Coppi, Mennea, Keynes e la cavalcata bianconera

di Juventibus |

di Roberto Savino

Trovare il vero motivo ad una partenza alla moviola dei Campioni d’Italia espone solo al rischio di figure barbine. Come quando si attribuiva la colpa dei tanti infortuni all’umidità dei campi di Vinovo, salvo a dimenticarla quando, nell’annata del trentesimo, gli stessi si ridussero al lumicino. Si, di infortuni ne ha a bizzeffe anche questa Juventus, forse per una preparazione compressa in pochi giorni in vista della Supercoppa italiana vinta in Cina. La forma fisica precaria di alcuni punti fermi, la confusione tattica esasperata dall’iniziale desiderio del suo mister trovare alternative alle illustri partenze, una buona dose di sorte avversa, il lento ambientamento dei nuovi, un’amalgama che tardava ad arrivare e le motivazioni appannate del gruppo per via delle tante vittorie degli ultimi anni, creano un mix esplosivo che si riflette sui risultati negativi della squadra fino alla fine di ottobre.

Per due mesi la Juventus è come lo studente universitario che conosce perfettamente tutto il programma dell’esame, si siede davanti al suo professore e fa scena muta alla prima domanda, quella più semplice, l’unica alla quale non saprebbe rispondere, perché tradito dall’altrettanto unica distrazione di mesi di studio e andando nel pallone in quelle successive, nelle quali biascica qualche parola giusto per tenersi a galla. Rimproverata con fermezza, la squadra si trasforma come mister Hyde nel dottor il dottor Jekyll, sfoggiando tutta la sua bravura e sfoderando per intero lo scibile della materia nella quale è interrogata, in un crescendo esaltante che si merita la standing ovation dell’intera commissione. Tranquilli, quest’ultima alla Juve la faranno in pochi.

Il clic è nel giorno del non ritorno dopo la sconfitta nella trasferta col Sassuolo. Un giorno di ottobre che entrerà nella storia come quello del lontano 1994 grazie al noto patto di spogliatoio dei Lippi boys dopo la secca sconfitta di Foggia.

Ebbene, con l’arrivo di novembre gli effetti della Supercoppa anticipata non possono quasi più quantificarsi, mentre di certo non accennano a diminuire gli intoppi fisici che, a turno colpiscono la rosa. La Dea bendata sembra ricordarsi dei bianconeri almeno sul prato, i nuovi entrano in sintonia col gruppo aiutati dai veterani, i quali sfidano la loro stessa storia, scacciano dall’inconscio il fin quasi giustificabile rilassamento e ritrovano la sconfinata fame che li ha contraddistinti negli anni. Nasce un rullo compressore che per mesi devasterà il campionato, un moltiplicatore Keynesiano che si autoalimenta in virtù dei risultati, delle strisce positive e dei record di imbattibilità. In casa, in trasferta, di gol subiti dal proprio portiere, tra le mura amiche, su azione e quant’altro. Amalgama e testa, il ritorno convinto al modulo più consono per gli interpreti sul rettangolo verde e la Juventus vola all’inseguimento di un’impresa inimmaginabile. Insomma, la grandezza di questa Juventus in questa stagione è stata quella di trasformare un’annata di transizione in una cavalcata entusiasmante. Quasi lo richiedesse la psiche di un gruppo dalla pancia apparentemente piena che, invece, altro non richiedeva che uno stimolo affascinante per dimostrare la sua manifesta superiorità. Un atto di forza senza eguali nel panorama calcistico che resterà negli annali, al pari del quinto titolo consecutivo e dello stratosferico record di imbattibilità di Buffon, al suo nono titolo nazionale.

D’accordo, la mediocrità degli avversari agevola la rimonta, loro si alternano in vetta dopo aver odorato a turno l’illusorio profumo del tricolore ma, questo almeno, non è un problema della Juve. Lei non può far altro che approfittare della situazione, provvedendo ogni domenica a rammendare le distanze da qualcuno e pronta come un falco a piombare sulla vetta per non lasciarla più.

Fatti rimangiare i frettolosi funerali anticipati, la Juve trasforma il più bello ed avvincente campionato del nuovo millennio in un monologo impressionante. L’idea è quella di un Coppi che ha forato ai piedi di una tappa alpina nella tappa decisiva del giro d’Italia. I suoi avversari se la ridono, spingono sui pedali e volano via, mentre l’Airone infierisce sul copertone che lo ha tradito affrettandosi a sostituirlo. La rimonta sarà entusiasmante, i corridori ripresi uno ad uno e, saltati come birilli, cedono improvvisamente con la lingua a penzoloni. L’ultimo, quel Napoli trasformato dalla cura Sarri e degno avversario di stagione, fa la fine di Koblet nella corsa rosa del 1953, crollando sui 48 tornanti dello Stelvio quando ha la corsa in pugno in una giornata memorabile per il Fausto nazionale il quale, così, vince per la quinta volta la manifestazione. Coincidenze? Non credo…

E quel crollo è tutto racchiuso nel siluro di Zaza al minuto 88 dello scontro diretto, benché il Napoli, in realtà, regga ancora per un po’. Ossia fin quando, di fronte al rullo compressore bianconero, non si incarta in sterili polemiche, così creando nell’ambiente il giusto alibi per festeggiare lo scudetto morale. E’, invece, solo l’inizio della resa. Ci sono altri modi, vero, ma hanno scelto questo, come al solito, del resto, quando la vincente risponde al nome di Juventus. Contenti loro, resteranno convinti di essere i migliori fino alla prossima mazzata, già nata nelle loro menti per l’incapacità di esser riusciti ad analizzare con obiettività questa.

