Alessandro Del Piero e l’iconografia (dei laccetti)

di Claudio Pellecchia |

Uno dei miei pezzi di calcio preferiti in assoluto (e infatti ogni tanto avverto l’esigenza quasi fisica di andarmelo a rileggere) è questo di Marco D’Ottavi pubblicato su Ultimo Uomo. Il motivo è semplice: probabilmente rappresenta la miglior spiegazione possibile di cosa abbia rappresentato Alessandro Del Piero per un’intera generazione di juventini.

“Racchiudere tutto a quando a 9 anni compravo Hurrà Juventus e ritagliavo le fotosequenze dei gol alla Del Piero per attaccarmele vicino al letto, pensando che sarebbe stato sempre tutto così bello come nel 1995, mentre fuori dalla mia cameretta ammazzavano Rabin. Io che mentre lui faceva quel lunghissimo giro di campo il giorno dell’addio alla Juventus continuavo a chiedermi come mai non siamo rimasti nel 1995, io ed Alessandro Del Piero, e sotto sotto davo la colpa a lui. Perché io prima di voler fare l’archeologo alla Alberto Angela, prima di voler portare i capelli alla Noel Gallagher, prima di voler scrivere alla Italo Calvino, prima di tutto questo, io volevo fare gol alla Del Piero e se mai ci fossi riuscito, mai avrei smesso”.

Io, come molti di voi, sono juventino “a causa” di Alessandro Del Piero. Ed è sempre a causa di Alessandro Del Piero che vengo appellato, quasi quotidianamente, come “apolide”, “rinnegato”, “traditore”, “senza patria” e tutti gli altri simpatici epiteti che, nell’Italia che va dal Garigliano in giù ritengono lecito affibbiare a chi osa derogare dalla loro corrente di pensiero e di tifo.

Poco male, son cose con cui ho imparato a convivere. Anche perché non mi sento responsabile di nulla perché io non ho fatto nulla. La colpa, infatti, fu tutta sua. Un colpo di fulmine, anzi il colpo di fulmine, quello tipico del primo amore: quello puro, quello vero, quello che non ce ne sarà mai un altro così. Stagione 1994/1995, Stadio San Paolo, nonno Eugenio che mi porta a vedere Napoli-Juventus credendo di trasmettermi la sua stessa passione, totalmente ignaro che nell’immaginario e nell’immaginazione di un bambino – già invaghitosi di tal Baggio Roberto detto Roby – restano (e resteranno per sempre) cose del genere:

Non sono molti quelli che possono dire di avere il privilegio di (ri)vedere il momento in cui la propria vita è cambiata per sempre. Io posso farlo quando voglio (grazie, YouTube) ed è una delle poche cose per cui mi sento estremamente fortunato e grato: per la Juventus, per mio nonno (che non mi ha mai fatto pesare tutto ciò che sarebbe seguito a quel gol anche se credo che, intimamente, si sia sempre pentito di avermi portato allo stadio quella sera), per la mia infanzia.

Già perché prima di rappresentare più di metà della mia vita di uomo e di tifoso, Alessandro Del Piero ha rappresentato la mia infanzia. Un periodo di cui in tanti hanno ricordi sbiaditi e sfocati, a differenza di me che posso vantare istantanee riconosciute e riconoscibili: il “mitico mercoledì di coppa” (cit.), papà che mi permette di restare alzato un’ora in più per vedere le partite, il commento di Sandro Piccinini o Bruno Longhi, lo spot di una nota marca di birra accompagnato dalle note di Domenica Bestiale di Fabio Concato (di mercoledì? Ma perché?), ADP che una sera sì e l’altra pure si conferma come il giocatore più dominante della squadra più dominante d’Europa. Fino alla finale, ovviamente, ma il bello dell’essere bambini è che certe cose si scopriranno solo con il tempo.

