Dieci giorni, tante storie

di Massimo Zampini |

Non scrivendo da un po’, potrei scegliere tra un po’ di storie.

Quel confronto di ieri sera in un gruppo whatsapp di amici bianconeri a Roma, nel quale uno – dopo la grande vittoria con la Lazio, e nel bel mezzo di quel mare di complimenti soprattutto al mister, così bravo a motivare la squadra – fissa improvvisamente la priorità “stasera grandissima serata: ora serve il rinnovo urgentemente”, l’altro che gli risponde “ma sì dai, ormai ci siamo, stasera ennesima dimostrazione di forza e personalità”, il primo “sì ma allora perché la stanno portando così per le lunghe? Serve mettere nero su bianco, se lo perdiamo l’anno prossimo si fa complicata”, il secondo concorda “questo è sicuro, sarebbe come ripartire da capo, bruceremmo gran parte del vantaggio acquisito in questi anni; comunque rinnova sicuro, hai sentito che ha detto l’altro giorno in conferenza stampa? Dice che se avesse deciso di lasciare lo avrebbe detto un mese fa, non è mica come Conte”, fino a che il tipo che aveva decretato l’urgenza del rinnovo gela la chat rispondendo di botto “ma quando l’ha detto? Io ho sentito solo Spalletti dire che è un giocatore come gli altri, che deve rispettare le regole: vedrai che alla fine gli fa saltare il rinnovo”, facendo dunque venire alla luce l’equivoco durato 5 minuti buoni, in cui i due contendenti consideravano sì entrambi decisivo per la nostra prossima stagione un rinnovo a breve termine, ma si riferivano a due contratti diversi, due figure diverse, di due squadre diverse, entrambi grandi protagonisti della serata.

Oppure quel giornalista, il decano, il saggio, l’esperto, che però si fida un troppo delle sue statistiche e in pochi mesi ha dovuto fare un po’ di acrobazie tra “rimonta statisticamente impossibile” (agosto-settembre) e “rimonta statisticamente insopportabile” (marzo-aprile), tanto insopportabile da dire, nell’arco di quei mesi, che la più forte era prima l’Inter, poi la Roma, poi di nuovo l’Inter, poi il Napoli, fino all’incredibile gioiello del post Inter-Napoli, con i nerazzurri staccati di una ventina di punti dalla prima e lui imperterrito a scrivere, ad aprile inoltrato, che“l’Inter adesso è forse la squadra migliore. E’ come se avesse deciso di fare improvvisamente ciò che le viene chiesto”.
Sì, forse quello che le avevo chiesto io, cioè perdere una trentina di punti in un girone.

Quegli altri che vincono la Coppa Italia primavera (!) con l’allenatore che esulta, litiga, sfotte dei ragazzini reduci da due partite bellissime, e chiosa davanti ai microfoni affermando che “evidentemente lo stile Juve esiste solo quando si vince”. Ora, il periodo, da quelle parti, è quello che è, tra una sconfitta e l’altra e la cessione alle banche di crediti futuri di ogni genere pur di tirare avanti, però quell’esultanza grassa, smodata, fuori luogo, ci ricorda ancora una volta quanto sia importante che vinciamo noi, sempre noi, in Italia, proprio per evitare di dar sfogo a esultanze che sono diretta conseguenza di frustrazioni di questo tipo.

Ci sarebbe lasqualifica di Higuain, il quale alla fine, tra flashmob neoborbonici e qualche omissione nel referto, riesce a farsi ridurre la squalifica. Poco male, eh; anzi, ormai abbiamo imparato a sperare che i giocatori avversari vengano sempre riabilitati, pur di doverci risparmiare le lagne senza fine. Quel che conta è come finisce la storia: tutti contenti? Si lamenta la Roma, che dovrà affrontare il giocatore riabilitato in vista di una partita chiave? La Juve impegnata nel testa a testa (si fa per dire) con gli azzurri? Ma no, che domande: con il Napoli che si lamenta ufficialmente, perché “si è persa un’occasione per dare credibilità all’intero sistema”. Risate. Applausi. Sipario.

Credibilità dell’intero sistema, che paroloni. Come non pensare alla Lega condannata per l’accordo tra Sky e Mediaset e ancor più al prode Tavecchio, il grande capo del nostro calcio, il quale candidamente che “se noi applicassimo le norme in modo rigido, solo 5 squadre si potrebbero iscrivere alla Serie A”. In un qualunque paese basterebbe questo, per dimettersi il secondo dopo aver pronunciato quella frase, e invece niente, da noi neanche tra i titoli, le regole ci sono ma a volte vanno applicate in modo strettissimo (e il più rapido possibile!), altre no, non siamo mica tedeschi, mica possiamo fare i rigidoni, su, sennò poi tocca mandare giù un bel po’ di squadre.

Tutto questo mentre la Juve fantastica, famelica, si costruisce mille occasioni, non subisce nulla, non importa chi c’è e chi manca, prima o poi segna, raddoppia, fa il terzo e a momenti pure il quarto, pure se viene da 4 scudetti di fila, da mille vittorie consecutive, con un ricambio generazionale iniziato solo pochi mesi fa che ha già prodotto tanti giovani già all’altezza, da Rugani ad Alex Sandro, da Sturaro a Zaza, fino a Dybala, che meriterebbe di essere il numero 10 della Juve, se quella maglia non appartenesse già a un altro fenomeno assoluto.

C’è qualcosa che rende magiche certe vittorie della Juve, anche se fatico a capire cosa.
Ci penso, ci ripenso, e alla fine, mentre riguardo gli highlights su Sky, mi viene in mente: è lo Zio che ci commenta.

Lo Zio che non molla, ci crede, “l’idea tattica di Simone Inzaghi è questa, la stanno interpretando bene”, fino a quando arriva il solito gol, il suo solito brevissimo silenzio interrotto da quella frase, allegra compagna di mille serate, che ci tatueremmo ovunque, se amassimo i tatuaggi: “la voglio rivedere, perché forse c’è una spinta di Pogba, no Fabio, intendo subito prima, qui le immagini non lo mostrano, ma ricordi contro il Milan, ecco qui mi pare abbia fatto la stessa cosa, una piccola spinta per liberarsi, andrebbe rivista, rivediamo sempre il momento successivo, invece prima lui si libera in quel modo, e avanti così, fino al rigore del 2-0, con Bonucci trattenuto per 10 minuti in area e lui che non è convinto, solito breve silenzio, ecco, la trattenuta c’è, peròe se solo potesse finire la frase, se solo potesse  proseguire spontaneamente con un “però Fabio, rigore o non rigore, trattenuta o non trattenuta, io non ce la faccio più, non li sopporto più, io sto qua a chiedere di rivedere la spinta di Pogba e la trattenuta su Bonucci, con questi che vincono da 4 anni e 40 partite di fila”, mollando le cuffie sulla postazione e tuffandosi con la propria auto sulla Torino-Milano per tornare a casa, lasciando in fretta quella città e quello stadio così spesso forieri di amarezze.

Ecco, caro Zio, se solo potessi sfogarti fino in fondo e non limitarti a quei brevi momenti di silenzio intervallati da quelle frasi lasciate a metà, quei sospetti solo accennati, quell’insofferenza celata a stento allora no, caro Zio, non ci sarebbero dubbi sulla storia da raccontare.