Supera se stessa questa Juventus, Conte o Allegri per me pari sono. Onore e merito ad entrambi. Un campionato vinto da imbattuti, alla Phelps, un altro con la piena consapevolezza di essere superiore, alla Jury Chechi, un altro ancora con il record di punti, alla Bubka, il successivo in carrozza nonostante i proclami dei secondi, alla Tiger Woods, quello vero. L’ultimo, ad handicap, con una rimonta impressionante, a suggello se non dello scudetto più bello di sempre, quanto meno del più inatteso, come l’oro di Mennea alle Olimpiadi di Mosca dell’80, quando il mezzo giro di stadio aveva già bruciato la sua unica curva e la Freccia del Sud sembrava spacciata. Se non fosse, ovviamente, per un arrivo non già al fotofinish come successo al barlettano, bensì in folle come il migliore degli Usain Bolt. Incredibile.

E se ognuno dei primi quattro tricolori ha avuto il suo protagonista principale che si staglia, anche se di poco, sugli altri, vado nell’ordine e mi scuso se non si è d’accordo, rispettivamente Pirlo, Vidal, Tevez e Marchisio, questo si cementa intorno al suo Capitano e si materializza superando ogni avversità, di classifica, fisica e mentale, si disvela attraverso il talento infinito di Dybala, il quale dimostra di essere molto di più che un gioiellino da sfruttare solo negli ultimi sedici metri, si consacra partita dopo partita grazie a quello ora più completo di Pogba, si staglia all’orizzonte contando, a turno o insieme, sulla cazzimma di Mandzukic, sulla voglia di Zaza, sulla compattezza di un granitico reparto difensivo (guidato da un Bonucci sempre più anima di un gruppo infinito), sulle folate irresistibili dei nuovi esterni e sul sapiente equilibrio che donano i vecchi, sulla generosità di chi dà il meglio di se stesso nonostante mille problemi (Chiellini, Khedira e Marchisio per primi), sull’apporto prezioso di chi gioca meno, sempre pronto a sopperire come può alle tante assenze.

Ma come ha vinto il Campionato questa Juve formato 2015/2016? Insomma, il Napoli è un’orchestra che con la palla tra i piedi fa paura grazie al suo magnifico finalizzatore, la Roma è talentuosa e dà pochi punti di riferimento, la viola è elegante come il suo allenatore e invade fin da subito Firenze di tazze celebrative…chi altro c’è? Ah c’è l’Inter che ha appena vinto il triplete … eppure la prima è ancora la squadra bianconera, sempre attenta agli equilibri, maledettamente compatta, poco spettacolare se non a tratti, di certo un orologio, soprattutto in una fase difensiva che fa la gioia di chi ama il calcio al di là di sforbiciate e colpi di tacco.

Chiusi in venti metri, i bianconeri, pressoché sempre, sembrano legati tra loro da un filo invisibile che gli permette di mantenere in ogni momento le giuste distanze con gli avversari e tra i reparti. In fase passiva la squadra è meravigliosamente sorniona, fa ammattire i rivali nel giro palla sbarrando loro le linee di passaggio e costringendoli sempre a soluzioni complicate. In questo modo, nove volte su dieci la palla torna tra i piedi dei torinesi, bravissimi a partire dalla difesa con azioni manovrate (spesso sugli esterni), di sfondamento per via centrale (per lo più con Pogba) o con i lanci lunghi di Bonucci. Oppure a colpire di rimessa quando la squadra avversaria si è esposta un po’ troppo, risultando spesso letale. Emblematiche le reti alla Roma ed al Napoli in due momenti clou del Campionato.

Insomma, la Juventus sbanda all’inizio nell’ostinata ricerca di un cambio di gioco per sopperire all’assenza dei fuoriclasse non più in rosa, poi trova il giusto interruttore ritornando sui suoi passi quando opta nuovamente sul 3 5 2. Stavolta, però, mancando l’architetto che sappia prender palla e districarsi innanzitutto fronte alla sua porta (si, insomma, parlo di Pirlo), rinuncia a cercare un sostituto del fuoriclasse e punta sulla solidità centrale e sull’agilità dei nuovi esterni, sfruttati a turno sempre freschi grazie a ricambi di esperienza. Nel finale, poi, cresce a dismisura la sintonia tra Pogba e Dybala e spesso si resta a bocca aperta di fronte ai loro giochi di prestigio.

Infine, ma non da ultimo, la nota di merito al pragmatismo ed alla tranquillità di mister Allegri, il quale se ha commesso qualche errore in apertura, per lo più dettato dalla volontà di percorrere nuove strade, come visto lo corregge in tempo, donando fiducia e ripagando quella rinnovatagli da una società – la principale protagonista di tutti i successi – che, a sua volta, mantiene il sangue freddo nel momento più nero nonostante i mugugni sempre più insistenti di stampa e tifosi.

Il mister sembra aver studiato persino l’unico momento in cui perdere la testa. Ovviamente non è così, perché quando la squadra si addormenta nessuno se lo aspetta, men che meno lui. Sta di fatto che a Carpi mancano nemmeno venti secondi e poi, comunque, la pubblica sferzata servirà per superare concentrati le imminenti feste natalizie. Anche se non voluto, lo show è arrivato al momento giusto ed è stato perfetto così.

Ed ora, a nome di tutti, alza sta coppa Capitano!