Il Douglas Costa coi fiocchi (per come non lo vede Allegri)

In risposta all’articolo di Luca Momblano sul caso “Dybala tuttocampista”, un inno a Douglas Costa.
Kingsley Coman, Roberto Pereyra, Douglas Costa, Federico Bernardeschi, Juan Cuadrado. Cosa hanno in comune questi giocatori?
Il fatto di non essere diventati titolari nel proprio ruolo con la maglia della Juventus, ma quello di essersi dovuti adattare, cambiare, a volte vilipendere, per sopravvivere. Qualcuno se ne è andato, altri sono rimasti, solo Cuadrado può considerarsi titolare vero della Juventus, quasi colonna, ma è l’unico che, siccome ha studiato in Italia e comunque ha cominciato la carriera da laterale difensivo, si è adattato alle esigenze di Allegri dal punto di vista tattico e dà certezze dal punto di vista della fase difensiva.
Ci si chiederà dell’utilità di questa premessa e dove si voglia andare a parare; si narra di una Juventus che vince, l’atteggiamento di un tifoso normale potrebbe essere quello di lasciarsi andare, di non guardare oltre, di limitarsi al bene attuale della squadra, quella v di vittoria , ottenuta  in 17 partite su 19, potrebbe appagare. Ma visto che poi in Europa la s di sconfitta finale, o comunque quella sensazione di non essere mai una macchina da gol facile come le Superbig, come lo siamo stati sotto l’egida di Lippi, è la costante che si vorrebbe cambiare, allora viene lecito chiedersi se tutto quanto di buono la dirigenza abbia offerto all’allenatore sia stato sfruttato in questi anni, se è stato fatto il massimo e soprattutto se l’attuale “Undici di base“, cit. Giorgio Chiellini, sia davvero il miglior prodotto finale, data la rosa a disposizione del leader Maximo; insomma, ci si interroga se aldilà dei risultati la squadra stia funzionando nelle due fasi ed è pronta per vincere la Champions League.
 
E’ un giochino a cui vale la pena prestarsi se chi, come il sottoscritto, ritiene i ruoli del centrocampista offensivo e della punta veloce FONDAMENTALI per la competitività della fase offensiva di ogni grande squadra. Senza voler parlare delle big, la juventus è stata grande in Europa quando ha avuto Platini e Boniek, quando ha avuto Zidane e Del Piero, quando ha avuto un gioco verticale, basato sul pressing e sulle folate (la prima e la seconda Juve di Lippi),  o recentemente con Tevez e Morata più un centrocampo d’autore, con Pereyra dritto per dritto, variabili impazzite di una squadra tatticamente molto italiana, oppure recentemente con Cuadrado, Dybala seconda punta, più una difesa che faceva uscire il pallone come mai nella storia della Juventus (Dani Alves). E infine l’anno scorso con la vittoria a Wembley e il 3 a 1 al Bernabeu (sarà stato un caso Douglas Costa sugli scudi? Si tenga a mente questo nome perchè è il punto focale dell’intera riflessione). Quando è stata veloce e verticale, quasi diretta e coraggiosa nell’attacco, nelle giocate in velocità, si potrebbe concludere. Queste Juventus così diverse nelle concezioni hanno ottenuto, seppur non il successo finale con la costanza che avrebbero meritato, quantomeno la grandezza momentanea di prestazioni memorabili, frutto di ordine tattico rigoroso, ma anche di classe, coraggio, cuore, personalità e calcio d’autore nella fase offensiva. La Champions è la manifestazione del “metti in mostra il tuo talento“, della mossa tattica che spariglia le carte; penso a Park Ji Sung su Pirlo di Hiddink, che non lo faceva giocare e gli ripartiva in faccia alla velocità della luce, compensando una distanza siderale di talento tra PSV e Milan. E’ un esempio che mi piace fare quando penso alle intuizioni di un allenatore che valgono come un gol.
