Da Higuain a de Ligt, prendersi la Juve in punta di piedi

di Valeria Arena |

Sembra ieri quando volevamo regalare Higuain a Pallotta, Dybala agli inglesi e Sarri a chiunque ci avesse portato la testa di Guardiola su un piatto di argento. Oggi, tutt’al più, manderemmo Ronaldo da uno psicologo chiedendo «sei tu o siamo noi?».

Sono passati tre mesi dall’inizio del campionato e, così come fanno nelle scuole durante questo periodo dell’anno, è tempo di primi bilanci, prime riunioni per stabilire chi è quello bravo che non si applica e chi il secchione che ha la stagione in discesa e prime bozze di pagelle. Tre mesi in cui la Juve è passata dalle mani di chi si ciba ferocemente di riflettori alle braccia di chi bussa e chiede il permesso prima di varcare una porta. Da ego ingombranti a ego ridimensionati; e quanto è bella questa boccata di ossigeno, ammettiamolo.

Oggi la Juve è un po’ meno portoghese e un po’ più argentina, un po’ meno suddita di un Re distratto e un po’ più rapita da un oligopolio di giocatori che, se colpo di Stato deve essere, facciamo almeno che sia gentile e indolore, senza proclami e spade sguainate.

D’altronde, sia Higuain che Dybala stavano alla porta e sia Higuain che Dybala, consci di una mancanza di fiducia generalizzata, hanno atteso il momento giusto che spiegare che no, non era finita; no, urlare non serve a nulla, giurare non serve a nulla, promettere non serve a nulla. Serve fare.

Poi de Ligt, vent’anni e una capacità di stare al mondo da fare invidia pure ai vecchi. Pochi sbagli, anche se l’età ne richiederebbe almeno un quintale al giorno, e un’eredità che molti, quelli un po’ meno giovani, non sono stati in grado di reggere e sfruttare a pieno. Non è che non ci manca Chiellini, per carità, è che se uno a vent’anni riesce a non sbroccare alla prima difficoltà, seppur piccola, allora forse c’è la possibilità che sia un Blade Runner. O forse in Olanda vengono fuori così, chi lo sa.

Prendersi i posti così, come bere un bicchiere d’acqua ringraziando pure chi te lo ha offerto.

Discorso a parte che Bonucci, che sta a casa sua e forse può pure permettersi di sbattere le porte una volta tanto. Per lui vale il discorso opposto a deLigt, perché si trova in una posizione decisamente più umana e meno irreale: trovare pace con l’età, maturare, invecchiare e sotterrare con la vanga le stupidaggini fatte in passato. Ha bussato e chiesto permesso pure lui e la fascia da capitano, complice il destino, il caso, la fortuna, come volete chiamarla chiamatela, è stata il coronamento di percorso di crescita.

Sembra ieri quando avevamo allenatori che valevano quasi più delle partite stesse, che oscuravano tutto e tutti. Oggi al massimo ci chiediamo se Sarri avrà il cappello o no; e che sollievo, ammettiamolo, che sollievo quel parlare quasi sottovoce, quell’eclissarsi dietro la gara e i giocatori, quel sussurrare «fate come se non ci fossi».

Che sollievo, quelli che arrivano in punti di piedi e poi rimangono e stiamo tutti bene.


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