Dialogo sulla Superlega: il calcio è uno sport o uno show?

di Sandro Scarpa |

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Sulla Superlega, pubblico una risposta ad un lettore:

DOMANDA

“Ho letto del tuo “placet” alla Superlega. Non sono d’accordo e non trovo una persona favorevole che spieghi in modo convincente perché alla massima competizione europea dovrebbero partecipare Inter, Juve e Milan, se nei primi 4 posti in Italia ci arrivano invece Atalanta, Lazio, Roma e Napoli. Almeno nello sport, chi arriva primo vince e riceve un premio, principio basilare da non scardinare. Hai descritto bene alcuni personaggi che criticano la Superlega. Ti sei dimenticato però di milioni di tifosi di ogni squadra che vanno allo stadio, soffrono in TV o si accollano viaggi durissimi perché accompagnare la squadra nella vittoria è bellissimo, ma è assai educativo imparare che a volte si perde e si deve ricominciare a soffrire, riflettere, migliorare e inventarsi qualcosa per guadagnarsi un successo. Dopo, tornare a vincere (o anche solo a partecipare alla Champions) è immensamente più bello che avere un free-pass.

 

RISPOSTA

Il Calcio professionistico è ancora “uno sport”? Uno sport educativo? Insegna ai ragazzini che si vince con impegno, talento, sudore e sacrificio?
E’ educativo vedere uno sceicco finanziare in modo illecito (secondo l’Uefa che ora lo elogia) un club con un oceano di soldi per ingaggiare i migliori tecnici e calciatori con costi avulsi dalle normali logiche -pur fallaci- di mercato e vincere una competizione?
E’ educativo per un ragazzino fan del City, del PSG o del Chelsea veder piombare una proprietà (sceicchi, oligarchi russi, fondi speculativi USA) e assistere alla trasformazione del proprio club da comprimario a totale dominatore?
Qual è il messaggio del calcio professionistico degli ultimi decenni? Vince chi ha lo sceicco? Trionfa il più ricco tra i ricconi? Qual è il fine educativo nei confronti di un ragazzino tifoso di una piccola di A? Non vincerai MAI? Anche se ti impegni, lotti e valorizzi il talento è inutile tanto poi arriva il rivale cattivo coi soldi e ti compra l’idolo che indossava la maglia che ami fin da ragazzino?
E il senso vero del calcio qual è? Soffrire, amare, tifare, seguire la squadra in trasferta per essere insultati, presi a sassate, pagare centinaia di euro un biglietto che -per altre tifoserie- ne costa poche decine? Un tifoso cosa ha imparato nel post-calciopoli? Che era giusto che la sua squadra che aveva vinto sul campo fosse punita e retrocessa o era giusto per una vittoria sfuggita solo per malefatte altrui? Nel rivincere dopo calciopoli cosa ha imparato il tifoso Juventino? Che dopo 9 anni di trionfo ci si annoia e si vince sbadigliando ed è invece l’ossessione della vittoria europea contro giganti che fatturano il triplo il vero motivo per insultare il club?
Comprendo bene l’orgoglio dei tifosi bergamaschi nel confrontarsi con giganti come Liverpool e Real, nel frequentare i templi del calcio. Ma la domanda è: il calcio professionistico è uno SPORT o è uno SHOW-BUSINESS?
Il Covid ha eroso ricavi e costretto tutte le big a disavanzi miliardari. Questo è il collasso del sistema e sarebbe da sognatori ingenui e anacronistici pensare che la soluzione sia quella di “ridurre i costi“, migliorare il calcio, renderlo sostenibile e premiare il merito.
Nessuno tra i romantici e ciarlieri protagonisti -allenatori, calciatori, giornalisti- dell’ondata retorica e populista anti-Superlega sarebbero disposti a rinunciare ad un centesimo dei milioni guadagnati. La narrativa accusa spesso gli agenti, villains arricchiti che rovinano il calcio, perché è difficile, per tifosi e giornalisti, accusare di avidità i calciatori e i loro personaggi costruiti dai media. Chi si è profuso ora in chiacchiere su meritocrazia, sogni e calcio popolare, non ha rinunciato ad un euro (o sterlina) in una stagione in cui i loro datori di lavoro hanno perso l’80% degli introiti. Anche senza agente, l’eccellente De Bruyne ottiene legittimamente 20 milioni dal suo sceicco, aumentando il suo salario in un anno in cui il club perde incassi. E’ lo sport: sei bravo, fai vincere il club, ottieni i soldi, ma al contempo NON è sport perché se sei bravo e fai vincere il club, uno più ricco ti comprerà e andrai lì dal più ricco, non dal più bravo. Non è SPORT è SHOW-BUSINESS. 
L’insegnamento quindi in questo “SPORT” è che chi è più bravo, più forte e più intelligente riesce a guadagnare più pubblico e più fan e quindi più soldi. A suo modo sarebbe comunque uno “sport” equilibrato: se sei più bravo fai più soldi e continui ad essere più bravo.
C’è un vulnus in questo sistema e non è solo quello dei proprietari o fondi (fondi speculativi, non fondazioni onlus) ma quello delle proprietà degli sceicchi che hanno versato oceani di fondi avulsi da qualsiasi logica ed introito e aggirato o frodato sistematicamente regole commerciali del sistema (oltre al FPF) costringendo gli altri ad una rincorsa infinita. A questi si sono aggiunti fondi USA che accumulano debiti con la crescita di una Premier League che è già, di fatto, una SuperLega (e nasce come un golpe nei confronti della vecchia e romantica Football League). Il “gioco” è truccato anche in Spagna (con finanziamenti illeciti) e in Italia (autofinanziamento, plusvalenze gonfiate, etc.). Quindi E’ SPORT o è show-business, tra l’altro “drogato” da logiche non commerciali?