Tornando alla Juventus, secondo me c’è stata una partita di Allegri veramente perfetta in Champions League, dalla conferenza al 90′. Era la sua prima Juve, quella che veniva dall’esperienza militaresca di Conte, quella che aveva a stento superato la fase ai gironi grazie alla prima tardiva svolta del rombo e della difesa a 4. Ottavi di finale, l’urna designa un avversario scomodo, il Borussia del gegenpressing di Klopp, in quegli anni la squadra hipster per eccellenza. All’andata a Torino la vinciamo di misura, grazie ad un Tevez tornato decisivo in Europa proprio come presenza nella partita, ma la squadra balbetta. Il ritorno ci regala secondo me la perfezione. Non ho mai visto una Juventus in trasferta giocare così bene come quella, eppure aveva sulle fasce Evra e Lichsteiner, non Sandro e Cancelo.
Sarà stata una squadra in declino quella affrontata, ma il 3 a 0 delle folate contro il Borussia fu l’emblema di come si giochi la coppa contro squadre forti che giocano a calcio e non a tattica. Inizi con piglio sorprendentemente offensivo, la sblocchi, difendi in maniera strenua facendoli stancare, come Alì con Foreman a Kinshasa, nel secondo tempo si crea disordine, e il tuo centrocampista dotato di cambio di passo palla al piede, Tucu Pereyra, parte dritto per dritto sconquassando centralmente gli avversari, dove fa più male, per poi trovare l’autostrada sulla trequarti per servire le punte dinamiche e veloci, fameliche. Quello è calcio, quello è coraggio, così si costruiscono le goleade, le prestazioni che rimangono impresse nella memoria. Giocando in verticale, per creare, per segnare, per vincere. Se giochi in orizzontale o torni indietro è molto difficile pensare di poter segnare. Cosi’ la prestazione contro il Valencia mi ha fatto riflettere; se un allenatore è in grado di partorire una squadra veloce e dinamica come quella appena descritta non può essere diventato pusillanime tutto di un colpo e non riuscire a far costruire una palla gol pulita di senso compiuto contro il Valencia in casa, visto che la qualità negli anni è aumentata.
Ogni volta che si arrivava a Dybala tra le linee si tornava indietro, questa la sensazione, confermata per altro dallo stesso Allegri (chi lo ha schierato lì, Max?). Nei fatti bel dominio della palla, contro i maestri spagnoli, ma tiri puliti pochi, tecnica offensiva e velocità di esecuzione dimostrate ai limiti della commedia. Mancava il talento individuale che in Champions è quello che fa la differenza, verrebbe da dire, ma se si pensa a Ronaldo e al Dybala stesso, si capisce di affermare un’eresia. Eppure, se una squadra gioca bene e non produce allora il problema è paradossalmente proprio insito negli ultimi 30 metri, verrebbe da chiosare.
Una squadra tatticamente raffinata, ma piatta, questa è stata la Juventus in questa partita. Sensazione strana, di ritorno al passato, di Juve di Conte, grande mole di gioco, pochissime situazioni reali create e sempre con i giocatori sbagliati, quando si andava oltreconfine. La prestazione contro il Valencia mi ha fatto dubitare e non poco dei bianconeri. Ma a dire il vero, nonostante la buona qualità del gioco dimostrata, in un girone tutto sommato dominato, è il numero dei gol segnati nell’intero mini-torneo sin qui disputato a sollevare la questione. Siccome il talento non manca, è questione di assortimento, asseriscono i dotti. Che cosa vuol dire assortimento allora? Vuol dire Douglas Costa o Federico Bernardeschi, ripensando alla storia recente della squadra e alle prestazioni nelle quali si sono segnate più reti in coppa. Sono mancati i centrocampisti offensivi, quelli che superano l’uomo, che costruiscono per le punte, quelli che pensano calcio verticale e, trattandosi del brasiliano, oserei dire letale, quelli che guardano la porta avversaria con coraggio, non pensando alla tattica e a come si perde il pallone, quelli che accelerano il gioco.
