta determinante. In Champions, oltre alla partita del Bernabeu gioca una buona gara nei quarti contro il Tottenham: sono 8 le partite da titolare su 10 in Europa, senza gol e con un assist decisivo per Mandzukic allo Sporting Lisbona nei sei minuti da subentrato.

Stagione 2018-19: 25 presenze totali (9 da titolare), 969 minuti in campo (38 di media a gara) con 1 gol1 assist. Salta 5 partite nel girone di Champions per infortunio, gioca solo nella sconfitta al ritorno contro lo Young Boys. Si rivede per mezz’ora da subentrato contro l’Ajax ad Amsterdam dove spaventa i lancieri e colpisce un palo. Al ritorno non ci sarà perché di nuovo infortunato. In campionato salta subito 4 partite per lo sputo a Di Francesco: 6 le gare da titolare in A senza giocarne mai una intera per tutto il torneo. Dalla 23esima alla 38esima non vede neanche più il campo. Gioca in Supercoppa e cento minuti in Coppa Italia senza colpi decisivi.

2019-20: 29 partite totali (10 da titolare), con 1084 minuti (37 di media a gara), 3 gol e 7 assist. Torna utile e decisivo, nell’unica apparizione in Champions, contro il Lokomotiv, entrando e segnando il gol partita. In campionato 6 da titolare: gioca benissimo alla seconda giornata contro il Napoli fornendo due assist, ma per rivedergli giocare novanta minuti occorre aspettare la partita contro la Fiorentina quasi sei mesi dopo. Nella ripresa post Covid arrivano assist contro Cagliari, Lecce e Torino, gol contro il Genoa (sul 2 a 0). In Supercoppa 15 minuti incolori e in Coppa Italia arrivano un gol all’Udinese e due assist contro la Roma. Gioca 62 minuti in semifinale col Milan e 66 in finale contro il Napoli senza incidere.

In tre anni di Juve sono 101 (con 10 gol e 21 assist) le apparizioni totali, numeri non troppo lontani da quelli del “bistrattato” Bernardeschi (104 presenze 9 gol e 14 assist) ma fa specie il minutaggio: 4965 minuti in campo per Douglas con 49 di media a gara.

Viene da chiedersi se la Juve possa considerare decisivo un calciatore con questi dati, che gioca un tempo e che, al netto della spettacolarità delle sue giocate e del mito da “Spaccapartite”, è risultato raramente decisivo soprattutto in Europa nei tre anni in bianconero: 16 partite in Champions con la Juve, un solo assist e la notte del Bernabeu, quando tutti ebbero un pensiero stupendo. Ma parafrasando una canzone dello Stato Sociale, forse lo Spaccapartite “era più bello come ipotesi”.


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