La dimensione della Juventus e quella degli Juventini

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Passata la finale di Cardiff e la conseguente naturale elaborazione del lutto, sul sito si sono avvicendati mille mila post in cui abbiamo analizzato e psico-analizzato la partita, la squadra e noi stessi (i tifosi).

Il pensiero generale è che la stagione deve considerarsi fallimentare, dal momento che non abbiamo vinto la Champions League e che non siamo riusciti nel salto qualitativo finale, per arrivare allo stesso livello di Real Madrid (vincitore di 3 delle ultime 4 edizione) e anche del Barcellona, nonostante il risultato netto della sfida ai quarti di finale.

Dopo aver letto tutti gli articoli e (quasi) tutti i commenti, mi permetto di aggiungere il mio pensiero, da una prospettiva “storica” che molti compagni di tifo – per motivi di età – non necessariamente conoscono.

Nell’ormai lontano 1986, finisce il ciclo vincente di Trapattoni alla Juventus, iniziato nel 1976. Il ciclo si era concluso con un palmares impressionante di: 6 campionati, 2 Coppe Italia, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa Campioni (la prima) e la conseguente Coppa Intercontinentale.

La dirigenza (Boniperti, con alle spalle l’Avvocato), decide di affidarsi ad un allenatore “emergente”, Rino Marchesi, che può essere ricordato per i seguenti risultati: un secondo posto in campionato, aver convinto Platini al ritiro dopo un lustro coronato di successi, sostituirlo con Marino Magrin, risultando in un indecoroso 6° posto e l’unica stagione di Ian Rush in Italia.

 

Disperati per i risultati “non da Juventus”, i dirigenti decidono di chiamare alla guida tecnica della squadra un simbolo della Juventus, riconosciuto da tutti in Italia e all’estero: Dino Zoff.

L’allenatore, dopo una prima stagione “grigia” sotto tutti i punti di vista (4° posto in campionato, eliminazioni in coppa Uefa e Italia), riesce a condurre di nuovo la squadra alla conquista di un titolo, con la vittoria della Coppa delle Coppe. La squadra, che incarnava sotto tanti punti di vista le caratteristiche del suo allenatore (solidità, affidabilità, ma anche poco appariscente, e poco “comunicativa”), non riuscì a entusiasmare i suoi tifosi e la dirigenza, nel pieno della lotta di potere tra Boniperti e l’Avvocato, da un lato, e Umberto Agnelli, dall’altro.

 

Il conflitto si risolve l’anno successivo, nel 1990, con l’avvio del nuovo decennio, con il passaggio di testimone da Boniperti a Montezemolo, rappresentante delle nuove forze del calcio, forte del “successo” di Italia ‘90, sponsorizzato da Umberto Agnelli (e dai “salotti buoni” dell’economia italiana di quegli anni). La nuova gestione decide che la Juventus deve cambiare pelle e deve trasformarsi da una dimensione “sabauda” ad una più internazionale. Per questo, deve passare dal gioco “all’italiana” – rappresentato da Trapattoni e da Zoff – alla nuova scuola, rappresentata da Sacchi. Per questo, si decide di chiamare un allenatore emergente, esponente del “calcio champagne”: il bolognese Gigi Maifredi.

 

L’allenatore impone la difesa a zona (richiedendo l’acquisto di giocatori specialisti, quali Luppi e De Marchi), predica un calcio frizzante e offensivo. Contemporaneamente, la società corona una serie di acquisti “spettacolari”, primo su tutti lo “scippo” di Roberto Baggio dalla Fiorentina, così come Di Canio e Hassler.

L’allenatore impone nuovi metodi di allenamento (come gli schieramenti in linea con i giocatori uniti da corde, per mantenere l’allineamento e gli spazi). Tuttavia, la squadra esordisce nella Super Coppa italiana con un perentorio 5-0 subito dal Napoli di Maradona, mostrando come il nuovo calcio non è garanzia di bel gioco e soprattutto risultati.

L’esperimento si conclude con un indecoroso 7° posto, con l’esclusione dalle coppe europee, e con il ritorno di Trapattoni, a cui seguirà l’arrivo di Lippi e il nuovo ciclo vincente che culminerà con un’altra Coppa dei Campioni.

 

Chiedo perdono per il lungo testo aneddotico e storico, ma serviva per dare testimonianza di alcune considerazioni personali:

1: La stagione appena conclusa non può e non deve essere considerata fallimentare

La Juventus è attualmente in un ciclo vincente in progressione crescente sotto tutti gli aspetti. La vittoria della Champions League è legata a situazioni episodiche (tipo i goal “impossibili” di Magath o Casemiro, il goal in fuorigioco di Mijatovic) che si innestano su una base tecnico-tattica per permettere di arrivare alla finale. La squadra è in crescendo sotto i punti di vista tecnico (la “qualità” della rosa) e tattico. Il processo di maturazione non può e non deve essere interrotto.

2: La dimensione internazionale della Juventus attuale è coerente con il suo percorso storico – indipendentemente dalla vittoria della Champions League)

La Juventus è finalmente ai vertici del calcio internazionale. Oltre al Real Madrid (e in misura minore, il Barcellona), le altre squadre top in Europa sono inferiori o sullo stesso piano della Juventus, in termini di risultati e dimensione internazionale.

Che dovrebbero dire i tifosi del Bayern che non vedono una finale dal 2013? E quelli del Manchester United, che negli ultimi anni hanno collezionato 2 finali perse? Per non parlare di quelli del PSG che, nonostante i soldi degli sceicchi e le campagne acquisti faraoniche, non ci sono mai arrivati.

Quali altre squadre possono essere considerate ai vertici del calcio internazionale, come la Juventus?

3: Lo spirito storico della Juventus è legato allo sforzo per ottenere i risultati, non alla ricerca dello spettacolo

Le qualità intrinseche della Juventus, oltre alla dimensione tecnica, sono legate ad una componente specifica: la volontà, lo spirito di sofferenza, la voglia di sacrificarsi con e per i compagni di squadra. Questo è lo spirito storico della squadra, che si deve innestare ed integrare sulla base tecnica di elevata qualità, condizione necessaria per raggiungere i risultati. Questo spirito è rappresentato dai vari Furino, Tardelli, Di Livio, Davids, Nedved, così come Mandzukic.

Il nostro DNA è pragmatico ed “operaio”. Le migliori formazioni hanno sempre affiancato una base di giocatori con grande solidità ed efficacia, con fuoriclasse dalla tecnica sopraffina (Sivori, Platini, Baggio, Del Piero) ma integrati nello spirito della squadra.

La Juventus non ha mai avuto formazioni dal gioco funambolico e spettacolare, da “circo”. Forse per questo sono pochi i brasiliani – da sempre fautori del “jogo bonito” – che si sono integrati nel DNA della Juventus.

 

Spero che la Juventus del prossimo anno possa continuare nel percorso di crescita e di affermazione a livello internazionale, completando la maturazione della base già solida con interpreti migliori (come dimenticarsi dei cambi di Cardiff, rispetto al Real?).

Ma non dobbiamo buttare tutto a mare e rifondare, come se fosse una stagione fallimentare.

Per quanto riguarda gli AntiJuve (che vengano da Napoli o Roma, che siano cartonati o cinesi), sappiamo che da giugno fino ad agosto escono dai loro nascondigli per ottenere i loro trofei stagionali.

 

 

di Stefano Esposizione (user Disqus: EXPO)