Del Piero, l’eroe senza superpoteri di cui abbiamo bisogno

di Juventibus |

Pensi ad Alessandro Del Piero e a quanto sia difficile raccontarlo.

Genio e regolatezza in effetti suonano male sulla bocca di chi si nutre unicamente di storie il cui imperativo è impressionare a tutti i costi. Non a caso, quella di “leader silenzioso” è la definizione che più gli calza a pennello. Meno appariscente dei celebri soprannomi dell’Avvocato (da “Pinturicchio” a “Godot“), ma assai efficace nel descrivere lo straordinario che si umanizza. Il bello di Del Piero sta proprio qui, e cioè nella normalità del suo essere il numero 1, sovente lacerata dalla ricerca di un equilibrio tra talento e dedizione alla causa. Ma Del Piero è (stato) anche il vessillo dei colori più amati e odiati dagli italiani. Ha unito il suo popolo, ma non i fedeli del Pallone, che lo hanno sempre rispettato e però mai ritenuto degno di un posto d’onore tra gli dèi dell’Olimpo. Delle sue pennellate d’artista oggi resta ancora il profumo, forse un po’ meno il segno, ma è tutt’altro che una diminutio. Anche perché la bacheca non mente: con Del Piero la Juventus ha raggiunto vette oggi lontanissime. La Nazionale gli deve pure qualcosa, sebbene in azzurro il cammino sia stato molto più duro. Ha vinto tutto, ma ha dovuto sempre dimostrare qualcosa in più degli altri, anche quando non ce n’era bisogno. È stato crocifisso infinite volte ed altrettante è risorto. L’amore tra lui e la Juventus è stato smodato, ma senza lieto fine. Forse aveva ragione Candido Cannavò, che, all’indomani della gloriosa doppietta siglata da Pinturicchio al Santiago Bernabeu, nel 2008, lo definì «un caso da studiare».

Onestamente finora lo hanno fatto in pochi. La verità è che Del Piero convoglia meno interesse rispetto a certi personaggi eternamente sopra le righe. Eppure è stato un simbolo. Ecco perché, in un momento in cui avremmo bisogno di più bandiere, e meno superleghe, è quasi un sollievo leggere la biografia di Francesco Gavatorta, che per raccontare Del Piero ha provato a seguire la scia di un’antica promessa: Sarò sempre al tuo fianco – Dieci momenti che mi hanno fatto amare Alessandro Del Piero, edito da Ultra Sport, è anzitutto la sublimazione di una «relazione a distanza» (così Roberto Beccantini nella prefazione) «tra un ragazzo che conquisterà il mondo e un altro che ha bisogno di qualcuno che lo conquisti per lui». Un omaggio, dunque, che però non si abbassa al livello di certe stucchevoli agiografie. Gavatorta, semmai, veleggia verso lidi opposti: isola alcuni dei momenti topici della carriera del fuoriclasse bianconero e li accompagna verso un orizzonte narrativo più ampio, che tiene conto dell’istantanea ma anche del filo invisibile che la sostiene. Dietro la maschera del calciatore c’è l’uomo, e mai come nel caso di Del Piero lo si può dire senza correre il rischio di apparire retorici. La bravura di Gavatorta sta nell’essere riuscito a rendere mitico ciò che sembra normale, utilizzando con la penna la stessa sobrietà che il numero 10 più osannato dagli juventini esibiva durante il suo continuo divenire.

A dispetto di una bacheca stracolma, forze riempita troppo presto, quella di Del Piero è stata una lotta a mani nude contro un destino che gli ha riservato allori e amarezze. Ma qualunque momento della sua biografia scegliate, anche prescindendo dalla classifica stilata dall’autore, conta il leitmotiv, e cioè l’interpretazione del ruolo – sempre fedele a se stessa, nella buona e nella cattiva sorte -, di cui Del Piero ha accettato onori e oneri. «Un eroe senza superpoteri», che ha reso la Juve grandissima per poi eclissarsi in punta di piedi, senza cerimonie melense. E ora scopriamo che di lui abbiamo tremendamente bisogno.

di Giuseppe Di Matteo