Dimmi per chi tifi e ti dirò chi sei: la guida simbolica al tifo italiano

di Giancarlo Liviano D Arcangelo |

Nell’introduzione al suo famosissimo volume sul gioco del calcio (La tribù del calcio, Mondadori, 1982) l’antropologo Desmond Morris fa partire i suoi studi sullo sport più amato del mondo da una domanda semplice quanto decisiva. Come mai metà popolazione mondiale tende spesso a concentrarsi in massa allo stadio e davanti alla tv per assistere a una partita di calcio?

Per Morris questo interesse abnorme per un rituale ludico dipende dal fatto che è possibile agganciare al calcio un complesso piano di significati simbolici. Ogni club, per lui, somiglia a una tribù perfettamente chiusa e autosufficiente, in lotta con altre tribù. Facile e intuitivo. Allo stesso modo, è facile e intuitivo constatare come in ormai 120 anni di calcio italiano ogni club, in armonia con la propria tifoseria, abbia creato una sorta di identità condivisa, un piano psichico per rapportarsi al mondo e alle altre tribù perfettamente chiaro e riconoscibile. Quali sono allora i profili psicologico-identitari dei club più seguiti e amati d’Italia? A un primissimo sguardo, tra le moltissime differenze, esiste un evidente minimo comune denominatore: l’odio (sportivo?) per la Juventus.

In un mondo grande e terribile oltre che basato sulla competizione come quello del calcio e del tifo infatti, spesso l’identità si crea più in relazione a qualcun altro che conoscendo sé stessi, aumentando cioè il livello di consapevolezza del proprio posto nel mondo. Ma ora, club per club, entriamo nel dettaglio.

 

L’Inter: la rimozione e l’autoinganno

Negli ultimi quindici anni, il più grande cambiamento sul piano del posizionamento simbolico e dello sviluppo dell’identità, riguarda senza dubbio il caso clinico dell’Internazionale Football club e dei suoi tifosi. Il grande spartiacque è stata l’inchiesta Calciopoli. Fino a Calciopoli l’Inter e gli interisti si identificavano soprattutto come una nobile società dal passato importante che aveva vissuto un grande ciclo, ai tempi del Mago Herrera e di Angelo Moratti: pieni anni 60’. La speranza condivisa nei tempi successivi? Tornare ai fasti di un tempo, speranza che si rinfervorò con l’avvento alla presidenza del figlio minore di Angelo, ovvero Massimo.

