De Ligt, i media e i politici nella nazione che ha dimenticato il calcio

di Massimo Zampini |

C’è una nazione, zeppa di appassionati di calcio, in cui si parla ovunque di calcio ma il calcio è sparito da un bel po’.

 

Non è un fenomeno recentissimo, eh, c’è pure chi ha scritto libri su quanto da noi un singolo episodio contestato, nell’immaginario collettivo, sia da tempo diventato più importante di tutto il resto del torneo; meriti, responsabilità, giocate, vittorie, sconfitte, brividi, fortuna, infortuni, giocatori rivelazioni e delusioni? Tutto dimenticato, quello è lo scudetto del gol annullato, del rigore negato, del fallo non visto.

 

Assistiamo a questo fenomeno e lo raccontiamo settimanalmente, con fare divertito ma anche annoiato e routinario.

Poi ci sono le settimane speciali, quelle col turno infrasettimanale in cui la Juve vince su rigore all’ultimo minuto, qualche rivale perde punti e a giorni arriva il derby di Torino.

Lì servirebbero degli studiosi, possibilmente provenienti dall’estero, per capire l’Italia di questi tempi.

 

C’è il vice diretur dello sport Rai (tv nazionale, lo segnalo a quegli studiosi), cui nessuno ha ancora fatto il regalo di sottrarre il telefono durante le partite, che twitta indignato solo sugli episodi, ovviamente interpretati a senso unico. C’è l’allenatore solitamente pacioso che proprio non accetta il pareggio dei rivali, perché nell’azione precedente c’era un rigore per lui. C’è il presidente che usa termini inadatti al ruolo che ricopre (ma li riterrei inadatti anche se li usasse un tifoso senza “cariche” come me).

 

Ci sono i politici, poi. Ecco, studiosi stranieri, guardateli bene: sono bipartisan, segnatevelo bene, così capite meglio. Fanno un’interrogazione parlamentare incredibile, con contenuti incredibili, scritta in modo incredibile, parte col presunto rigore negato che “spegne la passione” e si chiude con la grande accusa che scuote i nostri rappresentanti in Parlamento: due ore dopo hanno dato alla Juve un rigore “meno evidente”. Tutto questo, si intende, in nome dell’amore per lo sport. In mezzo c’era stata una splendida partita, Napoli-Atalanta, in cui le squadre avevano avuto mille occasioni, giocato bene, commesso alcuni errori. C’era stato Juve-Genoa, con i bianconeri sempre in avanti ma gli ospiti del nuovo allenatore Thiago Motta bravi a palleggiare, partita utile a spiegare pregi e difetti di questo periodo iniziale del nuovo ciclo sarriano. Niente, tutto sparito: c’era l’espulsione? C’era il rigore?

 

Così si arriva al surreale sabato del turno successivo: nel pomeriggio il Napoli perde e il suo capitano a fine partita dice che era inevitabile, dopo quello che era accaduto mercoledì. Intanto la sua squadra, pur fortissima e potenzialmente in lotta per lo scudetto, va a 10 e 11 punti dalle prime due: come mai? Che succede? Nulla. Vorrei vedere voi, con quel rigore non dato 3 giorni fa… Intanto apprezziamo la Roma, con le sue cessioni, gli infortuni, l’allenatore nuovo, con qualche errore arbitrale contro sul serio, ma eccola che gioca ed è lì, a ridosso delle primissime. Non so se e quando vincerà, e so che torneranno certe polemiche che hanno accompagnato la mia vita romana, ma io do grandissimi meriti a una società che non ha mai sposato la politica del pianto e dell’alibi, fino ad allora un marchio di fabbrica apparentemente inestirpabile.

 

C’è l’Inter, soffre e vince al novantesimo su rigore simile a quello della Juve di pochi giorni fa (contatto, quindi c’è, anche se non clamoroso) ma sa già che non dovrà vivere giorni di indignazione mediatica, beata lei. E ci mancherebbe pure, dico io, avendo vinto su un campo difficile per un rigore che c’era. Il problema è quando, per episodi analoghi, il paese si ferma e si indigna.

 

Il clou, si sa, deve arrivare. Il derby di Torino, in cui la Juve da un paio di decenni vince quasi sempre e alla fine quindi cosa c’è di meglio di un bell’alibi, nel paese degli alibi?
E ci sarebbe tutta una partita da raccontare, in cui la Toro se la gioca alla grande ma le uniche occasioni se le procura la Juve, in cui Ronaldo si muove tanto ma sbaglia di più, in cui de Ligt segna il gol decisivo dopo una grande partita, Cuadrado è sempre più protagonista e mille altre cose, ma il calcio – lo sapete – sparisce e allora arriviamo subito all’alibi.

 

Elegantemente, gli viene offerto subito, perché il pallone sbatte da due metri sul braccio del nostro difensore olandese. Stretto, quasi aderente, naturalissimo, cerca perfino di toglierlo: non sappiamo come farvelo capire, che così non può mai essere rigore. Perfino se il braccio è quello di de Ligt, che è un sopravvalutato imbrocchito da qualche mese ma per cui vale, al momento, lo stesso regolamento di tutti gli altri.

 

Tra gli altri, come spesso accade, spiega tutto l’ex arbitro Marelli, che vuole raccontare “solo” il regolamento descrivendo il “braccio aderente al corpo e che non si muove verso il pallone. Al limite si scorge un movimento di De Ligt per portare il braccio ulteriormente vicino al corpo, non certo una volontà di intercettare il pallone”.

E perché a Lecce lo avevano dato?, si chiede qualche maligno, non si sa bene volendo dimostrare cosa, se non il noto potere dei pugliesi…

“In questo caso come a Lecce, il tocco di braccio non è punibile”,spiega Marelli, chiarendo così ai complottisti delle nostre parti, illustri politici compresi, che l’unico pareggio delle ultime dieci partite della Juve è arrivato per un rigore che non c’era (secondo il loro modo di ragionare: per noi abbiamo pareggiato per colpe nostre, perché dalle nostre parti il calcio non è sparito).

Vuole spiegare “solo” il regolamento e invece, suo malgrado, racconta molto di più, anzi quasi tutto sui nostri media che dicono ogni giorno di sognare il modello inglese ma poi non sanno andare oltre i veleni delle moviole.

Che twittano sui rigori veri e presunti e nessuno fa loro presente che sarebbe più elegante, meno velenoso e più sportivo non limitarsi agli episodi arbitrali.

Che dovrebbero spiegarci quello che non capiamo ma non conoscono neanche il regolamento.

Che parlano di calcio ma da troppo tempo, per tifo o convenienza, hanno dimenticato il calcio.


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