DAI LETTORI – L'amaro in bocca

di Juventibus |

di  Cartesio

I numeri non mentono, mai.

La questione sul giudizio della stagione juventina appena conclusa non si dovrebbe nemmeno porre: quinto scudetto di fila, conquistato di prepotenza dopo aver regalato due mesi ad avversari imperfetti, ma, comunque, fieri e coriacei (il Napoli, così come la Roma tre anni orsono, si è visto superato dopo aver fatto il proprio storico record di punti in campionato); la ciliegina dell’undecima Coppa Italia; il cammino in Europa, incompiuto e, pure, eroico.

Eppure rimane un senso, indefinito, di mancanza, di occasione persa, di potenzialità inespressa.

Vedere lo spettacolo offerto da Meringhe e Materassai nell’atto finale della Champions, conduce inevitabilmente a domandarsi cosa abbiano di più rispetto alla Juventus le due ottime squadre di Madrid. Poco o nulla. E allora, perché c’erano loro a giocarsi la “coppa dalle grandi orecchie” e non la Juve? Sarebbe bastato poco e, l’anno prossimo, probabilmente, quel poco non basterà. Sliding doors.

Si potrebbe dire: fatalità, caso, episodio. Si potrebbe maledire Evra che non spazza, Buffon che non esce, Morata e Cuadrado che non segnano, chiudendola. E, forse, sarebbe giusto così.

Ma l’amaro rimarrebbe. Un retrogusto indefinito che induce a chiedersi perché una squadra capace del primo tempo di Monaco, delle vittorie in rimonta sulla Viola, delle sentenze nel derby di coppa o delle lezioni date al City, capace di lampi di bellezza e simmetria assolute, non possa essere sempre così.

Le vittorie non annoiano, mai.

Ma, dopo tanto trionfare, non sarebbe sgradito lasciare un’impronta, segnare un’epoca, tracciare una strada: la Juve di Lippi lo seppe fare, con Sir Alex Ferguson a proiettare i videotape delle partite di Marcellone per insegnare ai suoi, la Juve di Allegri ci riuscirà mai?