DOPO Juventus-Inter 2-0: Lo specchio non perdona

di Luca Momblano |

Ore 23.35. Giusto provare a scrivere qualcosa di campo che non sia lo spauracchio vissuto con Gigi Buffon. Non quello con Eder davanti, quello in cui l’italo-brasiliano (o brasiliano-italo che sia) guarda poi con gli occhi serrati nel vuoto mentre alle sue spalle Ljajic fa il gesto di chi non ne può più in tutti i sensi (dura la vita contro la Juve tra Firenze, Roma e Milano). Lo spauracchio è quando Buffon chiama la panchina, fa cenno, comunica e rispondono, richiede e Neto si guarda intorno. Poi pollice alzato. No, il k-way per lui non l’ha portato nessuno.

 

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Ore 23.58. Troppa confusione sulla timeline ufficiale Juventibus. E non è soltanto colpa del #jvtblive. Per non parlare del gruppo interno di Whatsapp. Resettare tutto per un attimo. C’è il campo. In qualche modo il campo c’è sempre. Anche in partite così. Perché a me il campo fa venire in mente le tattiche e i giocatori, ma poi succede che il campo non così di rado è sinonimo di squadra. Guardate i duelli di quel mantra giornalistico chiamato “specchio”. La traduzione tecnica sarebbe: duelli individuali a tutto campo, superiorità numerica difensiva e affiatamento nella coppia d’attacco da supportarsi ai fianchi con le mezzeali sostenute a turno dai fluidificanti. La traduzione di questo Juve-Inter è: dei 4 duelli reali ne stravinci uno solo. Alex Sandro vs D’Ambrosio.

 

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Ore 00.08 Rivediamoli, i duelli. Mancini, se la leggenda dello specchio che imbriglia vale davvero qualcosa, deve vincerne almeno tre di quei quattro per assottigliare il divario (che è nei singoli ed è con ogni evidenza nel gioco). Ne vince nessuno e Allegri, appunto, solo uno. Sempre che a Allegri gliene importasse qualcosa. Pogba non fa a fette Melo. Uno che in effetti si fa a fette da solo. Khedira non gigioneggia su Kondogbia (che nel frattempo ha imparato da Melo) ma di base vince filosoficamente il duello con la sola forza del pensiero (cioè il pensare calcio insieme, appunto, alla squadra). Lichtsteiner è tutto un andirivieni con Alex Telles, uno dei meno avvizziti degli ultimi 3 anni di Inter (per quanto potrà durare). Sono 4 e non 5 perché Hernanes contro Medel è nonsense, per le loro posizioni basse e per i rari incroci. Bene comunque il brasiliano, assolutamente dentro la partita per 70 minuti buoni, aiutato dopo l’improvvisata contro il Bayern da non avere uomini intorno se non saltuariamente un Palacio redivivo ma oggi non in grado di fare più di cinque passi di corsa prima di cascare in terra.

 

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Ore 00.24. Pure una telefonata. Allora riassumiamo: perché la Juve allora stravince la partita? Sì, vero, Mandzukic come presenza non è Icardi. Ma il 50% di quel lavoro è suo, l’altra metà del supporto squadra. Che non è mai tutto ma in partite così, dopo un martedì così, è tantissimo. Dybala è impreciso e talvolta confusamente tarantolato (nonché discretamente picchiato), ma ha ragione Massimo Mauro per una volta: “Dybala è stato intenso, è stato sempre dentro la partita”. Al che allora la sentenza dello specchio è poi quella che non perdona, nel calcio come nella vita. Ciò che torna all’Inter sono i tantissimi punti neri. Per la Juve invece il perfetto e castigato cascare di un abito da signora. Dalla testa ai piedi. Da Buffon ad Alvaro Morata, per restare aderenti alla partita.

 

– Comunque no. Neppure un interista che si sia fatto vivo. Onore comunque a loro: da me stanno alla larga anche quando capita di vincerne una. Proprio vero che se ti comporti da signore la vita ti ridà sempre indietro qualcosa –