Diritti tv: in Italia il manifesto del capitalismo familistico

di Kantor |

Quando si decide di redistribuire la ricchezza generata da un movimento ci sono due criteri distanti ma entrambe filosoficamente accettabili: il criterio democratico e il criterio meritocratico. Il criterio democratico consiste nel dividere la maggior parte dei profitti in parti uguali fra tutti i protagonisti del movimento, indipendentemente dal loro peso nella generazione del profitto stesso. Il criterio meritocratico consiste nel dare di piu’ a chi ha piu’ merito, dove il merito viene stabilito attraverso una serie di parametri il piu’ possibile oggettivi. Se vogliamo queste due posizioni sono assimilabili al grande spartiacque filosofico del secolo scorso, ovvero alla differenza fra socialismo e capitalismo. Come ho detto sono entrambe posizioni accettabili e coerenti; la mia opinione e’ che nessuna e’ migliore dell’altra e possono essere entrambe applicate con successo a seconda del momento storico. E se vivessimo in un mondo perfetto ci sarebbe un continuo spostamento tra un criterio e l’altro, in modo da massimizzare gli effetti positivi sul movimento.

La cosa assolutamente da evitare, e la storia questo insegna, e’ usare un criterio ispirato a quella deriva del capitalismo che e’ il “crony capitalism” o “capitalismo familistico”; detto in termini piu’ pratici quello che non premia ne’ il merito, ne’ la partecipazione ma tende a consolidare attorno a chi e’ piu’ potente una grande “rendita di posizione”. E questo e’ un criterio terribile, perche’ unisce i difetti dei due criteri precedenti, senza condividerne alcuno dei pregi. In altre parole tende a dividere la fetta piu’ grossa della ricchezza tra un numero limitato di soggetti, che pero’ non sono scelti in base al loro merito ma ad altri parametri; e di conseguenza impedisce di fatto che i soggetti piu’ premiati varino nel tempo, in modo che siano sempre gli stessi a dividersi la fetta piu’ grossa, indipendentemente dal loro contributo al movimento.

Detto questo, nessuno si stupira’ che il criterio scelto in Italia per la divisione dei diritti TV sia esattamente del tipo tossico descritto sopra.
Vediamolo in dettaglio, grazie al grande lavoro di Antonio Corsa:

40% parti uguali
25% popolarità del club
5% popolazione città
15% risultati sportivi ultime 5 stagioni
10% risultati sportivi dal 1946/47 alla sestultima stagione
5% risultati sportivi ultima stagione
La parte divisa equamente fra tutti e’ il 40%, il che mette il criterio abbastanza lontano da quello democratico (in EPL, il piu’ democratico di tutti, si divide in parti uguali circa il 70% dei profitti). Tuttavia le altre voci hanno pochissimo di meritocratico e sono piu’ ispirate ad altre criteri. Una buona parte e’ calcolata con la popolarita’ del club. Questo e’ un criterio che potrebbe pure andare bene se fosse calcolato in modo trasparente e con criteri oggettivi; in realta’ in Italia non si sa nemmeno esattamente COME venga calcolato. Pare che si usi un misto di dati auditel e di sondaggi, ma in questa forma andrebbe completamente abolito. Se questo criterio e’ discutibile, almeno nella sua implementazione, gli altri sono decisamente demenziali e dannosi; considerare i risultati sportivi dell’ultima stagione e’ il criterio meritocratico per eccellenza ma viene calcolato un misero 5% (in Germania per esempio e’ il 40%), ovvero la stessa percentuale data dalla popolazione della citta’ di appartenenza. Chiaramente la popolazione della citta’ di appartenenza non e’ un criterio meritocratico e quindi andrebbe abolito; ma se proprio lo si vuole mettere e’ demenziale che abbia lo stesso peso della classifica dell’ultimo campionato. Tanto per essere chiari ai fini della spartizione e’ come se in Italia ogni anno si giocassero due campionati: uno lo vince chi lo vince, l’altro lo vince sempre la Roma (e la Lazio), seconde arrivano Milan e Inter, terzo il Napoli e quarta la Juventus (e il Torino).

Come se non bastasse ci sono gli altri due criteri, che considerano i risultati delle ultime 5 stagioni (e fin qui ci puo’ stare), ma il colmo del ridicolo e’ attribuire il 10% considerando i risultati dal 46/47. In altre parole, avere fatto bene negli anni 50 conta il doppio che vincere il campionato 2015/16.

In altre parole il sistema italiano di spartizione dei diritti TV puo’ essere considerato il MANIFESTO del capitalismo familistico; e favorisce il modo sfacciato le squadre di grandi citta’ e/o di grande tradizione, indipendentemente dalla loro forza attuale. Quindi e’ un sistema assolutamente dannoso per il movimento, perche’ di fatto impedisce la crescita di qualunque altro soggetto. Per esempio il Sassuolo quest’anno arrivera’ subito sotto il Milan (io spero subito sopra, ma non e’ detto); ma in ogni caso non prendera’ un po’ meno (o un po’ piu’) del Milan ma sempre e comunque circa un terzo. In Inghilterra invece l’anno prossimo il Leicester prendera’ piu’ del Chelsea.

Chiaramente il sistema italiano e’ da cambiare; io personalmente userei un criterio misto, simile a quello francese, in cui conta molto la classifica dell’ultimo anno ma anche una serie di altri parametri che prendono in considerazione le strutture di una societa’. Ma la discussione in questo senso e’ aperta e le notizie che arrivano dai legislatori non sono le migliori.

Concludo dicendo che noi tifosi della Juventus non dobbiamo avere paura del cambiamento e per diverse ragioni. La prima (e di questo ha gia’ parlato Antonio Corsa in trasmissione) e’ che per la Juventus il vero gap nei diritti con le altre e’ causato dai diritti di broadcasting della Champions League. Il secondo e’ che la Juventus ha tutto l’interesse che il movimento cresca, perche’ e’ difficile essere molto migliori del movimento che ti esprime. Molti hanno detto (volgarmente) che con Calciopoli e’ finita la Prima Repubblica del calcio; io dico che col campionato di quest’anno e’ finita anche la Seconda Repubblica ed e’ cominciato l’Impero. Perche’ mai come quest’anno la Juventus ha dimostrato la sua schiacciante superiorita’ e la sua distanza dalle altre societa’ sotto ogni aspetto. E nonostante questo tutti siamo convinti che ancora in Europa dobbiamo salire qualche gradino; e la ragione e’ che se ti vuoi sedere al tavolo coi potenti e’ meglio essere l’imperatore del Sacro Romano Impero che quello della Dancalia.