Demiral e quei gesti che fanno impressione

di Sandro Scarpa |

Merih Demiral, impegnato con la sua nazionale, si sta distinguendo tra i calciatori turchi per la convinzione e la platealità dei famosi gesti militari a sostegno dell’offensiva turca in Siria.
Gesti in cui tutti i suoi compagni si esibiscono in aperto appoggio all’operazione militare del governo Erdogan nel nord-est siriano, definita (come spesso capita) “operazione di pace” dalla propaganda turca, criticata dalla politica occidentale come “invasione bellica” e condannata dalla nostra società, -quella europea e americana che plasma il nostro pensiero- come guerra spietata, genocidio e pulizia etnica nei confronti di un popolo, quello curdo, primo baluardo contro la minaccia islamica dell’ISIS.
Fa impressione vedere un giovane atleta professionista, ricco e famoso, supportare pubblicamente un’operazione, nella più moderata delle ipotesi, detestabile. Ci fa impressione. Disgusta scoprire “all’improvviso” (come capita spesso per una coscienza pubblica lenta a comprendere realtà politiche acclarate, solo quando toccano ambiti pratici della cultura pop, come il calcio) che un tuo potenziale idolo sostiene un regime dittatoriale e liberticida che stermina un popolo nemico. Ci disgusta.
Due chiarimenti.
1. La Turchia fa parte della Nato, è il terzo paese per importazioni di armi dall’Italia, da decenni attende il via libera contro i curdi (dai tempi del PKK e del suo leader, quell’Ocalan che i Turchi definivano appunto “terrorista“) e approfitta ora del ritiro delle truppe USA e del calo di attenzione sull’ISIS in Siria per sferrare l’offensiva. Per i turchi è una “messa in sicurezza dell’area” contro i presunti terroristi curdi, per gli altri è un’invasione militare per schiacciare un popolo che avrebbe diritto al riconoscimento di una libertà e presenza in zona. In ogni caso è una guerra, e porta con sé violenze, stermini, vittime anche e soprattutto nella popolazione civile. Quindi è “una merda”.
2. Si legge in questi giorni che gli atleti turchi siano “costretti”, minacciati, “lo fanno per i loro cari e familiari in patria, per evitare che siano arrestati o peggio” se, da sportivi famosi, non appoggiassero il regime con la loro popolarità in occidente. Nelle carceri turche ci sono centinaia di migliaia di oppositori politici, lavoratori, professionisti, insegnanti, giornalisti che hanno partecipato a “golpe” o semplicemente mostrato idee contrarie al governo, anche sulla base di sospetti e delazioni. Un ex-idolo come Hakan Sukur ora è esiliato in USA per aver avversato Erdogan. La sintesi sarebbe “sono costretti, se non lo fanno rischiano, vorrei vedere te“. Solo pochi sportivi turchi in occidente hanno criticato l’offensiva in Siria (e sono considerati nemici del popolo), ma non tutti hanno postato materiale propagandistico e non tutti i calciatori sono stati così espliciti nei gesti a fine gara.
Non è un caso se soprattutto i più giovani, come Demiral e Under sono particolarmente esagitati nel loro plateale appoggio ad Erdogan. Il primo ministro è al potere dal 2003, negli ultimi 10 anni c’è stata un’escalation della propaganda di regime, martellante e tremenda, ma anche suadente per le ultime generazioni (nonostante le possibilità, per alcuni di loro di informarsi, conoscere ed avere una propria visione della realtà), così come durissima nei confronti del pensiero contrario.
Atleti 20enni come Demiral e Under hanno passato molti dei loro anni ad allenarsi, giocare ed essere esaltati da tifosi in club iper-nazionalisti (Under viene dal Basaksehir, club del regime, di proprietà di un cognato di Erdogan, con giocatori che celebrano da anni ogni gol col saluto militare; Demiral era nell’Alanyaspor, patria del Movimento Nazionalista, braccio politico dei Lupi Grigi, estremisti fascisti, xenofobi e para-militari che puntano al panturchismo).
