Dani Alves e il sacrificio del talento

di Alex Campanelli |

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“Perché ho lasciato la Juventus? Mi avevano detto che avrebbero cambiato modo di giocare, ma non era vero”. Parole e musica di Dani Alves, uno con le idee non chiarissime e che tende a cambiare versione in fretta (nel 2017 ha parlato di “motivi extracalcistici”, l’anno successivo ha dichiarato di aver lasciato Torino per vincere la Champions a Parigi), che forniscono in ogni caso un interessante spunto di riflessione sull’ideologia che permea il mondo Juve.

Nella prima parte del suo unico anno in bianconero, Alves è stato spesso definito come un corpo estraneo al pianeta Juventus, un alieno sbarcato da Marte che pretendeva di trovare sulla Terra lo stesso habitat marziano che ne aveva fatto le fortune, rendendolo il giocatore più vincente della storia del calcio, un particolare che va tenuto a mente quando si parla di lui. Emblema delle sue difficoltà, la debacle della Juve a Marassi col Genoa: assurdamente schierato da terzo di difesa e travolto da Ocampos nel primo tempo, nella ripresa il brasiliano si infortuna ed esce in barella, mentre intorno a lui in molti recitano il de profundis (a novembre) sulla sua avventura in Italia.

Dani Alves ricomparirà sui campi quasi due mesi e mezzo dopo, e da oggetto misterioso si trasforma improvvisamente in salvatore della patria, soprattutto in Europa: due prestazioni maiuscole da ex contro il Barça nei quarti, due assist all’andata contro il Monaco e un gol da antologia al ritorno. Allegri scopre che, col nuovo assetto, il brasiliano può essere un giocatore importante (qui potete ridere), tanto che la Juventus finisce per aggrapparsi al suo ritrovato fuoriclasse, che arriva a 90′ dal regalare alla signora la coppa con le grandi orecchie, prima di andarsene sbattendo la porta.

Il riassunto della parabola di Alves in bianconero non è un semplice promemoria per i più smemorati, ma di fatto riflette, nell’arco di una sola stagione, l’atteggiamento della Juventus e dei suoi sostenitori nei confronti di quasi tutti i giocatori di talento che ne hanno vestito la maglia degli ultimi anni, uno dei più grandi blocchi mentali che separano la squadra dalla conquista della Champions League.

La Juventus ha messo sotto contratto Dani Alves a parametro zero perché era effettivamente un’occasione da non perdere, ma senza inserirlo in un progetto tecnico specifico, mentre dal canto suo Massimiliano Allegri ha forzato il giocatore nei suoi schemi noncurante delle sue peculiarità, ricavandone risultati inizialmente negativi. L’esplosione di Alves nel girone di ritorno è conseguenza del cambio di schema della Juve e del progressivo adattamento del calciatore alla realtà italiana, ma dietro non vi è alcun tipo di progettualità da parte della società e del tecnico, soltanto il caso, corollario di un ragionamento semplicistico del tipo “è forte, quindi farà bene”.

Dani Alves è Dybala, che viene piazzato a centrocampo a inseguire gli avversari, che non può fare la punta centrale e invece nell’unico anno da centravanti con Sarri è il miglior giocatore della Serie A, che diventa il capro espiatorio delle sconfitte, non ha carattere, non vuole bene alla Juve e pensa solamente al denaro.

Dani Alves è Cancelo, che non sa difendere o peggio non ha voglia di farlo, che viene sacrificato sull’altare della divinità oscura chiamata plusvalenza, che non è adatto al calcio italiano (come Alves), che viene denigrato dagli stessi tifosi bianconeri per tutta la sua prima stagione al City salvo poi diventare (o tornare a essere) uno dei migliori terzini del globo.

Dani Alves è Douglas Costa che in fondo in fondo non era tutto questo granché neanche quando gli infortuni lo lasciavano in pace, è Arthur che non verticalizza mai e tiene troppo la palla, è Pjanic che è troppo lento e non ha personalità, è addirittura Pogba che fa l’elastico in mezzo a due contro l’Inter ma poi non segna perché “si è piaciuto troppo”.

Dani Alves, è, tristemente, anche Cristiano Ronaldo, il principale fautore assieme a Federico Chiesa del terzo posto della Juventus, un campione che trascende il tempo che viene accusato di pensare solo per sé stesso, di bucare le partite che contano, di prosciugare le finanze della Juve e di costringere i compagni a passargli il pallone, mentre allo stesso tempo è costretto a sobbarcarsi di tutte le responsabilità sul fronte offensivo.

Gli unici giocatori di talento che hanno saputo incidere sono quelli che, alla tecnica, abbinano un furore agonistico da Juve, qualsiasi cosa significhi, con Tevez e Chiesa come più fulgidi esempi. L’idea che in una squadra possano essere utili e funzionali anche calciatori con altre caratteristiche, che magari non inseguono gli avversari o non li picchiano, è vista con diffidenza anche da quella frangia di tifosi che non perde l’occasione di paragonare giocatori tra loro non paragonabili e diffida dei sudamericani, quelli che non fanno una vita da atleti, incapaci, con la loro indolenza e la loro fumosità, di trascinare la squadra verso la vittoria.

Perché la Juventus negli ultimi 10 anni ha chiesto proprio questo ai propri talenti offensivi: andate, segnate, decidete, fate tutto voi, noi non vi mettiamo certo in condizione di rendere ancora di più, noi sappiamo difendere, poi buttiamo palla su e combinate qualcosa, tanto siete fortissimi. Non lo fate? Non siete da Juve, siete evanescenti e poco adatti al calcio italiano, non lottate per la maglia, non la sporcate di sangue, sudore e lacrime, siete dei mercenari, delle femminucce, degli egoisti.

I colpi dei campioni possono far vincere alcune partite e spesso sono sufficienti per primeggiare in patria, se accompagnati da un’organizzazione difensiva di livello con interpreti all’altezza, ma anche i migliori hanno bisogno di un contesto che li aiuti ad esprimersi al massimo, anche loro vanno attesi, coccolati e spronati, soprattutto se giovani. Se non lo comprendiamo, saremo sempre qui a chiederci perché l’Ajax ci prende a pallonate con un manipolo di ragazzini, perché Isco sembra più forte di Dybala o perché Coman da noi era un incompiuto mentre altrove decide una finale di Champions League.

Liberarci di questi preconcetti sarà la sfida più difficile di tutte, semmai la Juventus deciderà un giorno di affrontarla davvero. Nel frattempo, smettere di attaccare quotidianamente i pochi talenti che abbiamo in rosa (salvo rimpiangerli una volta partiti) sarebbe già un buon inizio. Ora riflettete sul contesto Juventus appena descritto e pensate a chi è Dani Alves; al posto suo, voi sareste rimasti?