L’altro vulnus è la gestione dei soldi da parte di una Federazione (UEFA) politicizzata che dovrebbe occuparsi di nazionali e non di club. La retorica del calcio romantico e popolare è una narrazione di comodo ma la lotta è solo sulla “gestione dei soldi”. L’UEFA ha già tirato fuori 3-4 miliardi extra (allora si poteva!) e un paio di posti free-pass in UCL. A partire dal 2024. I 12 hanno quindi accelerato, comprendendo che -bilanci alla mano- da qui a 2 anni il calcio sarà imploso su sé stesso e a soccombere saranno quei club medio-piccoli che non beneficeranno dei soldi a cascata perché i rubinetti si chiuderanno, o saranno solo soldi finti, plusvalenze virtuali.
Infine, il punto di discussione cruciale di chi si oppone alla Superlega: l’inclusione, la meritocrazia, il fondamento dello sport: “il calcio è bello e popolare non per le squadre forti che si arricchiscono ma per le squadre piccole che provano a vincere e ci riescono”. 
Vero, ecco perché in definitiva, anche a me la Superlega chiusa NON piace (ma la difendevo e difendo/difenderò per le ragioni esposte sopra).
Il problema è che il calcio NON piace già più, il calcio NON è più popolare, il calcio NON è eterno. 
La favola del Leicester, dell’Atalanta, della piccola che emerge piace a noi già appassionati. Ma il “nuovo” pubblico se ne frega altamente.
Il calcio negli ultimi anni è cresciuto (in modo caotico, a strappi o con bolle tarocche o soldi avulsi) molto meno di altri sport (non a caso quelli con “sistemi chiusi” come l’NBA sono cresciuti il triplo) e molto -ma molto meno- di altre forme di intrattenimento, come gli E-Sports.
Il rallentamento nella crescita (purtroppo) NON è dovuto ad un calcio sempre più ricco ed elitario ma, al contrario, all’equivoco tra “Sport popolare” e “Show-business”. E’ cresciuta la Champions, per i top e i top club, sempre più ricchi, per personaggi come Messi, Ronaldo, Pogba, Mbappé, Haland, non per l’inclusione, la meritocrazia e le favole. Il ManUnited -fuori dai vertici da decenni- ha continuato ad essere il club che fattura di più perché una marea di nuovo pubblico vede gli spot, i personaggi, compra le magliette, gli piace il colore e se ne frega dei risultati sportivi.
Non si tratta di analizzare cosa è BUONO e cosa è MALE, ma di capire perché imprenditori di uno sport così conosciuto (e potenzialmente fruttuoso) decidano  di organizzare nuove forme di competizione con ricavi adeguati alla popolarità e in grado di aumentare la platea dei fruitori.
Gli imprenditori USA che fondarono l’NBA con un sistema a franchigie chiuse non hanno distrutto uno sport popolare ma lo hanno esteso in modo planetario, perché con un basket meno ricco e meno (brutta parola) da show-biz milioni di ragazzini nel mondo forse non avrebbero giocato in un campetto sognando di emulare i super-campioni (non quelli NCAA che pure ha tanti appassionati domestici).
E’ un processo graduale trasformato in un golpe repentino e fallimentare ma i tornei nazionali non sarebbe cambiati, tra quelle 12 che hanno -dati alla mano- il 95% di probabilità di vincere un campionato e le altre. La Juve avrebbe continuato a perdere col Benevento e l’Atalanta a vendere i suoi talenti a cifre enormi e rinforzarsi grazie a capacità gestionali riuscendo a competere a livello nazionale.
Leicester e Atalanta non sarebbero stati fondatori della SuperLeague ma solo invitati, ma negli ultimi 20 anni quale squadra fuori da quelle 12 ha vinto in Europa? Cosa è meglio o più giusto? La competizione tra chi froda le regole ed è in semifinale Champions, la competizione tra chi fattura 1 miliardo e chi rischia il fallimento? O provare ad attirare nuovo pubblico e sviluppare una nuova logica che “finalmente” senza ipocrisia cristallizza il calcio come show-business e non come sport amatoriale? I tornei domestici sarebbero rimasti, magari riformati, resi più omogenei e credibili e la SuperLega avrebbe portato soldi ai club e non ad una federazione baraccone ammanicata con sceicchi che indica come “eroi degli ideali sportivi” con un Mondiale in Qatar con 6mila morti cattedrali nel deserto.
Io lavoro per i Cinema che stanno fallendo perché la nuova fruizione è on-line, a casa, mentre si chatta, con format seriali. Nessuno lotta per la magia, la cultura d’essai, i cineforum. Perfino gli eroi dei Cinema (Scorsese e gli altri) si sono arresi e “venduti” alle piattaforme, intuendo che l’obiettivo è sviluppare nuovi contenuti per nuovi fruitori. Nessuno si è scandalizzato, nessun politico, nessun ministro, nessun paladino della “cultura romantica e popolare”.
Nel calcio sì. Perché girano molti più soldi e perché in fondo, abbiamo bisogno di credere in qualcosa di meritocratico ed inclusivo, che NON esiste giù più e che durerà poco. Se non ora la prossima volta.
AMEN