De Rossi, gli scudetti e quel paragone ignorato

di Mauro Bortone |

La bella intervista di Daniele De Rossi sul mondo del calcio ai tempi del Covid, andata in onda ieri sera a Propaganda Live, è la dimostrazione plastica dell’approccio di molti media in chiave anti-juventina. Sfogliando le pagine dei quotidiani e delle testate online che trattano l’argomento si legge, infatti, un po’ dappertutto “Da De Rossi stilettata alla Juve”, “De Rossi, che frecciata ad Agnelli” “De Rossi punge la Juve”: e se uno non avesse visto la trasmissione verrebbe da pensare che sia andata in scena l’ennesima puntata della speciale soap “La Juve rrubba”, rigorosamente con due erre e due bi.

Ma l’intervento dell’ex centrocampista della Roma e della Nazionale nel programma (tra l’altro tra i migliori del palinsesto televisivo) non è stato un monologo contro il potere occulto della Juve. Tutt’altro.

Nell’ospitata di ieri, De Rossi ha parlato del delicato tema del negazionismo nel mondo del calcio a partire dal virus: e come spesso accade, il campione del mondo, ha mostrato equilibrio, fornendo spunti interessanti su tanti argomenti, dall’uscita social molto contestata del ct Roberto Mancini alla richiesta di aiuto nella comunicazione ai giovani che il premier Giuseppe Conte ha fatto a Fedez e Chiara Ferragni.

Risposte equilibrate, come nello stile maturo sempre mostrato dall’ex giocatore. Ad un certo punto, Bianchi chiede all’ex centrocampista se esista il negazionismo nel calcio e, a sorpresa, De Rossi paragona i negazionisti del Covid a quanti pensano che la Juve vinca per motivi oscuri: “Negazionisti – ha affermato -, complottisti si nasce… c’è gente che è proprio così di suo. Conosco una persona a cui voglio davvero bene, intelligentissima, brillante. È uno sportivo ma non è un calciatore. Una volta abbiamo parlato di calcio, ma quando giocavo continuava a pensare che la Juve dovesse vincere per il potere, per Agnelli e per la Fiat e che noi li lasciavamo vincere in campo… E io gli spiegavo che invece in campo facevo la guerra, mi facevo buttar fuori pur di vincere. Dopo dieci minuti abbiamo parlato del doping e lui era convinto che noi non facessimo i controlli”.

Questa argomentazione, peraltro portata da una bandiera romanista che nell’immaginario collettivo dovrebbe fomentare i complotti da “Er go’ de Turone”, è quella centrale di un ragionamento in cui di fatto si vuole dare merito alla Juventus, svincolandola dai troppi pregiudizi legati ai suoi successi da parte di chi probabilmente, per principio, non ha voglia di riconoscerli.

De Rossi ammette di fatto che, nonostante il proprio impegno sul campo, la Juve fosse più forte e non vincesse per fattori esterni, come alcuni avvelenatori di pozzi continuano a fare. Il fulcro dell’intervista sarebbe questo. Invece l’attenzione dei media si focalizza sulla battuta relativa al numero degli scudetti, riletta da tanti cronisti come una “frecciata” una “bordata” ai bianconeri e al presidente Agnelli.

Perché, subito dopo quel racconto Zoro, che peraltro è un tifoso romanista, sposta la discussione su un tema non pertinente al discorso (si parla di negazionismo nel calcio col Covid), chiedendo il numero degli scudetti e tornando a una vicenda di quindici anni fa. Incalzato da Bianchi, De Rossi replica: “Quanti ne hanno? Non me lo ricordo per davvero! Come ha detto il presidente Agnelli, lui è uno che segue le regole… perciò ne ha due di meno”.

Una concessione alla rivalità coi bianconeri che, però, non cancella affatto il punto fondamentale dell’intervento di De Rossi che, da bandiera romanista, non ha timore di ritenere i complottisti anti-juventini assimilabili ai negazionisti del virus: una provocazione decisamente più forte di tutto il resto, perché spontanea, non indotta, come, invece, nel caso della risposta agli scudetti. I media italiani, come spesso accade, però rivoltano tutto in chiave anti-juventina e puntano sul classico conteggio degli scudetti. Massimo Zampini seraficamente commenterebbe: “Che anni meravigliosi”.