Da Bari a Madrid, noi e Del Piero ci siamo sempre stati

di Claudio Pellecchia |

È stato necessario un tweet di Adam Digby per ricordarmi che uno dei gol più significativi, per Alessandro Del Piero e per me, era diventato “maggiorenne” da poche ore. Questo gol:

Ho sempre pensato che avrei iniziato a percepire lo scorrere del tempo che passa nel momento in cui Alex, idolo di una vita, avesse detto basta. Mi sbagliavo. Da quel 13 maggio 2012 (perché per rispetto a ciò che costui ha rappresentato, per me e per noi, tendo a non considerare quel che è stato in Australia e India) a cambiare è stata la mia concezione del tempo stesso: un qualcosa di indefinito e mutevole, che si dilata e si restringe a seconda di quella che è la nostra visione, del calcio e della vita, in un determinato momento della nostra esistenza.

Oggi, ad esempio, faccio fatica a realizzare che siano già passati 18 anni da tutto questo. Così come faccio fatica a realizzare che stasera, quel 10 che in tante altre sere del genere contribuiva a scacciare via paure e incertezze, sarà ancora una volta lì con noi, seppure in forme e ruoli diversi e, suppongo, in maniera meno campanilistica e più “istituzionale”, come si converrebbe alla seconda voce di una telecronaca.

Eppure è così, quello era il 18 febbraio 2001 e oggi è il 20 febbraio 2019, quella era Bari-Juve e questa è Atletico-Juve e lui è ancora qui, io sono ancora qui, noi siamo ancora qui, mentre, nel frattempo, il suo, il mio, il nostro mondo (di tifosi e non solo) è cambiato un numero tale di volte che solo a pensarci vengono i brividi. Gli stessi che, nemmeno 14enne, provai quel giorno nel momento in cui quella partita lì venne risolta in quel modo lì da un “fuoriclasse triste” (Paolo Montero dixit) che, proprio nell’attimo di massima tristezza, trovò la forza di ritrovare se stesso quando forse nemmeno lui ci sperava più.

Sapeva, sapevo, sapevamo che era un gol cercato, trovato, voluto, che valeva molto più di tre punti all’interno di una stagione che si sarebbe comunque rivelata anonima (come tutte quelle che ci hanno visto secondi e non primi), che valeva molto di più di una soddisfazione personale da sbattere in faccia ad una critica che dopo la notte di Rotterdam si era fatta sempre più feroce, che valeva molto di più di tante cose che gli avevamo visto fare e che ormai quasi disperavamo di vedergli fare ancora. C’era altro, c’era tanto altro, c’era troppo, c’era tutto, compresso in quell’azione e in quell’esultanza rabbiosa che non gli avevamo mai visto prima e non gli avremmo mai visto nemmeno dopo

C’era Gino, Gino l’elettricista, Gino che illuminava, metaforicamente e non, il campetto dietro casa nelle estati italiane perse nel tempo e nella memoria anche di chi le ha vissute, Gino che era il motivo per cui Alessandro era quel tipo di persona prima ancora che di giocatore, Gino che ero certo, eravamo certi, fosse uno dei pochi a “credere in Del Piero quando nessuno voleva più credere in Del Piero”, Gino che era, semplicemente, un padre, Gino che da qualche giorno aveva smesso di esserci, seppur nella visione superficiale e materialista della vita che dimostriamo soprattutto quando parliamo delle persone cui vogliamo bene.

Negli anni, riguardando quella rete, Ale ha sempre detto che la sua memoria fisica gli aveva restituito un’immagine totalmente diversa da quello che poi è stato nella realtà fattuale. Allo stesso modo, scavando nella mia di memoria, non ritrovo nulla di certo o definibile in quella che sarà stata la mia reazione da tifoso. Ricordo, però, la sensazione, la percezione che qualcosa fosse cambiato anche per me, a livello di conoscenza ed impatto con la realtà, prendendo la familiarità con l’idea che bisogna fare quello per cui siamo venuti al mondo anche con il cuore gonfio di dolore e anche se quel dolore, in quel momento, ci sembra la cosa più insopportabile del mondo.

Qualche mese dopo avrei avuto anche io il mio primo incontro con la morte, con un nonno strappatomi via da un brutto male così diverso eppure così uguale da quello che si era portato via Gino, eppure fu come se ci fossi arrivato “preparato”, come se già avessi visto prima quello che dovevo vedere, come se si trattasse “solo” di dover fare i conti con quel che sarebbe venuto dopo, la cui percezione, esattamente come quella del tempo, cambia da persona a persona e nonostante l’infantile convinzione che quello che accadeva a me e quello che accadeva al mio idolo fosse in qualche modo collegato perché non poteva che essere così. Per sentirmi, per sentirci, meno soli.

Diciotto anni, quindi. Da Bari a Madrid, da un Del Piero all’altro, da una Juve all’altra, da un gol segnato ad uno, speriamo, da segnare, da una stagione poi anonima ad una, ci auguriamo, da ricordare per sempre: c’era e c’è lui, c’eravamo e ci siamo noi. In mezzo il mondo e la vita. La sua e la nostra. E non potrebbe essere altrimenti, immagino.