DOPO Juventus-Napoli 1-0: un colpo di cannone e (forse) l'ha vinta Allegri

di Luca Momblano |

Un uomo la scaraventa dentro, cerca l’amico incasinato nella sua personale lotta con un groviglio di pensieri dentro cui, a tratti, ci entra anche il pallone e prosegue questo incredibile, rocambolesco e inarrestabile racconto che riguarda la Juventus. Spesso ci si ostina a vivere il calcio di ogni singola partita in funzione di ciò che i nostri occhi hanno già visto o che il nostro animo ha già macinato e digerito, emozionandosi. Poi succede che basta un colpo di cannone per svegliarsi dal torpore. Ci si accorge che in realtà nulla è mai come prima, neppure per chi come gli juventini di queste partite ne ricordano tante sia per l’avvicinamento, sia per il pathos smorzato da pensiero che forse non è mai la più importante, sia per il prodotto finale della gara. Ed è tutto diverso. Perché si è dentro un ciclo fatto di più cicli, record che batte record, mai una partita uguale (a parte Zeman e Luis Enrique uno dietro l’altro allo Juventus Stadium) e in questo senso sono felice di staccarmi dall’ossessione che mi ha sfiorato. Ovvero catalogare questo successo sotto lo stesso file degli Juventus-Milan e Juventus-Roma 1-0 appartenuti a Paulo Dybala.

 

Intendiamoci: la costruzione della partita non è stata dissimile. Di base c’è un’infinita dose di stima (giusta o sbagliata) nei confronti dell’avversario, la mite consapevolezza di una superiorità che nascerebbe anche dal fatto che a volte pareggiarle non sarebbe la delusione delle delusioni. No, il calcio di Allegri non vuol dimostrare niente a nessuno. Sono gli interpreti, piuttosto, a dover dimostrare di essere a turno all’altezza. E’ un calcio solidale, dove persino un presunto anarchico come Cuadrado sa vestire i panni di un volontario di Emergency. Non un calcio operaio, ma impiegatizio: tu fai come ti dico io e vedrai che ne trarrai beneficio. La storia qui non si scrive più, si declama (a volte anche a braccio) nei massimi teatri nazionali e internazionali. Conte + Allegri? Non c’è somma. C’è rottura e balzo. Non avremo più paura di niente (in questo aiuta molto l’idea che Barzagli sia immortale). Conte + Allegri è come essersi trasformati da Ivan Lendl a John McEnroe nel trasferimento aereo, a fiato sospeso, tra i campi del Roland Garros e quelli di Flushing Meadows. Il gol partita di Zaza è il passante di rovescio che ci si è trovati a tirar fuori quando, dentro un serrato ma estenuante palleggio, ci si arrende all’idea di andare a rete per sfornare la volée per cui il pubblico ha pagato il biglietto.

 

Zaza. L’ex “fratello” sfigato di Berardi. Ciò che avrebbe dovuto essere oggi Balotelli se non gli si fosse fatto credere di essere un campione a 18 anni. Un giocatore essenziale ed esplosivo senza la pretesa di essere completo. Quelle sono cose cui si lavora con il tempo. Che le capisci quando sei capace di guardare dentro gli occhi dei compagni più navigati, quando capisci la reale prospettiva delle cose che ti vengono urlate in faccia da chi di dovere. Zaza. Un giocatore che vive in funzione della porta che però ha vinto la partita prima, quando ha sradicato come un ossesso quel pallone alle spalle di un Jorginho che, come Sarri, stava pensando “questi hanno rinunciato a vincerla”. Quel gesto, visto allo Stadium, ha riacceso la luce. E i gol non nascono mai dal buio. C’è sempre qualcosa dietro.

 

E poi, ancora più indietro, ci sono le strategie. Primarie ma mai così secondarie. “L’ha vinta Allegri”, dice uno in tribuna stampa. “No”, gli rispondono in due. S’infila un altro: “Forse si”. I miei appunti aiutano poco a risolvere il rebus. Il mister sceglie infine una Juve rigida contro un gioco che è più rigido di quel che abbia dato a credere la verve di Insigne soprattutto nell’ultimo macroperiodo. E’ un gioco reiterato quello di Sarri, forgiato come pochi in Italia e bello anche per gli occhi per come si muove il blocco squadra in funzione del pallone. Poco senza, la cosa invece che più mi ha colpito. 4-4-2 per noi perché l’ordine è ciò che soffoca l’ordine. 0-0 e poi vediamo. Oppure botta e risposta e poi vediamo. La Juve B aveva disintegrato l’Inter titolare in Coppa Italia. La Juve A negativo ha regolato il Napoli titolarissimo. Khedira ha giuocato di mostruosa intelligenza contro l’unico più lento di lui nell’interpretare il ruolo (Hamsik, che in fondo nessuno s’era accorto che era davvero la pedina più pericolosa). Lo ha pedinato e depresso, facendo una partita da voto 6 e mai 6 in pagella fa più figo in una partita così. Perché è l’ordine mentale il plus di Khedira. Più anche di ogni compagno.

 

Quindi: l’ha vinta Allegri oppure no? L’ha addomesticata come era assolutamente necessario per il momento della stagione in cui cadeva il match. E quindi l’ha vinta. L’ha vinta accettando concettualmente anche di poterla pareggiare. E’ una nuova forza. Conte + Allegri sono lo stesso ciclo, con un sobbalzo in mezzo. Conte + Allegri è un unicum dentro il quale Ivan Lendl ha preso le sembianze di John McEnroe in un solo viaggio, a fiato sospeso, dai campi del Roland Garros a quelli di Flushing Meadows. E la partita scopri di poterla vincere con un odiatissimo passante di rovescio, dopo un irritante ed estenuante palleggio, quando ti arrendi all’idea di poter andare a rete e vincerla con una volée per cui il pubblico credeva di aver pagato il biglietto. L’ha vinta dunque McEnroe, uhm, scusate, Allegri. Con Zaza e insieme a Zaza. Per le sostituzioni logiche, asciugate da ogni forma di protagonismo. Un mister bravo è un mister che non fa il fenomeno sui cambi. E’ da lì che ne deduci la natura. I “fenomeni” la vincono, e quella dopo per lo stesso motivo la perdono. Una volta genio, una volta fesso. Conte è fuori categoria. Per lui, preparatore assoluto di partite in cui c’è poco da leggere, i cambi potrebbero anche non esistere. Allegri sta normalizzando una Juventus speciale. A Torino, anche per il suo modo di essere, non è proprio una brutta cosa. Serve per respirare, mentre nessuno sa quanto grande rimarrà questa Juve nella storia. Semplicemente perché siamo ancora dentro la storia e non ai titoli di coda.

 

Tutto questo mentre il celebre Auriemma, al triplice fischio e prima ancora di ogni intervista ufficiale, era occupato a farsi prenotare il primo treno di rientro per Napoli. Ore 8.10. Sveglia presto. Fa bene alla salute. C’è un nuovo campionato da affrontare.