Dal 352 al 352

di Juventibus |

Storicamente si sono susseguiti periodi in cui la stabilità politica è stata la regola, e periodi di rivoluzione. Senza scomodare gli storici che ci leggono, la Juventus entra di diritto nell’incarnazione dell’idea di Gian Battista Vico, che con i suoi corsi e ricorsi storici ci ricorda che la vita è costituita da cicli, da eventi che si ripetono, che si ripropongono, anche con sfumature diverse.

Il 352 di Conte ha dominato per 3 anni, incontrastato: un assolutismo, come quello francese, nel quale il Re comandava, e gli altri erano semplici esecutori. Il famoso spartito, provato e riprovato, ripetuto fino all’infinito, e in maniera perfetta: anche Matri è sembrato un attaccante negli schemi di Conte. Il tecnico salentino ha esaltato la forza del gruppo con l’asfissiante e ossessivo ripetersi dei movimenti, e nulla veniva lasciato, né al caso, né al fato. Per molti pseudo giornalisti era diventato un 334, esaltato anche da chi, oggi, professandosi anti Conte, lo riduce a un 532. Ma è stato un 352 mai visto primo, ha fatto la fortuna degli interni, e gli inserimenti sono stati il marchio di fabbrica.

Con Allegri, invece, la rivoluzione, sempre francese: difesa a 4, trequartista che non era trequartista, fantasia al potere. La variabile impazzita in un sistema di gioco organizzato: Carlitos Tevez, regista offensivo, arma in più, tuttofare. La Juventus dell’anno scorso ha rotto gli argini, ha rotto col passato, e ne aveva la forza: meno schematica, più libera, ugualmente micidiale. Con un rendimento, nel complesso, più produttivo. La classe operaia al potere? No, la classe e basta. Perché ce n’era tanta, era un pullulare di idee, era il lume, era il prodotto del secolo illuminato. Ma i cicli, non nel senso calcistico, finiscono, e quello della Juventus dell’assolutismo illuminato, capace di dominare in Italia e di sorprendere in Europa, è finito quando è scomparsa la classe: quella dei Pirlo e dei Tevez, i nostri Robespierre, che hanno terrorizzato mezza Europa.

E’ tornato il 352, con un Allegri un po’ Napoleone, un po’ Metternich. La diplomazia del rimettere le cose al proprio posto, ognuno a fare ciò che deve fare, in un 352 diverso, con le folate degli esterni, che stavolta sanno saltare l’uomo; la solidità e l’ordine delle mezze ali; e i ballottaggi del reparto offensivo che vengono finalmente risolti. Nel mezzo, c’è un’Italia preda di tante squadre che si alternano al comando, memori dei moti rivoluzionari del ‘20/’21, vogliose di liberare la penisola dalla dominazione. Siamo stranieri nella terra nostra, stiamo regalando lo scudetto a troppe squadre. E’ l’epoca della Restaurazione.

 

@TitoQuiller