Derby d’Italia: l’esultanza incontenibile di Madama che espugna San Siro

di Silvia Sanmory |

Il gol ci riporta istantaneamente all’infanzia, dunque non ci sorprende vedere un uomo grande e grosso arrampicarsi sulla rete metallica, fare l’aeroplanino o ballare con la bandierina del calcio d’angolo a una musica allegra che gli esce dall’anima e che solo lui può sentire”.

(Jorge Valdano)

In principio furono le braccia alzate al cielo, giubilo pacato e generalizzato dei goleador che vanno a rete; poi si è passati a quelle identificative e personalizzate:    Alan Shearer e un solo braccio sollevato, Henry che scivola in curva sulle ginocchia; maglia alzata sul viso per Ravanelli, aeroplano per Montella, smitragliata per Batistuta.

Tra le esultanze nostalgiche anche quella di  Luca Toni che mima l’avvitamento di un orecchio come a chiedere ai tifosi se hanno inteso con certezza che a segnare é stato lui,  tra l’altro tra le prime signature move diventata virale con tanto di gadget e stampa su t-shirts…

Gesti che hanno un potere evocativo, un effetto domino sugli spalti, rimbalzano come un tam tam nella memoria collettiva del tifoso.

Esultanze che possono a volte essere occasionali ma non per questo meno incisive ed entrare nella storia del calcio intersecando anche quella del derby d’Italia per eccellenza, definizione di Gianni Brera: Juventus vs Inter, le due squadre con più vittorie nel Bel Paese, indubbiamente quelle la cui rivalità è più avvelenata, che va oltre gli sfottò e che ha radici ben prima dell’era Calciopoli.

Il Derby d’Italia è stato una “sfida” ideologica tra due grandi città del Nord  e tra due dinastie industriali, gli Agnelli e i Moratti, nell’era del boom economico; è stato il Derby di indimenticabili polemiche al vetriolo come quella dell’aprile del 1998, l’arbitro Ceccarichi che non sanziona lo scontro tra Mark Iuliano e Ronaldo; il Derby dei colpi proibiti (pugni, gambe rotte, caviglie lesionate ecc.) alla Western Movie, dei trasferimenti di calciatori tra le due squadre contestati aspramente come lo scambio Vucinic – Guarin bloccato dai tifosi nerazzurri inviperiti.

Il Derby che proprio quest’anno compie 110 anni (prima volta il 14 novembre del 1909 sul campo di Corso Sebastopoli a Torino) è ricordato persino per un gol “fantasma”, quello messo a segno da Marco Tardelli nella nebbia più fitta di una domenica milanese del 18 dicembre del 1977, accolto solo dall’esultanza di una parte del pubblico alle spalle della porta dell’Inter ed immaginato da tutti gli altri quando hanno visto emergere dal grigiore imperante il nostro centrocampista esultante con i pugni alzati al cielo (tra l’altro con la sua rete la  Juve arrivava ad un solo punto di distacco dal Milan capolista…).

Il Derby delle battute pungenti a gogo tra le alte sfere (celebre quella dell’avvocato Prisco: “Quando stringo la mano a un milanista la lavo, quando la stringo a uno juventino conto le dita”), degli sfottò srotolati ancora oggi sul famoso 5 maggio (persino Buffon nel 2013 esibì lo striscione in piazza Vittorio Veneto: “5 maggio e godo ancora”) sino ad arrivare ai gol e alle esultanze memorabili per noi tifosi bianconeri.

Come quella del 28 aprile dello scorso anno, match indimenticabile nel suo poutporri di emozioni. Cartellino rosso a Vecino, segna Douglas Costa, l’Inter in 10 va in vantaggio sui bianconeri nella ripresa con Icardi e l’autogol di Barzagli;  ma poi in un paio di minuti la situazione si ribalta per un’autorete di Skriniar ma soprattutto per il colpo di testa del Pipita che al 90′ deposita nella rete avversaria il pallone e la vittoria del 3 – 2. E lo fa con un’esultanza sfrenata, un urlo che scatena ulteriormente il delirio degli juventini presenti a San Siro.

16 maggio 2015, Morata show, punteggio fermo sull’1-1 (Icardi – Marchisio), Alvaro a terra per un fallo subito si rialza giusto il tempo di calciare un destro che Handanovic non riesce a gestire e a sette minuti dal fischio finale ci assicura la vittoria per 2 – 1. E festeggia raccattando un paio di occhiali da sole alla Blues Brothers trovati vicino alla bandierina (occhiali che le cronache dicono essere di un tifoso interista) indossandoli compiaciuto.

Un’esultanza dal sapore antico quella del 29 ottobre del 2011, Marchisio che corre verso Conte per abbracciarlo dopo aver segnato la rete decisiva del 2 -1  con un rasoterra calciato di destro, un riscatto per quel rigore negato dall’arbitro Rizzoli al Principino per il contatto netto con Castellazzi, la Juve che non vince a San Siro dal 2008 e che arriva invece alla sfida da capolista e da favorita. E infligge una sonora mazzata all’Inter che esce dallo stadio a meno 11…

E’ il 22 marzo del 2008, la Juventus approda a San Siro per il primo derby dopo l’incubo della Serie B. A portare in vantaggio Madama  ci pensa Camoranesi e il raddoppio arriva con Trezeguet, un bolide assestato sfruttando l’errore di Burdisso al quale segue la gioia incontenibile del francese dallo sguardo quasi spiritato a testimoniare l’importanza di quella sfida conclusa con  2 -1 .

E arriviamo alla famosa Tongue Celebration firmata Alex del Piero e datata 12 febbraio 2006. Un derby d’Italia combattuto, Camoranesi salta Burdisso, mette in mezzo un pallone per Ibrahimovic che, bruciando sul tempo Cordoba e Zanetti, mette in rete. Arriva il pareggio di Samuel; all’85’ il Pinturicchio risolve con una delle sue magie, una punizione  perfetta per una  palla-scudetto che diventerà simbolo della conquista del ventinovesimo tricolore ma anche un caposaldo che nessun processo revoca-scudetti ha potuto mai macchiare.

La linguaccia di del Piero, diventata un cult quasi come quella dei Rolling Stones e di Albert Einstein, esibita ad ogni gol importante, ha  una valenza particolare, un forte senso di appartenenza perché, poche settimane dopo, la Juventus finisce in B, l’Inter vince una serie di scudetti consecutivi, arriva sino a conquistare la Champions; ma poi  “cade” davanti allo strapotere bianconero degli “otto di fila”, finendo di nuovo nelle retrovie; sino a quest’anno in cui il club nerazzurro recluta due ex storici bianconeri, Conte e Marotta, in quello che sembra un attacco alla nostra identità (come spiega Giuseppe Gariffo nel suo suo pezzo…) che cerca di smontare l’assunto: “È la Juventus a fare grandi i suoi uomini  e non viceversa”. Un’affermazione che, sappiamo bene, si sostiene non tanto per fede ma per valide ragioni.

Parola dunque al campo, ad un altro Inter-Juventus da raccontare ai posteri.


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