Ciò che serve dopo Allegri

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Eugenio Di Fonzo

Cominciamo con alcune premesse doverose:

non è mia intenzione definire inadeguato Max Allegri come allenatore di una big europea, o il suo modo di intendere calcio. Esiste una sola destinazione che è la vittoria, ma le strade che portano ad essa possono essere molteplici. Non è assolutamente detto che un allenatore “gestore” non possa ottenere i medesimi risultati, se non migliori, di uno che dia la sua impronta indelebile nel gioco della squadra.

Inoltre, non sto dando assolutamente per certa la sua separazione dalla Juventus né tanto meno l’ingaggio di un tecnico come Guardiola, ma questo è semplicemente un ragionamento sul processo di crescita (direi ottimo ed estremamente rapido) della squadra bianconera.

Solamente 13 anni fa questa squadra ripartiva dalla Serie B, ed è quasi impressionante vedere dove siamo arrivati oggi. Probabilmente la percezione di ciò è annebbiata dal fatto che il ciclo lo stiamo vivendo e lo stiamo facendo essendo sempre proiettati al futuro, e raramente ci fermiamo a pensare da dove siamo partiti. Il team è cresciuto costantemente sia dentro che fuori dal campo, ed è proprio per questo che siamo arrivati al punto in cui manca solo l’ultimo step da compiere, ma non per raggiungere la tanto agognata Champions League, non si tratta di trionfare in una stagione o in un ciclo, si tratta di perfezionare una crescita che possa portare questa squadra a trionfi duraturi, ad una mentalità ancora più vincente (e dominante) e ad essere allo stesso livello (come società e non solo in campo) delle super big europee in vista di quella svolta per il mondo del calcio che Andrea Agnelli immagina nei prossimi anni.

Il primo passaggio è stato l’avere uno stadio di proprietà, prima squadra in Italia a poter contare su un simile gioiello sia in termini di prestigio che economici. Con il passare degli anni la Juventus ha compiuto (e sta compiendo) dei cambiamenti epocali (al punto da essere quasi dolorosi in certi frangenti) rispetto al passato; come ad esempio il passaggio ad un nuovo logo, capace di renderla facilmente identificabile nel mondo, o la svolta epocale di voltare le spalle alla tradizione abbracciando il merchandising, facendo una maglietta che per la prima volta vede la maglia juventina priva delle storiche strisce.

Un taglio con il passato è stato dato anche in sede di campagna acquisti, compiendo trasferimenti da 100 milioni con tanto di ingaggi faraonici, prendendo star già affermate e con un numero di stranieri molto più alto rispetto al passato. Il tutto tenendo sempre conto sia del campo che della valorizzazione del brand visto che si tratta quasi sempre di operazioni che portano sia qualità in rosa che visibilità internazionale (cosa che ovviamente attira sponsorizzazioni e pubblicizza il marchio).

Arrivati a questo punto, almeno secondo il sottoscritto, il passo finale da compiere (senza considerare quello di ritornare ad essere una squadra che alza con costanza anche trofei internazionali) per valorizzare al 100% il “prodotto Juventus” è quello di avere uno stile di gioco accattivante per il pubblico (anche al di fuori dei tifosi juventini), assolutamente ben definito e facilmente identificabile. Un qualcosa che porti tutti gli amanti del calcio a voler guardare un match della Juve e che sia paragonabile ad un canto di sirena per sponsor e televisioni.

Ovviamente non esiste solo Guardiola, sono diversi gli allenatori ad avere una propria idea di calcio facilmente riconoscibile ed anche divertente (lo stesso Antonio Conte per fare un esempio), ma essendo consci del fatto che bisogna tenere un occhio al campo (perché vincere forse non è più l’unica cosa che conta, ma comunque la più importante) ed un occhio al fatto che il calcio non è più solo uno sport, ma uno show business, ottenere il risultato voluto tramite una star è sempre preferibile.


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