Demiral e Under non sono (solo) costretti, ma ci credono fortemente, sono nati, cresciuti e diventati famosi in un regime che ha fatto a loro ai loro coetanei, più o meno consapevoli, lo stesso lavaggio del cervello.
Come se ne esce? Come il Sankt Pauli che ha invitato Cenk Sahin ad andarsene? Ovviamente no. Demiral da idolo assoluto della tifoseria juventina per l’atteggiamento carismatico, poi con un debutto mediocre (per colpa proprio della sua irruenza) ora, come Under o Calhanoglu, è bersaglio o almeno motivo di imbarazzo per una buona fetta di una tifoseria eterogenea, più o meno sensibile alla politica, alla libertà dei popoli e/o alle scene di massacro contro i curdi.
Se ne esce smettendola di considerare, anche solo per un istante, i calciatori come qualsivoglia modello culturale o di consapevolezza socio-politica.
Lo sport non va idealizzato, gli sportivi non vanno sacralizzati, se non in pochi limitati casi, e per lo più confinati al campo di gioco. Tutti vorremmo idoli socialmente impegnati, consapevoli, illuminati, ma è un di più. Sono ragazzotti, in questo caso turchi, e ci sbattono in faccia l’ovvia realtà di una generazione turca quasi del tutto inchinata al regime. Come capita spesso nei regimi totalitari: i grandi atleti dell’est europeo dal dopoguerra, alcuni campioni sudamericani, i nostri azzurri (azzurri non verdi, se no “viene meno la bandiera, l’emblema, il colore blu Savoia”…) che hanno vinto in epoca fascista due mondiali, di cui ci fregiamo orgogliosamente.
Demiral è un ragazzo totalmente imbevuto dell’ideologia erdoganiana, con più attenuanti contestuali e contingenti dei più o meno consapevoli Buffon, Abbiati e Tacconi coi loro simboli fascisti, o di quel Paolo Di Canio che arringava gli spalti con saluti fascisti e discetta di calcio (in modo molto competente) col tatuaggio “DUX” in bella vista. Estremizzando il concetto, pur nella umana solidarietà nei confronti della sua malattia, non vanno dimenticati i proclami di Sinisa Mihajlovic, fiero sostenitore ed “amico” di Željko Ražnatović, a capo delle spietate milizie serbe, “le tigri di Arkan”, uno dei peggiori criminali di guerra degli ultimi decennni.
Ogni sportivo che reputa fondamentali l’autodeterminazione dei popoli, la democrazia, la pace e la libertà di pensiero ed espressione, è a disagio ad esultare per un uomo che celebra il “gioco” con fiere esultanze dalle tremende connotazioni politiche. E’ impossibile, o almeno arduo, separare l’innocenza infantile della passione per il calcio dal rigetto per ideologie repressive e xenofobe e ancor di più da una guerra terrificante: come sentirsi ragazzini colpiti da orrori lugubri e inaccettabili.
Demiral, Under, Mihajlovic sono solo idoli in un campo di pallone, in cui si “gioca” e già applausi o minuti di silenzio per alcuni eventi sono contraddittori se non stridenti. Un campo in cui si blatera di fair play e “respect”, inclusione ed eguaglianza, ma che guarda a soldi arabi e cinesi con l’acquolina in bocca.
Per il resto sono persone da criticare, perfino disprezzare, e come professionisti maggiorenni hanno la responsabilità dei loro atti e la conseguente condanna sociale. Resta l’impossibilità di fuggire dalle atrocità vicine e lontane che ci circondano anche nello spazio tra un fischio e l’altro, tra un dibattito sciocco e infantile su ragazzotti e un pallone.
Merih ti giustifico per il tuo background, ma ti disprezzo come uomo che celebra uno sterminio; Demiral ti giudicherò, apprezzerò ciò che farai in campo, senza dimenticare che, forse non per colpa tua, hai contaminato il gioco più popolare dei ragazzini nel mondo con l’orrore della guerra.