Così mi sono messo a riflettere sui nostri giocatori veloci, che negli anni sono passati a Torino, sottovalutati nella loro importanza, e mi sono chiesto il perchè, come già asserito, il solo Cuadrado sia da considerarsi un pilastro per il tecnico toscano:
La prima considerazione per sottolineare l’importanza della riflessione è la seguente; il possesso palla è un gioco meramente difensivo, tant’è che poi Guardiola per vincere si affidava agli strappi di Messi, e da quando allena altre squadre gioca sempre con tridenti veloci, perchè altrimenti non vincerebbe un tubo dominando solo fino alla trequarti (e già così non ha vinto nulla in Europa da quando non allena Messi).
E allora si viene al dunque. La Juventus ha avuto negli anni giocatori formidabili nell’attaccare gli spazi palla al piede (senza palla è utile, ma devi essere veloce di pensiero ed è un calcio meno diretto, più difficile, che richiede la combinazione tra più giocatori, che ha come regola tecnica aurea lo smarcamento e il passaggio, già più complesso delle penetrazioni centrali o laterali palla al piede, col talento individuale a farla da padrone), quelli citati all’inizio.
Se nessuno tra questi è considerato titolare e Pereyra e Coman se ne sono andati, viene da pensare che forse Allegri deve riguardarsi quella gara contro il Borussia, sopra citata, e ripensare al suo calcio offensivo per svoltare davvero in Europa.
A dire il vero, è l’utilizzo di Douglas Costa che fa più rumore. E’ a tutti gli effetti una riserva della Juventus ad oggi. Se lo sia diventato per l’episodio triste di Juve-Sassuolo o per l’infortunio successivo non interessa. E’ da Milan-Juve che è abile ed arruolabile e i 15 minuti concessi al brasiliano contro il Valencia sono sembrati pochini, sottacendo degli otto contro la Fiorentina. Come direbbe Sconcerti con fare autoritario, stiamo parlando di Douglas Costa. Quello che ha fatto l’anno scorso il brasiliano è da considerarsi assolutamente incredibile. Da Novembre in poi ha iniziato a deliziare la platea con momenti di calcio esaltanti. Ho visto fare a Douglas delle cose assolutamente emozionanti. Sembrava Chè Guevara al Bernabeu, o Robin Hood. Un autentico fenomeno che sopraelevava una squadra povera da solo, una squadra inferiore per 8/11 rispetto a quel Real. E quasi quasi stavamo per farcela. E contro il Tottenham, nonostante 180 minuti di gioco spumeggiante degli Spurs, lui  era là, una spina nel fianco costante, rigori procurati, penetrazioni nei momenti critici come a dire io ci sono anche voi dovete avere paura, autentico mattatore.
Douglas Costa non è solo velocità, non si chiama mica Babangida. E’ calcio. Il gingoide (neologismo derivato dalla ginga, il motivo principale della superiorità genetica dei giocatori di colore brasiliani narra la leggenda) è dribbling naturale, sia secco a rientrare che verticale autolanciandosi, passa la palla quando è concentrato in maniera sublime, ha un tiro secco dalla distanza che farebbe invidia a molti compagni più quotati, è l’unico della rosa che esegue cross come filtranti non alla cieca, è cuore, è coraggio, è personalità. Se anche fosse solo dribbling, quale più altra grande fantasia del superare l’uomo con costanza esiste su un campo da calcio? Il passaggio richiede la combinazione di due teste, il dribbling è talento individuale. Ma soprattutto esegue alla perfezione le giocate in velocità che sono quelle che fanno la differenza. Non è difficile quello che fa, non c’è nulla di superiore rispetto a quello che potrebbe produrre un talento della Serie D italiana, ma è la velocità alla quale esegue a far la differenza. Quella è tecnica. Dimostrata ai massimi livelli.