Il tratto principale della vecchia identità era l’essenza nostalgica: una nostalgia gloriosa e speranzosa per il futuro, ma non troppo. Il paragone con la Juventus di Lippi tornata vincente era un residuo archeologico, di cui rimanevano ceneri ancora ardenti pronte a ritrasformarsi in fiamma viva. L’interista dei metà anni novanta era abbastanza autocritico, non accettava di buon grado le spese spesso scriteriate del nuovo patron, si supervalutava soprattutto nel periodo estivo e manteneva una certa lucidità nel giudicare intestine al club le cause dei molti insuccessi. Poi ci furono quelle che Elias Canetti in Massa e potere chiame “le spine”, cioè una lunga serie di delusioni e speranze disilluse, quasi sempre per colpa della Juventus, e lì cominciò il cambiamento di personalità identitaria e di quadro simbolico. Il caso Ronaldo – Iuliano, il gol non concesso a Bierhoff con l’udinese, Luciano Moggi, il 5 maggio: tutti eventi su cui scatenare proiezioni, facili cause esterne utili a rimuovere le proprie le proprie responsabilità per gli svariati insuccessi. Con Calciopoli, l’evoluzione si è resa definitiva: il nuovo quadro simbolico della squadra nerazzurra e del suo tifo si è di colpo eretta sulle fondamenta processuali, fortificate dalla stampa amica e dal sentimento popolare. L’Inter e gli interisti si sono così appropriati di un quadro identitario rigido, legato al desiderio di incarnare l’essenza pulita dello sport, il rispetto delle regole, un’idea molto vaga e infantile di onestà. Insomma, un inno fasullo al calcio pulito. Tutto troppo bello per essere credibile, anche perché un quadro simbolico così impegnativo e moraleggiante, di per sé idiosincratico al calcio, se vissuto senza ironia ha costretto da subito e costringe ancora a costi vivi non da poco: cioè l’obbligo di operare enormi e complicate rimozioni. Ironia del destino, la prima, grande rimozione riguarda la figura demonizzata di Luciano Moggi: tralasciando il famoso contratto offertogli da Moratti per assoldarlo come direttore generale, è davvero complicato dover fronteggiare l’idea che il grande artefice del primo ciclo vincente nerazzurro, quello della grande Inter, altri non fu che Italo Allodi, ovvero il primo geniale faccendiere dandy del calcio italiano. Offerte di auto e orologi agli arbitri internazionali, tutte ben documentate, metodi di realpolitik straordinariamente efficaci e prepotenti, la paternità nominale di un sistema, il sistema Allodi, che si basava sull’idea di vittoria a tutti i costi come ideologia profonda, al punto che proprio Allodi fu maestro e mentore di Lucky Luciano, al quale, per forza o per favore, Allodi lasciò in eredità un impero fatto di metodi e contatti. La seconda grave rimozione riguarda il fatto, anche questo raccontato nei minimi particolari da un giocatore della rosa, che fu proprio quella Inter prodigiosa a sperimentare le prime forme rudimentali di doping. Terza grande rimozione, è l’evidenza beffarda che il secondo ciclo vincente della storia dell’Inter è partito dall’acquisto di Viera e soprattutto di Ibrahimovic, giocatori che fino all’anno precedente erano etichettati come dopati o come esponenti silenti, complici e vigliacchi del calcio malato, mentre probabilmente furono proprio loro a portare a Milano quel sovrappiù di mentalità vincente che sempre era mancato. Infine, quarta e ultima grande rimozione, la sfilza di prescrizioni, patteggiamenti, plusvalenze truccate, artifizi di doping finanziario: tutti elementi in distonia con un’idea seppur infantile e approssimativa di onestà, in grado di partorire ciò che in qualsiasi individuo rappresenta lo squilibrio psichico più temuto e avversato: la dissonanza cognitiva. Come risolverla visto che è impossibile conviverci? Attraverso le rimozioni, appunto, o attraverso uno spostamento verso il feticcio, grazie al quale l’intero piano emotivo nerazzurro si dirige compulsivamente verso il famigerato Triplete. Ancor più di frequente però tra gli interisti si verifica l’atteggiamento che gli psicologi sociali chiamano compartimentalizzazione: cioè la tendenza a permettere una coesistenza psichica di condizioni inconciliabili tra loro, senza provare angoscia o senso di colpa, o addirittura non cogliendone la contraddizione. Tale comportamento è indistinguibile dall’ipocrisia.

 

Il Milan: il club più vincente del mondo

Il quadro simbolico del Milan e dei milanisti è molto più semplice e meno patologico. Unica società a vantare, nell’arco degli ultimi 25 anni, una continuità ad alto livello paragonabile a quella della Juventus (ma con in più una maggior fortuna e propensione a dare il massimo nelle finali internazionali), il Milan e i milanisti hanno potuto aggiornare il proprio profilo simbolico identitario sulla base di un percorso proprio di cicli vincenti, e non in mera opposizione con la Juventus. La rivalità tra i club è stata soprattutto sportiva, di rango nobile, culminata nella finale di Manchester. Calciopoli non ha cambiato quasi nulla: salvo per questioni legate a equilibri storici di potere oggettivo, la società Milan fu salvata, ma da allora non ha più ritrovato il rango dei primi anni del duemila. Oggi, in tempi cupi, lo spostamento identitario è avvento semplicemente sulla base dei ricordi, sull’investimento in un passato glorioso: il vanto, peraltro inesatto, di essere il club più vincente del mondo. È abbastanza facile notare come la personalità esuberante di Silvio Berlusconi, nel bene e nel male, abbia influenzato il quadro identitario generale degli ultimi decenni, costringendo peraltro la base storica del tifo rossonero a una non facile rimozione a monte: il Milan, storicamente il club più vicino a un estrazione popolare e operaia nel tessuto cittadino, deve gran parte del suo rango al più grande parvenu anticomunista della storia nazionale.

 

Già esauriti i club titolati, iniziamo il percorso nei quadri simbolici della società che, non avendo una storia costellata di successi in cui rispecchiarsi, trovano una collocazione identitaria che si basa soprattutto su un doppio asse: autoreferenzialità, ovvero scarsa tendenza a misurarsi con la realtà esterna, e ricerca di un nemico esterno immaginario, sul quale fondare la costruzione dell’intero quadro simbolico: chissà perché, sempre la Juventus.

