Matthijs de Ligt, l’uomo del nuovo Scudetto

di Alex Campanelli |

Sul protagonista assoluto dello Scudetto 2019/20, ammesso che sia possibile trovarne uno soltanto, quasi ogni opinione è valida: le parate di Szczesny, l’ascesa di Bentancur, i colpi di genio di Dybala, i gol di Cristiano, sono tutte istantanee più o meno penetranti ma che spiccheranno su molte altre quando la stagione andrà agli archivi definitivamente.

Immaginate però di avere 20 anni appena compiuti e di ritrovarvi, dopo essere stati re nella vostra cittadina d’origine, in mezzo ad alcuni dei più grandi campioni del calcio contemporaneo, a dover ripartire da zero, a mettervi in gioco in un paese nuovo, in una squadra nuova, con tutta una nuova serie di stimoli e soprattutto pressioni. Immaginate anche che la vostra guida, colui che avrebbe dovuto prendervi per mano e farvi diventare suoi successori, finisca fuori dai giochi praticamente subito, con le responsabilità che di colpo finiscono tutte sulle vostre spalle; immaginate anche un paese che non vede l’ora di additarvi colpe, che alla prima difficoltà prende la palla al balzo per attaccarvi e mettervi in dubbio, che ha come obiettivo ultimo quello di attaccarvi in fronte l’odiosa etichetta con scritto “PAGATO TROPPO”.

Adesso chiudete gli occhi, fate passare 365 giorni, o poco meno, li riaprite e siete alla guida della squadra campione d’Italia, dominatori della Serie A, senza ombra di dubbio tra i migliori difensori in assoluto non del futuro, ma del presente, idolatrati dai vostri tifosi davanti a tanti compagni di squadra ben più esperti e iridati. Impossibile? Sì, solamente se non vi chiamate Matthijs de Ligt.

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Greatness recognizes greatness

Dubbi sulle doti fisiche e tecniche di de Ligt non ce n’erano, non per chi ne aveva già ammirato il talento nel corso della scorsa Champions League, non era però scontato che il ragazzo riuscisse a metterle in mostra fin da subito, in un contesto non esattamente favorevole e circondato dall’imbarazzante tam tam mediatico pronto a riproporsi ogni volta che l’olandese incappava in un errore o in un fallo di mano, episodi fortuiti che ne hanno caratterizzato il primissimo periodo in Serie A.

Un giovane calciatore psicologicamente debole e/o non pienamente convinto dei propri mezzi si sarebbe fatto condizionare più o meno pesantemente dalle circostanze, invece de Ligt è andato avanti per la sua via, glaciale, sfruttando le ombre gettate su di lui per lavorare a fari spenti. Mentre media e addetti ai lavori sollevavano dubbi, lui passava dall’esser preso per mano al prendere per mano la Juventus, risultando in maniera quasi irritante sempre il migliore del pacchetto arretrato, dal tempismo perfetto nelle chiusure, implacabile nelle marcature individuali, praticamente impossibile da saltare nell’1 contro 1 e violentissimo eppur corretto negli anticipi a centrocampo.

Zapata, l’attaccante per distacco fisicamente più devastante di questa Serie A, viene reso totalmente inoffensivo dalla marcatura di de Ligt.

Il comune denominatore dei pregi sopra elencati non è fisico, nonostante Matthijs sia un armadio che sfiora il metro e 90 e i 90 kg, e neanche tecnico, di quello parleremo poi, bensì mentale. Negli anticipi a centrocampo così come nelle chiusure al limite dell’area e negli interventi in tackle, di de Ligt impressiona il tempismo, l’abilità nello scegliere cosa fare ma soprattutto quando farlo, la frazione di secondo giusta per non essere saltato (subisce appena 0,3 dribbling a partita) o non commettere fallo (in media uno a partita). Una descrizione che eravamo soliti accostare ad Alessandro Nesta e che in tempi più recenti è stata spesa per il connazionale Virgil van Dijk.

In tutto il video, ma in special modo nei primi 2 interventi proposti, emerge quando de Ligt sia bravo a intervenire ma anche ad aspettare, al contrario di quanto magari ci si potrebbe attendere da un difensore giovane.

Sicurezza nelle scelte, negli interventi e anche nel giocare il pallone, fondamentale nell’uscita dalla pressione avversaria e nella prima costruzione, molto più che negli anni scorsi. Andando a sostituire Chiellini, un centrale dal piede non eccelso ma che ha sempre giocato un grande numero di palloni a partita, de Ligt si è preso fin da subito responsabilità in fase d’impostazione; pur essendo il giocatore che effettua più spazzate, 3,3 a partita, de Ligt è anche il quinto tra i titolari per appoggi effettuati, e secondo per passaggi completati, 90,2%, dietro al solo Pjanic, e per lanci lunghi, dietro allo specialista Bonucci, rispetto al quale però ha una media migliore con 2 palle lunghe su 3 a destinazione.

Gradito regalo i 4 gol realizzati in stagione, utilissimi in realtà per riassumere in poche righe le qualità di Matthijs. Nella prima rete, quella nel derby, ci sono coordinazione e pulizia nell’esecuzione che non siamo abituati ad attribuire a un centrale difensivo; del gol alla Fiorentina, pur semplice, si possono apprezzare il tempismo e l’abilità nell’indirizzare la palla; nel gol che chiude la partita col Lecce l’olandese effettua un inserimento quasi da centravanti, col tempismo (ancora!) giusto, prima duellando col marcatore e poi sfilandogli alle spalle non appena egli perde il contatto visivo. Poi c’è la rete all’Udinese, che trasuda strapotere tecnico e fisico, un gol che ci sarebbe piaciuto mettere in copertina per la festa Scudetto,

Quanto recupera palla alto de Ligt? Quanto lontane sono dalla vecchia concezione di difensore centrale la coordinazione e la naturalezza col quale colpisce il pallone?

Nella transizione della Juventus dal calcio reattivo che ne ha caratterizzato gran parte della storia a quello proattivo auspicato con l’arrivo di Maurizio Sarri, c’è bisogno di calciatori che facilitino il processo, giocatori a cavallo tra i due mondi, capaci di prendere per mano la squadra e portarla nella sua nuova dimensione favorendo un distacco graduale dalla vecchia, mai rinnegata ma pian piano superata. Simbolico che a guidare questa rivoluzione ci sia un ragazzone che viene dall’Olanda e che a 21 anni è già leader della squadra campione d’Italia.