Dieci anni di Juve passati a definire noi stessi attraverso la filosofia degli allenatori

di Valeria Arena |

Esiste un momento della vita, che solitamente coincide con l’adolescenza, durante il quale noi donne facciamo i conti con le sorelle March: chi siamo? Da dove veniamo? Somigliamo più a Jo o a Meg? Bisogna scegliere l’amore o la carriera, i figli o scrivere un libro? È più opportuno assecondare un uomo o incornarlo al muro tutte le volte che non è d’accordo con noi? E pure quando, da grandi, assumono le sembianze di Carrie Bradshaw e delle sue amiche alcolizzate o delle casalinghe disperate di Wisteria Lane (da qualche anno abbiamo anche quelle di Monterey in Big Little Lies), il risultato della somma della addendi non sembra cambiare. Agli uomini, invece, è toccato il gioco della seduzione e poche caselle da spuntare: sei più Humphrey Bogart – si vabbè – o Sam Felix? Somigli a Mark Darcy o lo spirito di Hugh Grant si è impossessato di te nella forma di Daniel Cleaver? Se siete più tormentati e sfaccettati, invece, ci sono anche Jude Law e Clive Owen in Closer.

Sì, ma cosa c’entra tutta questa manfrina con gli ultimi allenatori della Juve, direte voi. C’entra nella misura in cui, complice un periodo storico che ci vorrebbe tutti con la sciarpa al collo e una bandiera in mano ogni volta che si discute di un qualunque argomento, che sia pure la preferenza tra latte intero e latte scremato, abbiamo deciso, noi tifosi della Juve in primis ma poi anche tutti gli altri a cascata, che creare schieramenti fosse più divertente e stimolante di festeggiare ogni anno gli stessi traguardi. E mi stupisce che a nessun giornale sportivo sia mai venuto in mente di pubblicare un test che ci dicesse se la nostra anima fosse fedifraga e ingrata quanto quella di Antonio Conte o se fossimo ironici, divertenti e arguti come Massimiliano Allegri. Per non parlate poi del classico “Sei più un tipo da tuta o da giacca e camicia?” che va bene per tutti le stagioni.

Per lo stesso motivo per cui a una festa ci si annoia dopo un quarto d’ora se non scoppia una rissa, abbiamo trascorso oltre la metà del decennio a voler incasellare chiunque ci passasse sotto il naso e a rendere categorie universali le caratteristiche che qualificavano, e qualificano tutt’ora perché l’Antonio Conte di oggi è lo stesso Antonio Conte di ieri, questi allenatori. Per cui sono nati i contiani, poi per opposizione gli allegriani, a cui hanno fatto seguito i sarristi, che però avevano già visto la luce a Napoli sempre in contrapposizione al secondo, e infine, paradosso del paradosso, sono sbucati fuori i pirliani, cioè i seguaci di una religione senza dottrina, ma poiché il gioco era già iniziato ed era difficile da arrestare, è toccato tirare dentro anche Andrea Pirlo con quel poco che avevamo a disposizione.

Certo, se non fossero stati così diversi gli uni dagli altri e così splendidamente in contrasto tra loro, non ci saremmo divertiti così tanto; ed esattamente come in Piccole donne, ogni strada porta all’amore, anche in questo caso ogni filosofia di vita, prima ancora che di gioco, ha portato allo scudetto, almeno fino allo scorso anno. Il problema, semmai, è aver compromesso e semplificato i confronti e le relazioni, perché adesso, ogni volta che qualcuno si presenterà come un estimatore di Conte, il nostro cervello, o forse sarà meglio dire il mio cervello, lo archivierà nella sezione dedicata ai megalomani bisognosi di conflitto per definire sé stessi e agli irrequieti per natura, mentre i fan di Allegri finiranno nel girone dei maestri del problem solving e dagli affabulatori e quelli di Sarri saranno sempre  considerati dei geni incompresi alla Walter White. E Pirlo? E Pirlo forse è roba del prossimo decennio.

E poco importa se gli ultimi tre hanno lanciato lo stesso grido di aiuto utilizzando il lessico che gli si addiceva di più, squadra da rifondare, squadra inallenabile, squadra che non mette in pratica quello che dico, a noi questi dieci anni sono più serviti più a definire noi stessi e a corroborare le nostre convinzioni, piuttosto che a capire cosa stesse succedendo davvero. E andremo avanti così, con un’etichetta sulle spalle anche se non scelta personalmente.

Non dimentichiamo, però, che la vita è fatta anche di comparse e non solo di personaggi che sgomitano tra loro per stare al centro delle narrazioni, e poiché il decennio non è iniziato mica con Antonio Conte sulla panchina della Juve, e lo sappiamo bene anche se cerchiamo di dimenticare, l’inizio degli anni dieci ci ha anche regalato uno dei più grandi anatemi che il nuovo millennio può vantare di aver inventato e cioè “ti meriti Delneri”.

Menzione speciale per quelli come Massimo Carrera, quelli che aspettano una vita che il protagonista si ammali per salire anche loro solo per una sera sopra il palco e strappare qualcosa di più un semplice applauso, e cioè che almeno uno dei presenti non si scordi di loro. Ecco, noi non abbiamo dimenticato, anche se non sappiamo dove incasellarlo.


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