DOPO Juventus-Torino 4-0: tecnicamente, una strage

di Luca Momblano |

Finalmente l’avverbio per il quale vale la pena vivere da vicino l’era Allegri sulla panchina della Juventus. È stato un lungo percorso, e a poco vale su due piedi che questo derby possa rappresentare una dolcissima parentesi. Difficile sia così, perché per esempio alla partita casalinga contro il Parma nella passata stagione fu dato troppo poco valore quando in realtà rappresentava il primo serio avvicinamento al gioco a cui voleva arrivare il mister a suo tempo (quel 4312 sporco che abbiamo analizzato in lungo e in largo), il primo insediamento qualitativo di Morata in qualità di giocatore da pianta stabile, il momento che ci portava da vicino verso il 3-2 all’Olympiakos. 3-2, sì, il che ci riporta al derby. Quello 2015, quello nato tondo e finito Cuadrado. Questa serie nasce lì, perché nel calcio le piccole cose generano quelle grandi, così come le mediazioni tra le tue certezze e le mie convinzioni. In questo Allegri è maestro sulle tracce di Ancelotti (uno che fu capace di rinnegare gli assiomi iniziali del proprio calcio per arrivare a crearne un altro, purtroppo a Milano).

Il bello è che la Juve non ha ancora scollinato. Sa che la montagna del campionato non è più il Tourmalet ma basta poco subire crisi di fame anche sul cavalcavia dietro casa se non ti porti dietro il lavoro fatto nel tempo. Non si cambiano le rotte con gli strappi, con le rivoluzioni in corso d’opera. Ricordo rarissimi casi. Così, per tornare alla partita, succede anche che domini TECNICAMENTE l’avversario dal primo all’ultimo minuto e che, visto che questa è l’ossessione buona del tuo allenatore, la vinci 4-0. Perché non l’ha persa Ventura, a meno che non si voglia ammettere che abbia provato a sfidare la Juve proprio su quel piano, cioè sulla tattica dei ritmi paciosi cioè il campo in cui l’onda della tecnica può avere il sopravvento. Sempre l’Ancelotti del Milan docet.

Cos’è successo, poi? Che al rientro in campo, sull’1-0, il Toro prova a muovere il baricentro e dopo 30 secondi Morata è in porta (bravo Alvaro, che partita seria, che partita intelligente senza strani appetiti dopo le sfighe di Siviglia). La coperta è corta, signori. Succede la strage poi. Quindi dire che Ventura abbia sbagliato tutto è troppo facile. Al che ci si è messo Molinaro. Al che ci si è messo ancora Zaza salvato, catechizzato, apprezzato da Allegri che lo toglie non tanto per negarlo a possibili mire da parte dell’arbitro visto che si era messo nel bene (tanto) e nel male (poco) sotto i riflettori. Allegri l’ha salvato dai giocatori del Torino, ribadiva il mio vicino di banco. Credo avesse abbastanza ragione.

Ai pensieri, quelli seri, ci hanno pensato prima Dybala e poi Pogba. C’è tanto orgoglio nell’essere juventini in quei piccoli gesti. Perché i giovani in genere pensano ad altro. Perché non c’è immagine da vendere. Ci sono solo magliette bianche con scritte nere fatte con un pennarello. Cose che sono nelle case di tutti.

Ecco perché il mio pensiero va ai due fratelli, uno della Juve e uno del Toro, con cui ho condiviso la mia adolescenza. Erano dirimpettai di pianerottolo al quinto piano. Lo juventino in famiglia era in minoranza, ma era il maggiore. Sempre ad armi pari. In casa loro, verbalmente, ricordo i veri derby della mia gioventù. Io assistevo. Facevo già il giornalista, a mio modo. Con una penna e un quaderno. Adesso uso l’iPad. Non mi fa onore. Non mi riconoscerebbero. Ma sicuramente un paio di messaggi tra loro, adesso genitori, me li immagino. Altro che autogol di Venturin all’ultimo respiro… eravamo tutti e tre in curva. Eravamo giovani e forti come Pogba e Dybala. Basta, penso al Carpi. Penso a un bis di Rugani. Sennò piango. E non mi pare proprio la notte giusta.