Un’iconografia specifica che se ne porta dietro altre minori ma ugualmente importanti nella costruzione di un qualcosa che resiste al tempo e alle distanze. E quindi le Adidas Predator, la maglia che si gonfia mentre il nostro fende l’aria saltando l’avversario con quella soave levità che era sua e sua soltanto, i capelli alternativamente lunghi o corti, le basette a punta e i laccetti. Già i laccetti. Quelle curiose estremità penzolanti al lato dei calzettoni che si muovevano al ritmo del suo rocker pass preparatorio alla conclusione a giro sul palo lungo. Per comodità esplicativa vi invito a riguardare il gol alla Steaua Bucarest e mi permetto, ancora una volta, di citare Marco:

“In quel periodo Del Piero giocava con dei lunghi lacci neri legati intorno al polpaccio nella parte alta del calzettone. Questo creava un effetto particolare, in quanto la parte finale di questi lacci ricadeva sulla gamba di Del Piero e finiva per ballare in continuazione a tempo dei suoi movimenti. Non sono mai stato in grado di capire se quelli erano i lacci degli scarpini, che in qualche modo riusciva a legare lì impedendo che gli dessero fastidio nella zona del collo del piede o se era semplicemente un vezzo estetico un po’ strampalato da ventenne, come oggi le creste e i tatuaggi. In ogni caso per me questi lacci e i capelli tagliati corti, probabilmente dovuti al servizio militare, fanno parte del gol alla Del Piero di Del Piero tanto quanto la parabola e il secondo palo”.

 Non saprei dire con esattezza quante paia di scarpe abbia depredato o quanti elastici abbia spezzato a metà nel tentativo di ricreare quello che, a tutti gli effetti, può essere considerato un “oggetto transizionale”. Mio, certo, ma anche di ADP stesso. Perché, ancora oggi, non credo sia un caso che finché quei laccetti sono stati lì, salvifici e rassicuranti, Alex sia stato indiscutibilmente tra i top 3 (nel ruolo e in assoluto) del mondo, così come non credo sia un caso che, dalla loro sparizione, per motivi ancora oggi ignoti, Del Piero non sia più stato quel Del Piero. È stato un Del Piero diverso, anche a causa di un infortunio che all’epoca poteva ancora costarti la carriera, ugualmente unico nella sua capacità di essere fuoriclasse, campione, capitano, ma più rassicurante nella (im)prevedibilità di certe sue giocate, più tranquillo nell’estemporanea manifestazione dei lampi della sua classe, più maturo in quel suo inconscio e inconsapevole invito a restare con i piedi ben piantati per terra anche di fronte a cose che ti facevano volare con il pensiero e la fantasia.

Anni fa, però, sulle pagina di Hurrà Juventus in cui i campioni rispondevano ai lettori, qualcuno, uno di noi, pose la domanda da un milione di dollari: Alex, ma che fine hanno fatto quei laccetti che portavi legati ai calzettoni anni fa? La risposta – e mi piace tanto pensare che a rispondere sia stato proprio lui e non un addetto stampa freddo, calcolatore e, forse, anche un po’ annoiato dal suo lavoro –  fu una roba del tipo “è vero, quei laccetti erano sempre con me quando con la Juve abbiamo conquistato l’Europa e il mondo e io mi sono affermato nel calcio professionistico ad alti livelli, ma non c’è un motivo particolare per cui non me li vedi indosso ancora oggi, anche perché non è detto che non li porti nel risvolto dei calzettoni stessi o da qualche altra parte. Semplicemente un giorno è successo che non li ho portati più ed è finita lì”.

L’ennesima lezione di vita, una delle tante, che mi avrebbe dato. O, più semplicemente, quel momento di passaggio a cavallo tra infanzia e adolescenza in cui si comincia a comprendere che c’è anche altro, che in fondo tante cose non sono così importanti come credevamo, che quelle immagini che credevamo così forti e così pure con il tempo cambiano, diventando qualcosa di diverso, di più maturo e consapevole, correndo magari il rischio che possano addirittura svanire nelle nebbie della nostra memoria, perché no.

Ma quelle sensazioni, quelle immagini, quelle percezioni così vecchie eppure così nuove ogni volta che il pensiero ti riporta lì, quello no, quelle non cambiano e non cambieranno mai. Perché l’iconografia dell’amore, del primo amore, è potente. Forse la più potente in assoluto. Esattamente come i dettagli che la compongono. Che siano i laccetti o qualcos’altro.