Siamo di fronte ad una individualità fuori da ogni logica. E’ facile essere il centrocampista offensivo del City, sono tutti in cuor loro centrocampisti offensivi, non è difficile essere esterno nel Bayern che gioca per le ali, è gradevole essere giocatore offensivo del Barcellona il cui gioco nasce esclusivamente per facilitare il lavoro degli avanti, innescarli sempre faccia alla porta nei momenti giusti, senza voler parlare di Real o PSG per questioni di ridondanza. E’ difficilissimo giocare nella Juventus di Allegri, una squadra rudimentale difensiva, che non gioca per qualche obiettivo tattico, ma solo per vincere, se sei un centrocampista offensivo. Devi autoinnescarti, spesso sei raddoppiato, i tuoi compagni non ti seguono. Devi trascinare, devi essere un fenomeno per incidere. E lui lo è stato. Come non ha ancora dimostrato di essere invece quello che di fatto è l’unico centrocampista offensivo schierato da Allegri con costanza, ovvero Paulo Dybala, che ha bisogno dei compagni per incidere a certi livelli. Se gli porti la palla là lui fa i gol, per carità un talento incredibile, forse il più importante su un campo da calcio, “ma fagli fare la punta allora Max, non il centro del gioco sulla trequarti, non quello che deve sparigliare le carte con accelerazioni palla al piede, questo dice il suo storico in champions e nelle grandi partite”.
Perchè complicarsi la vita, ordunque, quando hai giocatori del ruolo di livello internazionale? Sembra un ragionamento talmente semplice da apparire assurda la testardaggine dimostrata da Allegri nel voler snaturare un uomo gol per fargli fare un ruolo che in rosa potrebbe essere ricoperto da giocatori funzionali, per giunta dal valore assoluto elevato. Il problema, infatti, non è che Bernardeschi e Costa abbiano avuto un inizio di stagione travagliato, ma che le dichiarazioni del tecnico sembrano far pensare ad una quadra definitivamente trovata. Tornando al famoso assortimento, con tre punte pure mancano proprio la fantasia, il dribbling sistematico, l’accelerazione palla al piede, le caratteristiche proprie dei centrocampisti offensivi. Non fossero in rosa probabilmente si potrebbe pensare ad un adattamento, ma ci sono e non vi è ragione alcuna per non farli giocare.
L’esperimento Dybala tuttocampista sembrava già fallito prima di cominciare a far sul serio: sulla carta gli mancava la dimensione verticale del gioco del calcio, sia come passatore alla Vucinic o alla Totti, come regista offensivo direbbero quelli che ne sanno, sia l’accelerazione palla al piede. Non ha la potenza e la tecnica per resistere ai contatti o alla possenza dei mediani altrui. Nei fatti, la squadra ha indici di pericolosità bassissimi col 10. E’ così la Juventus è stata unicamente, a certi livelli, la classe di Ronaldo sommata a qualche sortita di un terzino come Cancelo. Perchè poi bisogna essere pratici e non vivere di sogni. Guardare realmente cosa avviene sul campo e non farsi ammaliare da un fraseggio sin qua migliore rispetto al passato. Piacerebbe a tutti giocare di dominio come il Barcellona (che anche si è adattato alla nuova era delle folate), ma è credibile ritenere che la tecnica dei bianconeri, per quanto elevata sia, non faccia presagire a partite in relax contro le big. Il che non è assolutamente un male. Ma siccome quest’anno abbiamo un apparato migliore nel far uscire la palla dalla difesa, abbiamo trovato un secondo violino a centrocampo come Bentancur, che difende per 6 e gioca a calcio in maniera celestiale, la nostra fase offensiva potrebbe diventare migliore, innescando il genio calcistico di Douglas Costa più avanti, non doverlo costringere ad autoinnescarsi, costruire e talvolta a rifinire. Ma è necessario schierarlo, per fare il salto di qualità. Occorre dunque rinunciare ad una punta, non interessa in questo contesto se si tratti di Dybala o Mandzukic, basta che sia uno dei due, se si dà per scontata la titolarità di Ronaldo.
La ginga al potere dunque, per una Juve verticale e con ambizioni di vittoria in Champions League, questa sembra essere la ricetta per divenire da confortanti a letali.
del PrincipePianista