Dalla prima conferenza stampa di Sarri alla Juve che verrà

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Partiamo dalla conferenza stampa di presentazione.

I commenti di giornalisti e tifosi sono stati più che entusiastici. In pochi – quasi nessuno, invero –  hanno sottolineato quello che a me pare ovvio, ossia che una grande società come la Juve, nella prima apparizione ufficiale di un nuovo tecnico, peraltro così discusso come Sarri, non lascia al caso neanche una virgola.

Pertanto, tutte le risposte, e, con ogni probabilità, gran parte delle domande, a mio parere erano state pianificate e argutamente indirizzate.

Financo il riferimento esplicito ad alcuni giocatori, guarda caso quelli più papabili rispetto a una possibile cessione, è stato il frutto di una chiara strategia.

In altri termini, i responsabili della nostra comunicazione, per il tramite del nuovo mister, hanno proposto uno scenario esattamente opposto a quello che stanno costruendo all’Inter per Icardi.

Tutto il mondo sa che questi ultimi vogliono disfarsi del coniuge di Wanda. Ciò significa che, qualora riuscissero a cederlo, dovranno farlo alle condizioni dell’acquirente e non del venditore. Come è noto, da quelle parti, i principi basilari su cui dovrebbe fondarsi una sana e vincente gestione imprenditoriale, vengono disattesi da sempre.

Tornando alla conferenza stampa del nostro, poco credibili sono state le giustificazioni date alle sue caustiche uscite antijuventine in epoca partenopea.

Cercare in tutti i modi di portare la propria squadra alla vittoria in campionato non dovrebbe contemplare l’insulto, l’illazione e il continuo ammiccamento al condizionamento ambientale ed arbitrale.

Le dichiarazioni e gli atteggiamenti che Sarri (e i nostri responsabili della comunicazione) hanno voluto far passare come il frutto di una costante trans agonistica, si chiamano semplicemente maleducazione e mancanza di rispetto degli avversari.  Penso che sarebbe stato meglio se gli avessero imposto di chiedere semplicemente scusa, evitando giustificazioni tanto velleitarie quanto risibili.

Solo due passaggi mi sono apparsi veritieri e sinceri.

Innanzitutto le risposte riguardanti il suo Napoli, che trasudavano amore e malinconia.

Sono convinto che qualcun altro, e mi riferisco al nuovo allenatore dell’oriente milanese, non proferirà mai parole così sincere riferendosi alla squadra che gli ha dato da mangiare per gran parte della sua carriera da calciatore e lo ha reso il professionista che oggi è diventato (requiescat in pace…calcisticamente parlando).

Poi, l’affermazione che mi ha confortato, e quella che concerne il suo presunto integralismo tattico. Sarri lo ha caldamente smentito, affermando che dovrà trovare il modo giusto di far giocare la squadra in base ai giocatori a disposizione e non, al contrario, imporre acriticamente idee tattiche e movimenti in campo, prescindendo dalle caratteristiche dei singoli atleti.

In altri termini, ha ribadito che conta la mentalità offensiva, accompagnata da una buona organizzazione tattica nei primi 70 metri del campo, perché negli ultimi 30 spetta ai campioni, nel rispetto di alcune direttive, trovare le giocate.

Parole sante!!

A mio parere, se riuscirà ad attuare questi assunti, ne vedremo delle belle.

Di contro, aspetto con ansia quelle interviste che i nostri non potranno “apparecchiare” preventivamente, e nelle quali Sarri risponderà a caldo e a briglia sciolta. Speriamo bene.

Ma, al di là di conferenze stampa e allenatori, ciò che conta di più sono i giocatori.

Nonostante la moda del momento induca a pensare diversamente, solo i grandi campioni portano alla vittoria. Questa è una verità assoluta, difficilmente confutabile.

Una squadra ben organizzata e con ottimi giocatori, può portare a casa una vittoria estemporanea. Ma i cicli europei, tra vittorie e partecipazioni continuative a finali e semifinali, si aprono solo con i grandissimi giocatori stabilmente in rosa.

E quando parlo di grandissimi, non alludo ai giocolieri senza tigna e determinazione, di cui, ahimè, anche la Juve degli ultimi anni ha fatto incetta, ma ad atleti grandi sia nei piedi quanto nel carattere.

Zidane, ad esempio, ha costruito la sua carriera da allenatore grazie ad una squadra strepitosa in ogni ruolo ed interprete.

Guardiola, invece, da quando non ha i fuoriclasse in squadra, ma solo ottimi giocatori pagati fior di milioni, la UCL non la vince più.

Infatti, nonostante faccia spendere agli sceicchi 300 milioni di euro l’anno (attendiamo con ansia la fatidica sentenza UEFA), lo spagnolo non è ancora riuscito a costruire una squadra di grandi campioni. Tranne due tre giocatori, gli atri sono ottimi atleti che non fanno la differenza a livello europeo.

Personalmente sono contento che non sia venuto a Torino. Lui sì, è un pericoloso integralista.

Quando, infine, l’angelo del calcio apparirà in sogno ad Arrighe e gli dirà: “senza i 7-8 giocatori migliori in assoluto nei rispettivi ruoli, non avresti vinto una cippa!”, sarà troppo tardi.

Insomma, tornando alla nostra amata, quello che voglio dire è che ciò che farà veramente la differenza sarà la squadra che la società metterà nelle mani del nostro nuovo tecnico.

A mio parere, se riuscissimo a centrare il colpaccio del ragazzotto olandese in difesa e scovassimo un altro grande centrocampista, la Juve sarebbe quasi perfetta.

Personalmente non stravedo per Rabiot. Rientra fra i giocolieri senza nerbo di cui sopra.

Preferirei Dombelé del Lione. Mi ha veramente impressionato tutte le volte che l’ho visto giocare, ed inoltre, sarebbe un ottimo sostituto di Miralem per la regia bassa.

Quest’ultimo, infatti, andrebbe utilizzato con molta parsimonia.

Se pretendiamo che Pjanic diventi il fulcro del centrocampo e tocchi “150 palloni a partita”, bisognerebbe realizzare due condizioni: in primo luogo non fargli giocare 150 partite a stagione, come gli imponeva il precedente tecnico; per altro verso è necessario trovare il modo di farlo giocare in libertà.

Bisognerebbe, per quanto possibile, affrancarlo dalle incombenze difensive, e nel momento in cui fosse marcato a uomo – situazione che soffre enormemente –  mettergli vicino qualcuno in grado di prendersi il fardello dell’impostazione del gioco con lo stesso risultato.

Pjanic, ahinoi,  non è Pirlo! Tuttavia, seppur con caratteristiche diverse, può diventare altrettanto incisivo.

Infine, riguardo al reparto offensivo, ne abbiamo talmente tanti, compreso il più forte al mondo, che se penso all’ improvvido quarto di finale contro l’Ajax, mi viene ancora da piangere.

Fino alla finale.


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