Daniele De Rossi, il mio avversario preferito

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Andrea Sarubbi

Saranno le mie gocce di sangue ostiense, non so, ma oggi mi sento parte in causa. Daniele De Rossi è stato sempre il mio avversario preferito, quello che in campo ti squarta, ma appena finisce la partita è un signore. Quello che ti dice bravo quando vinci, quello che non cerca scuse quando perde. Quello lucidissimo che, nelle domande paracule in diretta tv, è sempre capace di invertire i ruoli: annusa l’aria in un secondo, smonta sul nascere il complottismo e lascia le chiacchiere da bar ai giornalisti e agli opinionisti in studio. Il migliore d’Italia davanti a un microfono, a pari merito con Chiellini, e per un certo periodo – devo ammetterlo – pure uno dei migliori a centrocampo, anche se la mia lettura bianconera della storia mi ha spesso impedito di riconoscerglielo pienamente.

L’indignazione è sempre gratis, quindi la tentazione facile di giornata sarebbe quella di dare addosso alla Roma, così come molti – soprattutto non bianconeri – fecero con la Juve quando Agnelli decise di non rinnovare il contratto a Del Piero. L’ammirazione per un avversario, invece, costa un po’ di più, ma anche oggi De Rossi ha dimostrato di meritarsela tutta: per come ha difeso la società in conferenza stampa (“sono lì apposta per decidere chi deve giocare e chi no”) pur non essendo d’accordo nel merito sulla scelta (“se fossi stato dirigente, avrei rinnovato il contratto a uno come me”); per come ha rivelato di avere gestito il silenzio di questi mesi (“perché non c’era niente da dire e perché non volevo creare rumore che potesse distrarre la squadra”); per la serenità con cui ha ripercorso le decisioni prese negli anni (il rimorso “è su alcuni cartellini, non sulla scelta di rimanere sempre fedele”), per la schiettezza con cui ha riconosciuto di non essere felice ma nemmeno di portare rancore. Avercene, davvero, di persone così.

C’è stato un periodo della vita in cui Daniele si sarebbe potuto perdere, invece è rimasto in piedi. Ne è uscito più maturo, incredibilmente sereno, molto più persona che personaggio. Una roccia anche fuori dal campo, difficile da spostare. Difficile da spostare in tutti i sensi, purtroppo per me: lo avrei visto volentieri alla Juve, ma ragioni più profonde – più belle dei soldi, che pure non gli sono mancati, e delle possibilità di vittoria, a cui anche oggi ha ammesso di avere rinunciato – lo hanno tenuto a casa, anche nei momenti in cui sarebbe stato più facile andare via. E fare magari la carriera di Busquets, che per me vale meno di lui, ma ha avuto la fortuna di nascere in Catalogna e crescere alla Masia. Bisogna andarci piano a pesare i destini, per carità. Perché forse la fortuna più grande di Daniele è stata proprio Trigoria, e papà Alberto (“ha fatto 15 anni di C, è il mio idolo”), e l’aria di casa. E anche il fatto di crescere all’epoca di Totti, alla fine, lo ha aiutato a restare con i piedi per terra: er Pupone sotto i riflettori, con gli onori e gli oneri, lui mezzo passo indietro e – almeno a guardarlo da fuori – contento di starci. Si è potuto permettere quella normalità che Totti non ha mai avuto: come l’ultima partita annunciata in un tweet, al posto di un tira e molla durato un campionato intero, e la decisione a fine carriera di poter indossare un’altra maglia (immagino all’estero, coerentemente con l’uomo che è) senza commettere un sacrilegio.

La Roma, che è un’azienda in crescita, gli propone già di diventare dirigente. Lui preferirebbe allenare, quando non sarà più un calciatore. A me piacerebbe, nell’uno e nell’altro caso, poterlo avere dalla mia parte, ma riconosco che è un po’ complicato. Mi accontento, almeno nel breve periodo, di ritrovarci in terreno neutro, in Nazionale, sperando che quelle “coppe in bacheca” di cui ora sente la mancanza gli arrivino da lì.


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