 

Il Napoli: la rivincita del sud, il folklore e Maradona

Prendiamo per esempio il Napoli. Su che basi reali è possibile credere a una rivalità con la Juventus? In più di un secolo non sono più di 5 le stagioni in cui le due società sono state in lotta tra di loro per i medesimi obiettivi, eppure la costruzione identitaria del Napoli società e del tifoso napoletano tira la Juventus per la maglia. Lo sgarbo Higuaìn, che si vorrebbe rubato a una rivale, tiene solo se si guarda al secondo posto del Napoli nella stagione 2015-16: un po’ poco. In un contesto di visione più ampia è perfettamente logico e razionale che un top player come Higuaìn scelga di fare un salto di qualità economico e sportivo, rifiutando in blocco il piano simbolico autoreferenziale del tifo partenopeo, tutto incentrato su un’ipotetica quanto forzata rivincita del “sud” sul “nord” (presidente romanocentrico e 10 stranieri su 11 titolari, tutti tranne Insigne) e su un aleatorio attaccamento alla maglia, ineffabile viste la bellezza e la magia della città. Ma Higuaìn non è Dean Martin (Napoli that’s amore), è argentino e non di Castellammare, ed è un professionista serio che gioca nel 2016. Ecco allora dove si consuma il vero tradimento: non sul piano sportivo, ma solo su quello simbolico: un quadro che semplicemente non è stato percepito né riconosciuto dal Pipita, che della pizza, se ne fotte. Altri risvolti del quadro identitario del tifo napoletano sono il continuo gioco sul crinale tra folklore/volgarità: anni di sfottò grevi subiti hanno prodotto il meccanismo di difesa del vittimismo, che come sempre accade si trasforma presto in una pretesa d’impunità: così, ogni critica diviene razzismo, mentre tutto un paniere di atteggiamenti equivoci e liminali all’offesa (ne abbiamo esempi recentissimi) divengono sotto il Vesuvio ironia e cifra di una simpatia autentica, come se bastasse nascere nella terra di Totò per andare in giro per il mondo a diffondere il verbo della risata. Infine, il ruolo mitico di Maradona, che in effetti sembrava ritagliato sulla simbiosi, visto il carattere di El Diego: geniale e senza regole, eccesivo e folkloristico, strafottente e fracassone. Icona perfetta per il bisogno d’identificazione di un popolo che condivide tutte queste caratteristiche tranne una, quella che ahimè è riservata ai grandissimi, il genio. Oggi, Diego resiste come perfetta icona di una retorica figlia del mondo anni 80’ fatto di nazionalismi e dicotomie ideologiche che rivive stantia solo nei murales cittadini.

 

La Roma: i dogmi e la guerra al potere

Stesso paradosso identitario va in scena sulla sponda giallorossa della capitale. Anche nella costruzione simbolica romanista, la Juventus occupa una posizione a dir poco incongrua: non più di 5 su 90 le stagioni in cui le due squadre si sono trovate in competizione per la vittoria finale in campionato; eppure il tifoso romanista si sente perseguitato dagli arbitri, veri artefici del palmares piangente, e dalle ingiustizie, su cui però troneggia nel nome di una purezza illibata e della presunta lontananza dal sistema. Buona parte della sua identità simbolica si forgia sulla resistenza a ipotetici venti del nord, o nel sentirsi immuni o addirittura ostili al potere della famiglia Agnelli, verso il quale il tifoso romanista sente di poter opporre un netto quanto non ben identificato rifiuto. Il resto del quadro identitario del romanista si innalza intorno a una serie di dogmi e di misteri della fede integralmente condivisi dalla tifoseria, ma allo stesso tempo del tutto autoreferenziali e privi di riscontri fuori dal GRA. Veri e propri dogmi, manifestazione di fede cieca e dunque irrazionale, i principali misteri del tifo romanista sono: 1) la patente di tifoseria più calda, unita e appassionata del mondo. 2) il dogma del capitano e dell’appartenenza: Totti è il più grande calciatore italiano di sempre e lontano da Roma avrebbe vinto ripetutamente il pallone d’oro, ma ha rinunciato per amore della maglia. Questo dogma è talmente mistico che anche chi arriva da parte del mondo lontanissime, come prima dichiarazione deve sempre dire che Francesco Totti è il più forte calciatore con cui ha giocato, anche dopo il primo allenamento. 3) la matematica della lupa: 1 scudetto a Roma vale come 30 scudetti a Torino. 4) la presunta distanza dell’AS Roma rispetto ai poteri forti e la conseguente aderenza della squadra ai più alti valori dello sport. Di conseguenza Roma è l’unica piazza mondiale in cui una non-vittoria può valere quanto o molto di più di una vittoria vera. Sì, avete capito bene: si tratta della famigerata vittoria morale.

