La cultura del “SE” in vista di Juve-Inter

“Se il fatturato, se la pioggia, se le gare prima o dopo, se gli episodi, se il rigore, se la gestione dei cartellini, se l’albergo, se i minuti di recupero, se la curva vuota, se, se, se…”

Non vale la pena elencare le valanghe di “SE” lette ed ascoltate in ambito calcistico negli ultimi anni, segno di una cultura poco evoluta in una direzione del fare (bene), ma molto marcata in quella del “SE” e simili. È la cultura che, anche quando nulla è dalla tua parte e niente giustifica sconfitte e flop, magicamente trova appigli ed alibi per non palesare le incapacità delle società che vi nascondono.

Possiamo solo giovare di tali sotterfugi, perché sono alla base del continuo e duraturo fallimento di un uomo, di una società, una tifoseria, un sistema mediatico “altrui”. Da tifosi Juve però non possiamo che rammaricarcene però, in quanto fautori di altri valori sportivi ed umani. È la cultura che “autorizza” giocatori in campo e fuori, allenatori, tifoserie, città intere e “addetti ai lavori” ad appellarsi ad ogni espediente possibile, anche quando non ci sarebbe davvero nulla a cui appigliarsi.

La cultura degli alibi (e di conseguenza dei sospetti) aumenta proprio a ridosso di partite più o meno importanti come puntualmente accade in prossimità di Juve-Inter, il “derby d’Italia”.

Il menù della suddetta cultura ha già incluso, nell’ordine:

1.  Domenica scorsa (a 5 giorni dal match), Spalletti che si presenta ai microfoni nel post partita di Roma-Inter sorvolando e minimizzando sugli episodi a favore, dimenticando le tante lamentele simili (il termine “tranvata” per il contatto Manolas-Icardi rende poco onore ai fasti dello scorso 28 aprile) mosse in altre direzioni in un passato quasi contemporaneo. Spalletti è un bravo comunicatore e quindi è lecito chiedersi il senso tali affermazioni.

Che voglia rabbonire l’ambiente? Che voglia inculcare ai suoi (giocatori e società) e ai “giornalisti” (ancor più difficile) un nuovo modo di affrontare tali situazioni, anche quando saranno (per così dire) avverse?

Sarebbe bellissimo e ce lo auguriamo. Se così non fosse assisteremmo però all’ennesima paraculata, non del singolo ma del “sistema”, per usare una parola cara ai fautori della cultura degli alibi.

2. Le immancabili interviste ai soliti protagonisti del passato da parte degli organi d’informazione, come l’intervista puntuale sulla Rosea a Ceccarini, nella quale l’ex arbitro dice del famoso (e ormai più anziano di quei tifosi millennials “educati” dal suddetto sistema informativo) contatto Iuliano-Ronaldo: “non sarebbe stato rigore neanche col VAR”.

A cosa serve il perpetuarsi della stessa solita intervista a cui immancabilmente seguono le dichiarazioni dei vari Fresi, Colonnese e, ovviamente, Gigi Simoni, sullo stesso episodio di 20 anni fa? Fa notizia? Alimenta un sentimento popolare? Fa polemica? È una curiosità? Davvero interessa tanto?

E’ chiaro che l’unico scopo è nutrire il substrato di questo tipo di cultura, dell’odio, del sospetto, del pianto, della rivendicazione/giustificazione di questo nulla cosmico: il SE e le sue derivazioni, odio e stupidità, oltre ad inconsistenza tematica.

Il corollario, maniavantista, è il commento di tutti i tifosi Inter: “speriamo che i media si scandalizzino così come per il contatto su Zaniolo per tutti i torti che, di sicuro, subiremo venerdì“. Auspicio quanto mai ridicolo nei giorni in cui si rivanga un episodio (meno netto) di 20 anni fa.

Il tutto 4 giorni prima del Derby d’Italia, capite?

E’ tutto un preliminare: Spalletti che fa i distinguo e prepara l’ambiente, lo stesso ambiente poi attizzato dai soliti riferimenti vintage da 20 anni.

Mancano solo 2 giorni (fortunatamente si gioca di venerdì, così da accorciare le fantastiche e fantasiose tiritere) e già l’assortimento tipico della cultura dell’alibi è messa tutto in campo: le polemiche, le lamentele a priori, i sospetti sul VAR, sul peso che le polemiche post-Roma-Inter potrebbe avere, sul nuovo-vecchio tema “pensa se con Iuliano-Ronaldo ci fosse stato il VAR!?” .

E’ questo il paradosso della cultura del SE: riferimenti di vario genere ma con denominatori comuni quali pianto e rivendicazione/giustificazione, buoni per essere utilizzata all’occasione da chiunque.

È una specie di morte calcistica, valoriale ed etica. E come la morte è, purtroppo, una certezza.

Non è un buon augurio, lo so, per l’immediato futuro, ma è quello che sentiamo, vediamo e leggiamo che ci ha ormai abituato a “vivere” il calcio con questo peso. Il peso di chi non accetta, ancora una volta, di essere un passo indietro e vuole trovare qualsiasi mezzo, scusa o ragione per avere la meglio: se non in campo, fuori. Se non fuori, con sé stessi. È questo il vero dramma e nocciolo della questione: mentire a sé stessi per non ammettere qualcosa che ci fa male.

La lotta contro la cultura del SE è una partita più grande di un qualsiasi Juve-Inter.

Sarebbe ora che il nostro movimento calcistico (allenatori e dirigenti in primis), unito a quello mediatico e la nostra società per intero, iniziassero a giocarla seriamente.

di Nico Domenicano