Difendere con Sarri: il quinto elemento

di Luca Momblano |

La miglior difesa è l’attacco” è un vecchio adagio che fa esplicitamente venire in mente la vocazione pubblica di Maurizio Sarri. “Il miglior attacco è la difesa” è per chi invece ne svela l’attitudine e l’approccio dietro le quinte del neo tecnico bianconero. Ecco, la difesa. Perché si può e si deve parlare di difesa anche sotto la gestione di un allenatore forse complementare ad Allegri nel metodo, così come nel punto di arrivo del modo di stare in campo – e interpretare il campo – da parte della squadra. Difendere non è blasfemia, è Sarri che guarda a come ottimizzare la fase propositiva, il punto focale che dovrebbe permettere una costante pericolosità offensiva proprio per mezzo dell’attività (o iperattività) dei difendenti. Non a caso, si racconta che il tecnico del “tritare” abbia proprio iniziato dalla retroguardia, e che a quella si sia dedicato in primis nelle sedute tattiche delle prime settimane della sua estate, prima ancora della polmonite e del rientro a campionato lanciato, ovvero a Firenze, ovvero il momento in cui i meccanismi dell’attacco hanno mostrato la loro quota zero.

Ma è la difesa, appunto, che interessa. Non la composizione, non le individualità, non le loro caratteristiche (sulle quali Sarri si è soffermato in conferenza pre Lokomotiv Mosca) e nemmeno le loro sbavature, i loro gesti o i loro errori tecnici. Interessa il reparto, il concetto, il tutt’uno che chiede molto paradossalmente agli stessi singoli. Un intenso lavoro senza palla, un’attenzione particolare al contesto in cui si muovono, fare tutti le stesse cose (e possibilmente bene) in sincrono per permettere a chi è chiamato a giocare gli uno contro uno – spesso lontani dalla porta – di farlo in totale fiducia e convinzione. Questo vale soprattutto per quelli che Sarri descrive ancora con la definizione “difensori esterni”. Colpisce questa etichetta un po’ retrò, in particolare perché è lo stesso mondo degli juventini a non percepirli più come tali dopo aver avuto negli occhi il primissimo Alex Sandro, aver altresì goduto per qualche intenso mese di Dani Alves e aver sognato non poco con Joao Cancelo. Però di questo si tratta. Perché Sarri difende con 4 + 1, dove la base-quattro è monolitica, senza scalate sistematiche, scivolate di reparto e densità costruite ad hoc nemmeno quando si tratta di esercitazione difensiva a squadra schiacciata.

Quel 4 + 1 è fonte di riflessione, e chi scrive ne è straconvinto, soprattutto immaginato il pensiero offensivo di chi man mano si prepara ad affrontare questa Juventus. Un accento particolare a cosa di nuovo Bonucci & co. stanno affrontando, perfino de Ligt se pensiamo che lui stesso descrive il lavoro difensivo nella Juve di Sarri come ancora più rigido, astratto, aggressivo e concettuale rispetto alla sua esperienza da capitano di una cosa innovativa, diversa ed esotica (per noi italici) come l’Ajax di ten Hag. L’osservazione che segue non è basata su dati assoluti, ma su canoni che sembrano piuttosto evidenti delle scelte generali di Maurizio Sarri. Anche con esterni contemporaneamente dalla natura offensiva, anche con due buoni costruttori al centro della linea, anche alla Juventus dove ogni rischio difensivo – storicamente – non è propriamente calcolato, diventato accettabile soltanto in alcuni spaccati delle due esperienze con Marcello Lippi al timone.

SITUAZIONE 1 

Come ci comportiamo generalmente quando difendiamo su situazioni non estreme (campo aperto, parità numeriche, forcing avversario, inferiorità numeriche, sviluppi successivi a calci da fermo ecc.)? Soprattutto: come retrocedono e con quale ratio i centrocampisti per aggiungere stabilità alla linea arretrata? Di norma, pare si possa affermare che sulla base della minimazzazione delle commistioni dei ruoli in campo – principio molto sarriano – il primo e quasi unico calciatore che può arrivare a piazzarsi in posizione di “difensore aggiunto”, (o comunque uomo in più per il recupero basso e per la densità sulle possibili giocate in direzione dell’area di rigore) è l’uomo più vicino. Ovvero, il vertice basso. Anche perché l’efficienza dei calciatori passa attraverso un’equa distribuzione della corsa senza palla. Quindi Pjanic, che scende tra i due centrali (o quasi, meglio se si ferma davanti a loro per ricevere e far ripartire subito la squadra) o preferibilmente tra centrale e esterno, a seconda della direzione dell’azione avversaria. Non scende profondo l’esterno alto nel 4-4-2, non lo fa la mezz’ala nel 4-3-1-2. Le mezz’ali, anzi, raggiungono la posizione dietro la linea della palla unicamente su azioni insistite avversarie, le quali chiedono soccorso perché la difesa, da sola, raggiunge un elevato momento di stress (su logico accumulo di sempre più uomini avversari in zona pericolosa). Mezz’ali che, oltretutto, non sono immediati sostegni neanche per gli esterni bassi, che possono e debbono accettare uno contro uno o perfino uno contro due iniziali. Va da sé che se funziona il recupero palla basso (grazie ai duelli e ai posizionamenti), i calciatori pronti a far ripartire il gioco in avanti sono di più e, per logica, anche i più bravi.

SITUAZIONE 2 

Contro situazioni d’attacco da posizione laterale, la Juve di Sarri tende a disporsi secondo un ordine preciso alle spalle del quarto basso che deve in prima persona occuparsi frontalmente dell’avversario. Il supporto dell’ala o della mezz’ala arriva in caso di sovraccarico avversario, e comunque questi (nell’esempio qui sotto: Matuidi) non prende mai la posizione di difesa naturale dell’esterno basso, salvo in caso di “sostituzione” nel ruolo in caso di compagno fuori posizione. In generale, si tratta di un supporto alle spalle con l’idea – anche qui – di recuperare e ripartire già in vantaggio di campo. L’altra mezz’ala a sua volta stringe o comunque non apre la propria posizione da cosiddetto “quinto” di ultima linea (nell’esempio: Khedira). La sagoma rappresenta il rischio (accettabile?) dell’attaccante avversario molto aperto che arriva a rimorchio o che sfila. Nel caso di specie del gol di Danilo del Bologna, Cuadrado resta a metà strada e, secondo le teorie più canoniche, manca almeno un uomo a supporto in area di rigore (in realtà ci resta, quasi al limite, Bernardeschi che non scende sulla linea dei saltatori a protezione del portiere).

SITUAZIONE 3 

Se l’offensiva avversaria a difesa non sottoposta a prolungato stress avviene fino a catturare la linea di fondo, la disposizione che pare chiedere Sarri resta veicolata alle possibili traiettorie naturali del pallone: il vertice basso (Pjanic) va a fare mucchio regolandosi sulle posizioni degli attaccanti avversari, le due mezz’ali accorciano, ma senza perdere la posizione di ripartenza naturale rispetto alle loro zone di competenza. Sul lato del pallone, ovviamente, arriva un supporto più profondo, il quale però non dispensa il difensore esterno di occuparsene in prima persona. Con il vertice basso in area, se la mezz’ala è in ritardo, il centrale difensivo di riferimento è autorizzato a uscire in raddoppio (se non è già uscito per affondare l’anticipo). Anche qui la difesa come reparto si compatta e si stringe senza supporto di un quinto uomo esterno sul lato debole (vedi sagoma).


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