 

La Lazio: la morte del calcio e la sua resurrezione

Sfaldata da un presidente sadico e torturatore, l’identità laziale vagamente legata al momento eroico della borghesia capitolina che ammicca all’estrema destra, oggi sopravvive in deboli aneliti proprio nell’irriducibile resistenza al dittatore Lotito, uomo più realista del re che non lascia spazio a nessun investimento emotivo dei migliaia di tifosi biancocelesti, e che gestisce un club calcistico così glorioso con la stessa freddezza con cui gestisce la sua ditta di forniture sanitarie. L’ultima vera reminiscenza identitaria dei laziali, degna di nota, ovviamente in chiave anti juventina e inneggiante alla solita retorica del gioco pulito Vs corruzione, fu dunque quella del 14 maggio 2000, quando prima di Lazio – Reggina, e sicuri di una vittoria-scudetto della Juventus impegnata a Perugia, i laziali celebrarono pomposamente la morte del calcio. Salvo poi, appena 161 minuti dopo (i 90 +71 voluti da Collina), con la Juventus sconfitta 1-0, lasciarsi andare in una grandiosa festa scudetto, nel nome di un calcio appena resuscitato e purificato. E qual era il calcio pulito che quel pomeriggio dii maggio trionfò per una volta sui vecchi sistemi, se non il modello Cragnotti integralmente basato sull’impostura? Da allora la ricerca di un’identità nuova per il tifo laziale procede senza sosta.

 

Torino: il cuore toro

Immutabile esattamente come la bacheca (1 scudetto, 1 Coppa Italia e 1 Mitropa Cup negli ultimi 40 anni), il quadro simbolico dei cugini granata si basa essenzialmente sulla sana retorica del cuore toro. La rivalità con la Juventus in questo caso è sana perché geografica: il derby è sempre il derby. Ma a dispetto di una storia gloriosa e affascinante per qualsiasi amante di calcio, a oggi il cuore toro sembra più resistere come discorso mitico o come parodia (le dichiarazioni belligeranti di Glik nei prepartita con la Juve) che come sostanza.

 

Juventus: lo sguardo dall’alto

E la Juventus? Che quadro identitario può vantare il tifo bianconero?

Per ragioni storiche il tifo juventino è trasversale e interclassista, oltre che geograficamente più variegato: grandi giocatori/icone provenienti dal meridione, molti palloni d’oro, grandi campioni provenienti da ogni parte del mondo. La Juventus è poi la squadra con la più lunga apparenza alla stessa proprietà, ovvero alla famiglia che nel bene e nel male ha caratterizzato la storia produttiva d’Italia. Questi fattori di diversità e varietà, più l’attitudine/abitudine alla vittoria, in aggiunta al dato di fatto che la Juventus è la società più titolata d’Italia, danno al tifoso juventino una doppia consapevolezza, interconnessa. Da un lato una presunzione di primeggiare che a volte può sfociare nell’arroganza o nella tendenza a essere sprezzanti, dall’altro la lucidità per capire che la bellezza magica del calcio, la sua poesia e la sua potenza indistruttibile, si trovano proprio nella distinzione del piano simbolico, dell’epica del calcio e del suo momento magico (cioè la partita), dal piano reale legato alla realtà del calcio come fenomeno o ammortizzatore sociale, entro cui portare tutto lo stress della vita quotidiana. A questo profilo va poi aggiunta una certa ossessione per la Champions League: divenuto ormai il trofeo per antonomasia, le vicende storiche e le troppe finali perse sono per noi bianconeri una ferita non perfettamente rimarginata.

Lo juventino è forse l’unico tifoso che sotto sotto sa sempre che non ha senso sottomettere il calcio al gioco binario dei valori pesanti della vita (moralità Vs immoralità, onestà Vs disonestà) e cercare in esso la rettitudine o i risarcimenti che l’esistenza sociale spesso nega. È per questo, allora, che accetta di buon grado il gol di Muntari a favore e il gol di Mijatovic contro, in finale di Champions League, o lo scontro tra Iuliano e Ronaldo o la serie B. Lo juventino sa sempre che tornerà a vincere, perché il piano simbolico deve precedere la realtà e modellarla, e non viceversa. Lo juventino sa sempre che, in un modo o nell’altro, episodi a parte, il calcio è uno sport dalle variabili infinite in cui vince la squadra migliore.

Perché lo sa? Lo sa, perché spesso la squadra migliore è la Juventus.