Dejan Kulusevski, il giocatore prima del ruolo

di Luca Momblano |

Ma lo abbiamo preso per il nome?”. È la prima battuta che ho ricevuto nel momento in cui è diventata velocemente solida la notizia dell’acquisizione di Kulusevski da parte della Juventus. Come se Dejan contenesse qualcosa di più affascinante e rassicurante di Dragan o Davor. In realtà è che siamo italici e dunque attaccati al nostro calcio, siamo figli dei nostri ricordi, dei nostri rimpianti e delle nostre invidie. Nonché dei nostri desideri, perché il calcio(mercato) ha quell’irrazionale forza di tirar sempre fuori i bambini che eravamo: se lo svedese di origini macedoni prelevato dall’Atalanta fosse una miscela tra il genio di Savicevic e il dinamismo di Stankovic l’entusiasmo generale degli juventini – più giustificato di quanto loro stessi credano – prevaricherebbe di certo l’insana ma limitata idea (che è diffusa, anche se non si può dire) di aver strappato un obiettivo sensibile dell’Inter di Conte e Marotta. Se poi il ragazzo arriva per le visite di rito a Torino nello stesso giorno in cui torna nel nostro campionato – per una settima vita – lo svedese-non-svedese più celebre della storia allora siamo nel novero dei cicli suggestivi della vita di questo sport.

Tornando all’Inter e a Kulusevski mi limiterei esclusivamente sulla figura di Conte, stando alle cronache dietro le quinte. Perché consigliato e informato in ogni dettaglio dal canale preferenziale che lo unisce ai manager tecnici che guidano il Parma, ovvero il direttore sportivo Faggiano (in odore di Inter 20/21) e l’allenatore D’Aversa. Per di più, il giovane Kulusevski ha piazzato una delle sue più imperiose prestazioni di questa sorprendente stagione d’impatto con la Serie A proprio a San Siro contro i nerazzurri: in campo aperto, da destra, sottopunta, unica punta, sulle palle vacanti, negli strappi palla al piede e negli scontri fisici uno contro uno.

Pare che per l’immediato l’unico vero dubbio di Conte fosse legato alla configurazione del ruolo di Kulusevski. Patema anche comprensibile per chi ritiene che manchino pezzi delle fondamenta.

Diverso è per la Juve, che giustamente (nonostante la fibrillazione post doppia sconfitta contro la Lazio) non si fa prendere dall’isteria e piazza un colpo che segna la continuità rispetto alle strategie che la hanno resa grande e presente sul mercato in questi anni. In più, perché per questo genere di profili bisogna stare dalla parte di Paratici, la Juve deve pensare di acquistare il giocatore – con la g maiuscola, se tale viene reputato – prima che il ruolo. Anche nonostante la controversa esperienza che sta vivendo in bianconero, per esempio, Federico Bernardeschi. Kulusevski ha dalla sua che sembra davvero un cavallo di razza e il suo calcio non è giocato in punta di piedi nonostante le qualità. È infatti evidente che nel calcio è sempre alla fine una questione di livello: il contesto, la testa, le attitudini e lo spartito tattico fanno poi il resto ma restano questioni successive all’occhio di chi sceglie il prospetto giusto al momento giusto. Prima che sia tardi, ma anche non troppo presto.

Dejan Kulusevski non è agli atti come naturale di centrocampo. Ossia non è a oggi la mezz’ala tradizionale del nostro football anche se si è esaltato sovente da Primavera Atalanta fino al titolo italiano agli ordini di Massimo Brambilla (uno tra gli autori delle storiche autoreti del derby della Mole insieme ai Van de Korput, ai Daniele Fortunato, ai Giorgio Venturin). Chi segue la categoria fa notare tra l’altro che partiva da intermedio destro, da mancino praticamente monopiede, per entrare dentro il campo e sfruttare progressione e strapotere atletico posizionandosi di fatto sotto l’attaccante. Però lì faceva (e vestiva) il numero 10 moderno, libero di andare in incursione su zone a piacimento. Meno vincolato di quando invece partiva (e parte adesso in A) da destra e/o meglio ancora, sempre in Primavera, sotto la punta e quindi attaccante di rimorchio nel 4-2-3-1.

Più facile quindi dire come gioca Kulusevski piuttosto che dire dove giocherà. Tanto più se lo status è quello di effettivo della Juventus. Nella batteria attuale dei mancini offensivi della Vecchia Signora sembrerebbe un vezzo, non fosse energeticamente più cattivo e feroce di Bernardeschi e apparentemente più sano di Douglas Costa. E di mancino c’è pure questo Dybala tirato a lucido che è il più attaccante di tutti. Però di diverso Kulusevski ha che sa occupare l’area una volta finalizzato l’inserimento. È a proprio agio nei venti metri finali anche a livello fisico. Comunque sia, chiunque arrivi alla Juventus a quell’età da giocatore, diventa automaticamente un progetto di giocatore (sempre con la g maiuscola). Questo va tenuto bene in mente. Sono altri quelli che devono e dovranno dare tutto subito. E di uno solo abbiam certezza. Ecco a cosa serve l’allenatore.

Che poi Kulusevski sia un Kakà meno esplosivo nel breve anche perché meno elegante e probabilmente meno tecnico (parliamo sempre del Kakà quando era un progetto di giocatore) oppure che possa essere ciò in cui il russo Kancelskis non fu capace di trasformarsi (da esterno offensivo di categoria mondiale e non solo di fama), oppure che centri qualcosa con Zidane per il modo efficiente di usare la stazza al servizio della giocata come a sprazzi riesce a fare Milinkovic-Savic, tutto questo non è dato sapere. È solo dato paragonare (tutti nomi che ho letto o ascoltato da persone che ho consultato). Siamo molto indietro, anche se nel goderci l’acquisto siamo molto avanti. Tant’è che abbiamo una gran voglia e una gran fretta di averlo con noi.


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